
Dopo la chiusura della scorsa ottava, caratterizzata dalle decisioni sui tassi, da parte delle principali banche centrali, abbiamo la netta percezione che la maggioranza di analisti, investitori, e operatori di mercati, cominci a cambiare il sentiment e la fiducia verso il futuro, trasformandolo da cauto ottimismo ad un pessimismo che per ora è latente, ma che potrebbe divenire qualcosa di più importante nel breve medio periodo, se le banche continueranno a mantenere, al di là delle decisioni poi prese, un atteggiamento restrittivo nei confronti dell’inflazione e di conseguenza dei tassi. Se è vero che l’inflazione risulta in calo dappertutto o quasi, è altrettanto vero che questi cali non sono sufficienti per i banchieri centrali, i quali continuano a non guardare in faccia ad alcuno e minacciano ancora continui e persistenti rialzi. Fino ad ora, i mercati azionari hanno tutto sommato retto il colpo, ma le price action delle ultime sedute hanno evidenziato una accelerazione del ribasso che in qualche modo, avendo tecnicamente creato dei massimi inferiori di medio periodo, cominciano a dare segnali di peggioramento del quadro tecnico non indifferenti. La conferma, ovviamente, si avrebbe, con la rottura dei minimi precedenti che per i listini americani, non sembrano molto lontani, e che potrebbero innescare paura e tensione. I listini Usa hanno chiuso venerdì in rosso con il Dow Jones in calo di 110 punti a 33.980, e già al di sotto del minimo realizzato prima dell’ultima gamba rialzista del 25 agosto, a 34.333, segnale che potrebbero innescarsi vendite la settimana prossima, mentre l’S&P500 e il Nasdaq hanno perso lo 0.2% e 0.1% rispettivamente, chiudendo a 4.321 e 14.707, non lontani dai minimi del 18 agosto di 4.336 per il primo e 14.553 il secondo. A far scendere i listini, hanno contribuito i dati usciti venerdì e relativi agli S&P global Pmi, usciti peggiori del consensus, con il composite uscito a 50.1 inferiore al 50.2 precedente. Anche il settore dei servizi e manifatturiero hanno evidenziato una discesa che è la ottava consecutiva di ribassi e che indica stagnazione dell’attività in tutto il settore privato. Nonostante questi dati, per la Fed non sono sufficienti a decretare la fine del rialzo del costo del denaro, ma, osservando il recente passato (quando con eccessivo ritardo ci si accorse della salita dell’inflazione), temiamo che anche questa volta, ci possa essere il rischio di frenare la corsa dei tassi troppo tardi, con conseguenze significative sugli aggregati macro.
VALUTE.
Sul mercato dei cambi, la reazione era stata anticipata e come avevamo ribadito, secondo noi qualcuno mentiva e forse era l’equity, mentre sui cambi, già dal mese di Luglio, il mercato compra dollari e ha di fatto invertito il trend precedente di ribasso con la moneta unica che in 10 settimane ha ceduto circa 640 pips pari a quasi il 6.1%, con una media del 3% mese. La sterlina ha perso anche di più, con una discesa, sempre in 10 settimane del 7.3%, una discesa altrettanto evidente da 1.3142 a 1.2230, oltre 900 pips. Da segnalare anche il movimento del UsdJpy che dal 10 luglio, giorno del minimo a 137.24, è salita nello stesso periodo, ovvero le 10 settimane a 148.46, più di 1100 pips pari al 7.5%. Un dollaro che è salito come valuta rifugio, a dimostrazione che le borse rimanevano sostenute artificialmente, in qualche modo, mentre sui cambi, immanipolabili nel medio termine, ha prevalso la logica, ovvero un dollaro forte e in ripresa. E’ altrettanto vero che il dollaro è salito anche per debolezza altrui, perché i dati in Europa e Uk hanno mostrato estrema debolezza, in un contesto comunque inflattivo che ha costretto Bce e Boe a rilasciare, nonostante abbiano avuto nelle ultime settimane, due visioni diverse sui tassi (la Bce ha alzato, la Boe no), dichiarazioni ancora favorevoli a ulteriori rialzi dei tassi. Che cosa potrà accadere ora sul valutario, considerato il sentiment negativo anche sulle borse ? La sensazione è che il dollaro possa continuare la sua corsa, pur avvicinandosi pericolosamente a livelli chiave di resistenza che non sarà facile violare. Il dollar index è vicino all’area di 105.50 la cui violazione potrebbe addirittura far pensare ad un altro 2% di rialzi, anche se la condizione di ipercomprato e la presenza di divergenze ribassiste sui grafici di breve, sembrerebbero poter anche spingere a qualche correzione. Molto dipenderà dai dati macro, che però non sappiamo quanto possano discostarsi, a questo punto, dalle ultime rilevazioni. In ogni caso questa settimana, avremo dati di media importanza dagli Stati Uniti, con spese e redditi personali, indice Pce, ultima lettura del pil del secondo trimestre, e dati sul mercato immobiliare. Altrove avremo l’inflazione per i quattro grandi paesi europei, l’Ifo e le vendite al dettaglio tedesche, nonché la fiducia dei consumatori. Ma attenzione anche ai dati giapponesi su vendite al dettaglio, produzione industriale, tasso di disoccupazione e verbali della decisione della Boj. Non sappiamo se saranno sufficienti a spostare il quadro attuale, ma certamente ci sarà volatilità e torna soprattutto la correlazione inversa dollaro borse, da non sottovalutare. Buona settimana e buon trading.
Saverio Berlinzani

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