Alla Festa dell’Unità di Bologna, più nazionale e più grossa di quella nazionale di Torino (perché Bologna è Bologna e Torino è Torino) c’è come sempre lo stand del “Scegli un tappo, prendi una pianta”. 5 euro tre tappi rischi di portarti casa una mezza foresta o due vasetti di peperoncino. Che importanza ha la pianta il bello è scegliere il tappo. 5 euro .. mi son trovato con tre piante. Le ho messe qui sul balcone e mi sembrava già un inizio di orto-giardino. Negli anni di conduzione di Linea Verde ho visto giardini di tutti i tipi: dalla Sicilia alla Stiria, dalle rose agli eucalipti, ma il giardino più vero era quello che sfociava nell’orto. O meglio quello che nasceva come orto per produzione di verdure e legumi e poi diventava, per coltivazione e colori, un giardino speciale. La moda, che è più che consolidata, anche per ragioni economiche è questa: come una famiglia può si fa un orto che diventa pure un giardino. Sul terrazzo o sul balcone nel fazzoletto di terra che si ritaglia all’asfalto. “Dai facciamoci un bell’orto” può diventare strumento di moderna pianificazione rurale e urbana. Chissà se arriveremo anche al sostegno dell’orto tipo: meno ici se hai un orto. Potrebbe essere un’idea. Dopo i decenni di relativismo verde e cioè di cultura che teneva distinta e quasi ingabbiata la campagna dalla città, la pratica agricola dal vivere in centro, un periodo in cui anche gli urbanisti hanno dato del loro meglio (in senso ironico) per migliorare la qualità della vita, siamo arrivati agli anni della fusione città-campagna, quartiere-ruralità. Così adesso non è difficile vedere palazzi in pieno centro che oltre all’aiuola per i fiori e le piante da giardino hanno anche piccoli appezzamenti per il pomodoro, la melanzana, il radicchio e la salvia. Odori e colori, profumi e steli che cambiano anche il nostro vivere quotidiano. In una masseria vicino a Nardò le telecamere indugiarono a lungo su roveti e ulivi, ma anche su peperoni e cipolle, in un mix di sensazioni che facevano del panorama un’unica grande sensazione di terra madre. E padre. Per capire il perché di questo rinnovato interesse per la coltivazione dell’orto, bisogna tornare un po’ indietro con gli anni, all’epoca pre-industriale. Città e campagna hanno convissuto bene insieme, anzi, si può dire che nella storia occidentale ad ogni fase di crescita urbana si sia accompagnata una proporzionata crescita del patrimonio verde e dei campi a coltura. Le ville venete del Settecento si trasformavano in prospere aziende agricole. Andiamo ancora più indietro. Gli orti erano piuttosto comuni in tutte le grandi città: ad esempio Roma manteneva un aspetto diciamo ruaral-paesano ancora alla fine del XIX secolo, elemento che la caratterizzava fortemente specie agli occhi dei visitatori stranieri, e che adesso rivive nelle famose cartoline “Roma com’era”. Londra, cuore della Rivoluzione Industriale, seguiva opposto destino. In Italia il minimo storico della coltivazione amatoriale dell’orto è stato raggiunto negli anni Sessanta e Settanta. La coltivazione di orti all’interno delle città era una vera anomalia, una stranezza, ed era sempre guardata con sospetto ed avversione: l’orto in città in poche parole- divenne simbolo di una condizione sociale ed economica inferiore. La città era considerata (e purtroppo lo è ancora) luogo per parchi e giardini, non per orti. Per anni urbanisti e gente comune consideravano l’orto in città un elemento di degrado paesaggistico. Anche gli orti in riva alle strade o alle ferrovie possono essere ben più di una risorsa economica. Il ritorno alla coltivazione dell’orto anche in città è fenomeno recente e ha interessato anche la moda delle mode: recentissimo: la moda delle feste dei divi di Hollywood era invitare gli ospiti a cena ed offrire le primizie coltivate sulla propria terrazza o veranda. Nel 2005, quindi davvero l’altro ieri in termini di evoluzione dei costumi, un’inchiesta del settimanale “L’Express” ha messo l’orticoltura tra le settanta pratiche dell’odierno snobismo. Da anni lo snobismo ha lasciato il posto alla cultura della terra che può mettere insieme coltivazione e interesse, società e pianificazione.
Fabrizio Binacchi www.virgola1.splinder.com

Caro Orso di Toscana,
ci fa piacere che tu siua tornato. Ce ne farà ancora di più se non ci lasci.
L’articolo è bello e interessante ma il vero problema non è di abbassare l’ici a chi fa l’orto bensì di dare a tutti la possiblità di avere un orto.. io ho vissuto per anni in un
palazzo anni ’70 dove non c’era nemmeno un centimetro quadrato di terra;adesso ho un
mini-giardino ma è sul lato strada e credo che qualcuno avrebbe da ridire se lo tra
sformassi in orto.. il sistema di vita urbana deve cambiare alle abitazioni cementificate deve sostituiirsi una cultura del verde e allora spunteranno anche gli orti ; altrimenti ,se contioniioamo as gestire il verde in questo modo l’orto lo potrà avere solo Michelle Obama et similia
orso di toscana (è tornato!)