In un momento di (puntuali, siamo a settembre, e) diffuse agitazioni nel mondo della scuola, vorrei per un momento che si abbandonassero le polemiche contingenti e si volgesse il pensiero ad un uomo la cui vicenda terrena ha avuto molto a che fare, appassionatamente a che fare con l’insegnamento: sto parlando dell’angelo dei poveri e degli ignoranti, di quel don Lorenzo Milani che certamente non è passato alla storia per la bonomia e la mansuetudine, bensì per un carattere autoritario e spigoloso che però lo ha egregiamente servito nella difficile missione di trasformare figli di operai, di pastori e contadini di un’Italia che nei primi decenni del secondo dopoguerra conosceva il boom economico in uomini che avrebbero dovuto affacciarsi alla vita con consapevolezza, senza – come suol dirsi – il cappello in mano.
E che cosa c’era che impediva da sempre alle persone di umile estrazione sociale di essere questo tipo di uomini? Forse la (pur dignitosa) povertà di mezzi materiali?
Ecco, prima di provare a rispondere a questa domanda voglio affermare l’importanza dei concetti incarnati da don Milani nella quotidiana esperienza dell’insegnamento: concedono più di uno spunto ai sedicenti riformatori della scuola, i quali potrebbero scoprire che accanto alle carenze di risorse, di organici e a tutti i limiti estrinseci tante volte denunciati, forse permangono o, addirittura, si alimentano carenze assai più profonde: di regole, di istanze fondamentali che nessuna recente riforma ha mai intaccato o messo in discussione.
Don Milani non poteva essere indifferente di fronte alla barriera che l’ignoranza civile interponeva tra la sua predicazione e i poveri. Egli ha lasciato, in proposito, affermazioni di sicura efficacia: “Da bestie si può diventare uomini e da uomini si può diventare santi, ma da bestie a santi d’un passo solo non si può diventare”. Allora ecco che la missione evangelizzatrice di don Lorenzo dovette partire dall’emancipazione civile di coloro che un giorno, varcando le soglie del mondo, della società, sarebbero diventati adulti. “Ogni parola che non conosci è una fregatura in più, è una pedata in più che avrai nella vita!”: il significato e la riflessione sulle singole parole, la capacità di leggere e di scrivere, la padronanza della lingua si trasformano nel passaggio obbligatorio per la cittadinanza nel segno dell’uguaglianza: non l’uguaglianza sbandierata dall’ideologia, ma quella nella dignità. La dignità dell’uomo, quella cui è di particolare ostacolo la mancanza di dominio sulla parola, è un punto di partenza cui tutti debbono essere portati. Se c’è un obiettivo per don Milani, è quello del bimbo svantaggiato – socialmente e culturalmente prima che economicamente – che con l’istruzione acquisisce parità con gli altri, con i figli dei ricchi. Senza tralasciare poi – non dimentichiamo che Lorenzo Milani è un sacerdote convinto, tenace, ‘verace’ – che la padronanza della lingua è anche un punto di partenza per la fede, per la comprensione del Vangelo.
“Io so che vi occorre solo la lingua – è ancora il Nostro che parla – e la lingua è fatta delle parole di tutte le materie messe assieme. Se ti insegnassi solo a disegnare saresti una bestia che disegna e non serviresti né a te né a nessuno. Te invece devi diventare un Uomo che disegna”. L’uso, la padronanza della lingua parlata e scritta divengono la materia delle materie, una cosa fondamentale da insegnare. La lingua, per don Milani, è la chiave per aprire tutti gli usci. Come dargli torto?
La lezione di questo sacerdote, come il lascito di tutti i grandi uomini, è di perdurante attualità: “l’odio di classe c’è perché ci sono dislivelli paurosi, culturali oltre che sociologici. Predicare moralisticamente contro, non serve. Parlare d’interclassismo è ipocrisia o conservatorismo. Vanno aggredite le cause, non gli effetti. (…). S’illudono i teorici e i persuasori di questa civiltà mercantilistica, di poter perseguire l’uguaglianza dei ceti sociali livellando i gusti e assicurando anche ai lavoratori larghe possibilità di fruizione dei beni di consumo. Costoro coltivano il mito dell’efficacia prima di cercare la giustizia, vogliono il benessere di tutti prima di aver assicurato a ogni singolo la dignità di uomo.”
Troviamo qui tratteggiato un ‘pezzo’ della vicenda italiana non solo degli anni Cinquanta e Sessanta ma anche, purtroppo, del Paese in cui oggi viviamo: dove la tendenza (se non il tentativo) della classe dirigente, dei politici e in parte delle loro grancasse che sono i mass media è quello di spacciare lo sviluppo per mera possibilità e opportunità di consumo: mangia, bevi, compra e godi, … al resto ci pensiamo noi. Non importa se non sai mettere una “h” davanti alla “a” quando usi il verbo avere alla terza persona singolare; non importa se ti viene il mal di testa quando ti chiedono di leggere un testo perché non l’hai mai fatto, se fai fatica a leggere perché non comprendi il senso della punteggiatura; non fa niente se l’uso abnorme dei messaggini ti ha atrofizzato il cervello e non riesci a usare più di due-trecento vocaboli, sempre gli stessi tutti i giorni che Dio stampa su questa terra; e non importa davvero a nessuno se la già ridotta capacità di parlare e scrivere in un italiano decente ti precludono opportunità preziose per la vita, se t’impediranno di essere un uomo consapevole, capace di districarti nella giungla degli ingranaggi sociali.
Certo, ormai è rarissimo trovare bambini nelle condizioni degli scolari di don Lorenzo, figli di un Paese ancora profondamente contadino il cui modello di sviluppo puntava ad assicurare auto, televisore e frigorifero per tutti. Oggi i bambini, già in tenera età, spesso hanno a disposizione un telefono cellulare e passano i pomeriggi con i loro giochi sempre più costosi. Sono bimbi spesso viziati e insoddisfatti, crescono senza “no”, nell’opulenza di ninnoli e di giochi, drammaticamente soli con la Tv e i loro videogiochi. E’ forse la povertà materiale che li limita? Mancano forse di mezzi? No, nella gran parte dei casi non è davvero questo il problema.
Con ciò, un livello di vita adeguato per tutti o – quanto meno – per un numero il più ampio possibile di cittadini è certamente benvenuto. Ma il concetto di sviluppo di una società non può essere parametrato (si provi in proposito a scomodare Amartya Sen) sugli incrementi del Pil e sulla crescente offerta di beni di consumo. Senza emancipazione e senza cultura, d’altronde, anche una società opulenta imbocca alla svelta una deriva, quella della decadenza e del degrado. La sbalorditiva disponibilità, il largo accesso ai beni di consumo non servono a fare di un singolo un cittadino, ne fanno appena un consumatore. E quella del consumatore è la dimensione media ideale della persona, deprivata della propria individualità, schiacciata da una cultura conformista, livellatrice, rinunciataria che fa comodo allo status quo. E’ il prodotto di uno scambio non dichiarato, che tende a trasformare le persone in sudditi, l’esatto contrario di quanto dovrebbe produrre l’ideale civico.
La scuola di San Donato a Calenzano, prima, e di Barbiana poi rappresentano, per l’appunto, un calcio all’ignoranza, al conformismo, alla rassegnazione.
E non solo: forse danno un bel calcio anche a quello spirito da ‘assemblea permanente’, a quel lassismo, a quel permissivismo ipocrita e inefficace che assediano e – vorrei dire – ‘opprimono’ la nostra scuola da decenni. Il discorso di don Milani in proposito, come di consueto, è brutale: “I ragazzi con me hanno sempre torto”. Non credeva agli spontaneismi nell’educazione: non credeva affatto che un ragazzo potesse essere abbandonato alle sue tendenze, ai suoi impulsi naturali. Ma il suo non era un autoritarismo fine a se stesso: “il fine ultimo di ogni scuola è tirar su dei figlioli più grandi di lei, così grandi che la possano deridere…”. Quindi: “Voi credete che la scuola debba essere democratica. E’ qui il vostro errore! La scuola deve essere monarchica assolutista, se vuol creare gli strumenti della democrazia”. Ritengo che don Milani abbia affermato il vero. E’ ciò che tanti genitori e insegnanti pensano in silenzio, spesso timorosi di dichiararlo coram populo. Solo che la verità è la verità e non c’è alcunché di male, ad affermarla. Del resto, come si fa a non deprecare “tutto questo chiasso scipito, questa mania di svago, questa leggerezza fatta regola di vita” che solo apparentemente vanno incontro alle esigenze dei bambini, degli adolescenti, dei giovani: i quali cercano a modo loro, disperatamente, in famiglia e in classe, esempi di autorità che spesso non trovano. E se non li trovano, se non li riconoscono e li elaborano in tenera età, li cercheranno quando sarà troppo tardi, quando sarà divenuto rischioso affidarsi a qualcuno e andranno facilmente incontro a pericolose cantonate e a cocenti delusioni. Incerti e angosciati, privi di punti di riferimento, in preda a tutte le mode e a tutti gli allettamenti (al limite anche quelli più perversi) che il mondo volentieri loro propone, i giovani perdono così lo slancio migliore e non diventano protagonisti del domani che potrebbero desiderare di costruire, ma vittime di quella realtà che altri hanno preparato (!) per loro.
Ai maestri e agli insegnanti debbono essere forniti gli strumenti per assolvere in pieno al loro compito: e i primi ‘ferri’ del mestiere non sono lavagne e cimose, e neppure le aule o i personal computers, sono la condivisione della missione della scuola, il rispetto dei doveri e il potere della disciplina.
Bando alle ciance buoniste e alla cultura della ‘partecipazione’ del ‘dialogo’! Finiscono per trasformare la scuola in quell’inutile diplomificio cui possono sottrarsi solo i figli dei ricchi. La vera riforma della scuola sarà quella che rimette in discussione tutto l’impianto invalso sin dagli anni Settanta, che rivolta l’assetto attuale come un calzino e non si limita a scandire le materie di insegnamento, a decidere in fatto di maestri unici, di organizzazione e burocrazie. La vera riforma, bisogna dirlo, partirà da un nuovo statuto della scuola in cui siano diversamente disegnati diritti e doveri; sarà un po’ anche quella che partirà da tutti: da un impegno dentro la scuola, ma anche nella società e nella politica.
Nelle “Esperienze pastorali”, don Lorenzo spiega il segreto della “sua scuola”: a coloro che domandano, si interessano ai suoi metodi educativi, egli risponde: “sbagliano la domanda, non dovrebbero preoccuparsi di come bisogna fare per fare scuola, ma solo di come bisogna essere per poter far scuola”. Semplicemente, essere un po’ come lui: spregiudicamente appassionati alla missione di sfornare uomini e non imbecilli, servi o cadetti.
Paolo Marini
(Per chi fosse interessato ad una comprensione a tutto tondo della persona di don Lorenzo Milani consiglio vivamente l’ottimo libro di Neera Fallaci “Dalla parte dell’ultimo”, dal quale ho peraltro tratto alcuni dei passi citati)

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