16 gennaio 1969: brucia a Praga il corpo di Jan Palach. Il giovane studente boemo, ventun anni, si dà fuoco in Piazza San Venceslao per protesta contro la dittatura comunista sovietica, contro l’occupazione armata della sua patria. Altri giovani, Mila Kadler, Blanda Nachazelova, Emanuel Sopko, Joseph Hlavaty, le “torce umane”, lo seguono uccidendosi in nome della libertà della Cecoslovacchia, per denunciare al mondo l’occupazione armata imposta dal governo comunista di Mosca.
Ricordiamo quei giovani eroi proponendo ai lettori tre pagine estratte da “La corona di san Venceslao”, di Carlo Vivaldi Forti (Città Armoniosa Editore, Parma, 1983). Dello stesso autore è adesso in libreria “Pravda Vitezi – La verità vince” (Campanotto Editore, Udine), fiorino d’oro al Premio Firenze-Europa-Mario Conti, 2008.
Segnaliamo inoltre il libro di Enzo Bettiza, “La primavera di Praga” (Le Scie-Mondadori, Milano, 2008), ancora reperibili nelle librerie, del quale riportiamo un breve brano.
“LA CORONA DI SAN VENCESLAO” DI CARLO VIVALDI FORTI
Alle ore quindici del 16 gennaio 1969, il manovratore Jaroslav Spirek la mano saldamente appoggiata sulla leva dei comandi, sostava con il proprio tram alla fermata di piazza San Venceslao, in attesa che la piccola folla di operai e impiegati sulla banchina finisse di salire.
Improvvisamente, ebbe l’impressione che un’automobile in sosta sotto la statua del re prendesse fuoco; alte fiamme arancioni, un fumo nero e denso, si levarono da un punto imprecisato dell’insigne monumento. Poi la cosa si mise a correre, a correre in direzione del marciapiede, andando ad abbattersi di fronte a un negozio di alimentari. Jaroslav scese precipitosamente dal tram, si tolse la pesante giacca di pelle, gettandola e pestandola addosso, con tutte le sue forze, a quell’incredibile torcia umana!
Dal negozio uscì una commessa gridando verso Spirek: “Chiamate l’autoambulanza, aiuto, aiuto!”
Entrambi si chinarono verso il corpo steso sul selciato; si trattava di un giovane, un ragazzo dall’apparente età di ven-t’anni. Questi li fissò con occhi limpidi e fermi riuscendo appena a mormorare: “Ho fatto tutto da solo; la borsa, aprite la borsa, c’è una lettera importante.”
In pochi minuti il centro storico divenne un’impraticabile bolgia; la notizia si diffuse come il lampo, di bocca in bocca, di cuore in cuore. Le sirene delle ambulanze, della polizia, dei vigili del fuoco squarciavano l’aria. La piazza fu chiusa, il monumento di San Venceslao presidiato da imponenti forze dell’ordine!.
In serata venne diffuso il contenuto della lettera trovata addosso al giovane. Essa diceva: “Considerato che i nostri due popoli si trovano sull’orlo della disperazione, abbiamo deciso di esprimere la nostra protesta e di svegliare il popolo del nostro paese nel seguente modo. Il nostro gruppo è formato di volontari, i quali sono decisi a bruciarsi vivi per la causa. Io ho avuto l’onore di essere estratto a sorte per primo di avere così il diritto di scrivere la prima lettera e di cominciare ad essere la prima torcia.
Le nostre richieste sono :
– Immediata abolizione della censura;
– Divieto di distribuzione del giornale Zpravy (il foglio delle truppe di occupazione).
Se le nostre richieste non saranno accolte entro cinque giorni, cioè entro il 21 gennaio 1969, e se il popolo non esprimerà il proprio appoggio con uno sciopero illimitato, altre torce prenderanno fuoco. Non dimenticate che nel mese di agosto nella politica internazionale si è aperto un vasto spazio per la Cecoslovacchia.
Approfittiamone.
Firmato : la torcia numero uno”.
L’effetto fu enorme. Il governo, allarmato, convocò immediatamente il presidente del fronte nazionale studentesco, Evzeen Erban, e ordinò severe inchieste in tutte le scuole e facoltà praghesi. Il segretario dell’unione scrittori cecoslovacchi, Haroslav Stifert, rivolse un appello televisivo: “Non dovete credere che non vi sia altra via d’uscita. Vi prego di non pensare, nella disperazione in cui vi trovate, che i nostri problemi possano essere risolti immediatamente.
Voi avete il diritto di fare quello che più vi piace di voi stessi, ma se non volete che ci uccidiamo non uccidetevi”.
Per tutta risposta gli studenti di filosofia emanarono una dichiarazione lapidaria: “L’Unione Sovietica ha aggiunto un altro nome all’elenco delle proprie vittime. I leaders cecoslovacchi hanno tradito l’ideale in nome del realismo politico”.
Il giorno seguente l’atmosfera cittadina era carica di tensione. Le autorità non riuscivano a tenere l’indignazione sotto controllo; una minima scintilla avrebbe potuto provocare una catastrofe. Dall’ospedale, ove il giovane era stato ricoverato, giungevano notizie sempre più allarmanti circa la possibilità di mantenerlo in vita. Intanto, una folla imponente si era radunata nel centro storico scandendo slogan antirussi. Una camionetta sovietica fu rovesciata, e cominciarono ad apparire i primi manifesti: “Cosa possiamo dire di un’epoca nella quale un corpo che brucia porta la luce dell’avvenire?”
L’indomani, nel pomeriggio, l’agenzia Ceteka diffuse la tragica e attesa notizia:
“Alle ore 15,30, in seguito alle gravissime ustioni riportate,”lo studente Jan Palach, di ventuno anni, è morto”, immediatamente dopo, sugli schermi televisivi, apparve la madre del giovane, di nome Libussa, come l’eroina del popolo ceco, la quale piangendo scongiurò gli studenti a non mietere nuove vittime.
Nonostante questo estremo appello, la reazione popolare non si fece attendere. Migliaia di studenti, lavoratori, impiegati, gente comune, si riversarono correndo e urlando verso piazza San Venceslao. Le strade di accesso all’importante arteria parevano letti di fiumi in piena, che riversassero la loro corrente limacciosa in un mare che minacciava ormai di rompere gli argini. Alle 19, un’immensa folla fronteggiava le forze di polizia di fronte al Museo Nazionale. Centinaia di ragazzi e ragazze, colleghi di Jan Palach, impugnando torce incandescenti le cui fiamme oscillavano per il forte vento, attendevano muti l’inizio della manifestazione. Nei loro cuori non c’era desiderio di vendetta, ma amore per la libertà e per la patria.
Uno studente di lettere salì sul tetto di una cabina tramviaria sventolando la bandiera cecoslovacca. A quel segnale un canto lento, profondissimo si levò da tutta la piazza. Nelle strade adiacenti, i vigili urbani provvedevano ad arrestare il traffico; i passeggeri dei tram, degli autobus, delle automobili scendevano dai loro veicoli e anch’essi si mettevano a cantare. In pochi minuti, il cuore antico e moderno di Praga risuonò di quella dolcissima e mesta armonia, quasi una marcia funebre.
Passato il primo momento di commozione, i dimostranti cominciarono a gridare e ad avanzare minacciosamente verso i tutori dell’ordine, decisi a deporre corone di fiori sul luogo ove Palach aveva consumato il sacrificio. Il capo della polizia intimò più volte l’alt, ma i suoi appelli fecero lo stesso effetto di una bottiglia d’olio rovesciata su un mare in tempesta. Vi fu un ordine gridato al megafono; cominciarono ad esplodere i lacrimogeni. In pochi minuti la piazza si riempì di scoppi e di fumo, la gente correva impazzita mentre la polizia si ritirava.
Di lì a poco giunsero rinforzi: le camionette iniziarono una serie di caroselli a sirene spiegate, le autoblindo ricomparvero minacciose.
Arrivarono poi alcuni studenti dell’Università Carlo, ove si era appena conclusa un’assemblea. Invitarono la folla a sciogliersi, a non provocare inutili spargimenti di sangue.
Incredibilmente quell’appello fu ascoltato; migliaia di persone s’incunearono nelle stradine del centro dirette verso piazza della Città Vecchia. Là i gruppi si riformarono; dalla Celetna alla Melantrichova, dalla Karlova alla Parizska, tutte le vie d’accesso al cuore di Praga tumultuavano di folla che innalzava cartelloni, scandiva slogan, intonava canti patriottici. Gli studenti, con le torce accese, avevano circondato il monumento di Jan Hus, eretto in ricordo del suo martirio per l’indipendenza boema. Un immenso manifesto, sorretto da una decina di ragazze, copriva l’intera base della statua. Recava la scritta, in rosso: “Palach e Hus, due torce per la libertà”.
“LA PRIMAVERA DI PRAGA” DI ENZO BETTIZA
Jan Palach era di religione evangelica e apparteneva a un particolare filone patriottico del protestantesimo hussita, quello della Congregazione dei fratelli cechi. Al pastore evangelico, che ha officiato il requiem evocando nell’ora¬zione finale il martirio di Hus, ho posto una domanda sulla partecipazione così diretta e impegnata della sua Chiesa alle esequie di un giovane patriota che resta, comunque, anche un giovane suicida. La risposta non si è fatta aspettare: «Questo che abbiamo onorato e consacrato oggi non è un suicidio comune. È una protesta. È un sacrificio consumato sull’altare della nazione che resterà luminoso per sempre e non solo per noi. È qualcosa di vivo e attivo che Dio non può non accogliere. Perfino le Sacre Scritture distinguono il suicidio di Giuda da quello di Sansone».

nel mese di aprile 2007 sono stata a Praga ed è stato proprio il ricordo di Palach a portarmi li. All’epoca dei fatti ero adolescente ma ricordo tutto con estrea precisione e la sua memoria mi ha accompagnato per tutti questi anni finchè, appunto, nella primavera 2007 ho potuto realizzare il mio sogno e andare a Praga. Appena sono arrivata in piazza san Venceslao, dalla scalinata del Narodmi Muzeum, ho visto la piazza brulicante di turisti e in un batter d’occhio i turisti, nella mia immaginazione, si stono trasformati in carri armati e soldati e ho capito cosa doveva aver provato Palach in quegli anni lontani. Dovevo fare quel viaggio, mi dispiace di aver aspettato tanto tempo, tuttavia ho mantenuto una promessa silenziosa che feci a Jan tanti anni fa. Di andare a vedere il luogo dove era morto e dove era risorta la sua città.
Al ricordo dei giovani che emularono il sacrificio di Jan Palach dobbiamo aggiungere il nome di Jan Zajic , citato dal professor Marco Clementi ( docente di storia dell’ Europa centrale all’ università della Calabria) in una lettera al Corriere del 5 ottobre 2008.
Ancora , per memoria : il fatto che Palach fosse protestante non impedì la celebrazione di un rito ecumenico nella chiesa cattolica di San Tommaso, nè che il vescovo cattolico Francesco Tomasek partecipasse al rito di tumulazione della salma nel cimitero di Olsany , nel giorno in cui l’intera Cecoslovacchia tributò a Jan onori dedicati ad un eroe.