
Il 2 novembre il governo giapponese ha presentato un pacchetto di rilancio fiscale del valore di 17 mila miliardi di yen (circa 105 miliardi di euro) equivalente al 2,9% del Pil, di cui una buona parte sarà finanziata in deficit. Il pacchetto consiste essenzialmente di riduzioni temporanee delle imposte sulle persone fisiche e delle tasse residenziali, nonché di trasferimenti alle famiglie più povere, il tutto al fine di aumentare il reddito disponibile eroso dall’inflazione degli ultimi due anni (attualmente attorno al 3%). Il pacchetto include anche l’estensione dei sussidi per la benzina e alcune misure dal lato dell’offerta come il finanziamento di investimenti in aree strategicamente importanti (aerospaziale, batterie, semiconduttori).
Il Cabinet Office, che produce le previsioni economiche del governo, stima che il pacchetto determinerà un’accelerazione della crescita dell’1,2% all’anno per i prossimi tre anni. È però lecito dubitare di tali rosee previsioni. Questo perché l’output gap è ritornato positivo, mentre il moltiplicatore fiscale in Giappone è notoriamente debole a causa dell’elevata propensione al risparmio. Inoltre, il moltiplicatore concernente riduzioni temporanee delle imposte è di per sé basso. È dunque improbabile che il pacchetto genererà un forte aumento della crescita nel 2024 e negli anni successivi. Il deficit pubblico per il 2024 sarà invece significativamente superiore a quello stimato recentemente dal Fondo Monetario (3,7%). Perché allora il governo giapponese ha optato per uno stimolo fiscale di dubbia efficacia per sostenere l’economia? Dai tempi dello scoppio della bolla finanziaria alla fine degli anni ’80, sovente i pacchetti di rilancio sono dipesi dal political business cycle e dunque dalle scadenze elettorali. Poiché sembra molto probabile che il Primo Ministro Kishida decida di indire elezioni anticipate l’anno prossimo, un pacchetto di rilancio fiscale che mette soldi nelle tasche degli elettori può risultare elettoralmente pagante.
Tuttavia, più di trent’anni di stimoli fiscali hanno finito per avere un impatto notevole sulle finanze pubbliche. La questione è allora se il Giappone, con un debito pubblico superiore al 250% del Pil e un tasso potenziale di crescita attorno allo 0,5% può ricorrere ancora a lungo a pacchetti fiscali discrezionali, anche alla luce del fatto che, da una parte, le spese sociali e sanitarie legate al rapido invecchiamento della popolazione sono in continuo aumento e, dall’altra parte, il governo sta intraprendendo un significativo programma di riarmo.
In questo contesto, può il governo giapponese permettersi burro (in primis attraverso riduzioni temporanee delle imposte), cannoni (finanziati in parte da un aumento permanente della tassazione) e nel contempo vincere eventuali elezioni anticipate? Dopo aver dovuto affrontare forti dissensi in seno al proprio partito (il Partito Liberal-Democratico – LDP), Kishida ha concluso che non è possibile andare alle elezioni con una politica economica che persegue contemporaneamente aumenti e riduzioni d’imposta. Di conseguenza, ha annunciato che, almeno nel 2024, l’aumento delle spese militari non sarà finanziato da aumenti nella tassazione. Nel 2024, le spese militari e il loro finanziamento saranno dunque la variabile d’aggiustamento per far quadrare il cerchio.
Aumento delle spese militari inevitabile
Ci si può chiedere se il Giappone abbia veramente bisogno di quasi raddoppiare le spese militari in cinque anni e raggiungere il 2% del Pil entro il 2027, anche perché, come sottolineato da Antonio Missiroli sul n.161 del Global Watch, “spettacolari aumenti delle risorse da spendere a breve termine possono anche portare a sprechi materiali e altre inefficienze”. Nel caso del Giappone, è chiaro che l’incremento delle spese militari è diventato politicamente inevitabile in seguito all’aumento delle tensioni geopolitiche in Asia orientale. Ma sarebbe sbagliato considerare il riarmo giapponese come il ritorno del revanchismo nazionalista nipponico. Questo era il caso degli anni ’80, quando il Giappone era allo zenit della sua potenza economica. In quel periodo, l’ala nazionalista dell’LDP chiedeva l’aumento delle spese militari e la creazione di un complesso militar-industriale giapponese in grado di mettere in atto una politica di potenza tale da consentire al Giappone di essere autonomo sia dalla Cina che dagli Stati Uniti. “Il Giappone che può dire di no”, per dirla col famoso libro di Shintaro Ishihara e Akio Morita pubblicato nel 1989.
Il Giappone contemporaneo è però tutt’altra cosa, vale a dire una potenza declinante, che deve appoggiarsi a un sistema di alleanze centrate sugli Stati Uniti per garantire la propria sicurezza e la stabilità regionale. Anche raggiungendo l’obiettivo fissato per il 2027, il livello delle spese militari giapponesi non sarà che una frazione dell’ammontare cinese, senza contare che altre potenze ostili, come la Russia e la Corea del Nord, sono attive nella regione. Di conseguenza, in un mondo crescentemente polarizzato, il Giappone non può semplicemente continuare a contare sull’ombrello americano ed è obbligato a investire di più nella propria sicurezza. Dall’altro lato, però, per ragioni di calcolo elettorale e forsanche di efficienza della spesa, il governo giapponese può decidere di scaglionare più a lungo nel tempo questi investimenti, anche perché non saranno comunque decisivi nel determinare gli equilibri politico-militari nella regione. Così facendo però invia segnali contraddittori ad alleati e avversari, finendo per indebolire la credibilità del dispositivo di deterrenza che sta cercando di costruire con gli Stati Uniti e altri partner regionali.
Debito pubblico e mercati
Anche nel caso in cui nel 2024 un (ridotto) incremento del bilancio della Difesa non verrà finanziato in deficit, resta il fatto chei recenti sviluppi indicano una forte riluttanza a prendere decisioni impopolari e una palese assenza di disciplina fiscale nel Paese del Sol Levante. Come mai allora i mercati non reagiscono a tali sviluppi? La ragione principale è che il debito giapponese, per quanto elevato, è lungi dall’essere insostenibile. Nel suo rapporto annuale sul Giappone, il Fondo Monetario Internazionale (FMI) considera il rischio della sostenibilità del debito come “moderato”, essendo metà di esso detenuto dalla Banca Centrale e una buona parte del rimanente da investitori giapponesi che hanno un forte home bias. Inoltre la maturità del debito è molto lunga, il debito è denominato in yen e il Paese ha una bilancia delle partite correnti fortemente in attivo. Le agenzie di rating condividono questa analisi e il rating del debito giapponese è compreso tra A e A+ (per riferimento, il rating del debito pubblico italiano varia tra Baa2 e BBB, nonostante il rapporto debito/Pil sia inferiore di più di 100 punti percentuali).
L’assenza di un impatto visibile dell’elevato debito pubblico giapponese sulla performance dell’economia nipponica sembrerebbe dar ragione alla Modern Monetary Theory (MMT), che sostiene che un Paese non deve preoccuparsi dell’accumulazione del debito per raggiungere i propri obiettivi economici e sociali se questo non genera inflazione. In alternativa, come suggerito da Olivier Blanchard nel suo libro “Fiscal Policy under Low Interest Rates”, quest’assenza d’impatto potrebbe essere dovuta al fatto che in Giappone il tasso di crescita, per quanto basso, è superiore al tasso d’interesse e questo consente di mantenere il fardello del debito sostenibile. Per il momento Tokyo sembra soddisfare sia i criteri dell’MMT che quelli di Blanchard, per cui il debito pubblico non rappresenterebbe un clear and present danger. Tuttavia, il Paese potrebbe essere a un punto di svolta.
Manca un piano coerente di riforme
Vi sono segni che le tensioni deflazionistiche stanno scemando, mentre, con un mercato del lavoro in cui la domanda supera ampliamente l’offerta, la pressione verso l’alto sui salari – appoggiata dallo stesso governo – continua a rafforzarsi. Se questi trend dovessero confermarsi, la Banca Centrale potrà accelerare la normalizzazione della politica monetaria e i tassi d’interesse potrebbero salire al di sopra della crescita. A questo punto, il vincolo fiscale comincerà a diventare più stringente. Per allentarlo sarebbero necessarie riforme strutturali ambiziose, capaci di risollevare il potenziale di crescita del Giappone. Nonostante nel pacchetto vi siano alcune importanti misure dal lato dell’offerta (per esempio incentivi e sussidi in settori strategici per aumentare investimenti e produttività, o l’introduzione di incentivi per favorire l’occupazione full time della manodopera femminile), un piano coerente di riforme volto a innalzare significativamente il potenziale di crescita del Paese resta però il missing link dell’attuale manovra economica.
Per concludere, lo stimolo fiscale introdotto dal governo Kishida si dimostrerà forse sufficiente all’LDP e al suo alleato Komeito per vincere eventuali elezioni politiche anticipate previste per l’anno prossimo. Sul piano economico, il suo impatto sulla crescita sarà però limitato. L’impatto sul deficit e debito pubblico sarà invece significativo, anche se non tale da creare problemi di instabilità finanziaria nel breve periodo. Il peccato originale della manovra economica del pacchetto di rilancio è essenzialmente un peccato di composizione: troppa spesa, troppo poche riforme. Un pacchetto fiscale, più mirato e di dimensioni più contenute, volto a sostenere il declinante potere d’acquisto dei ceti più deboli, aveva una sua ragion d’essere. Tuttavia, avrebbe richiesto di essere affiancato in parallelo da un piano di riforme strutturali molto più robusto e ambizioso. In sua assenza, il governo Kishida spinge il Paese ad assestarsi su un sentiero di bassa crescita. A un certo punto, questa bassa e declinante – a causa degli sviluppi demografici sfavorevoli – crescita non sarà più sufficiente per consentire deficit elevati e garantire nel medio-lungo periodo la sostenibilità del debito pubblico. Quando questo avverrà, scelte difficili e dolorose si imporranno, scelte che avrebbero potuto essere mitigate o addirittura evitate se si fosse agito per tempo.
A cura di Ispi

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