In concorso all’ultimo Festival di Cannes, che l’aveva scoperto e lanciato più di 20 anni fa, il regista Sissako, è anche candidato, sempre con il suo film Timbuktu, all’Oscar come miglior film straniero. Domenica notte sapremo se anche Los Angeles lo impalmerà o dovrà accontentarsi “solo” dei sette Cèsar (una sorta di Oscar francese) su nove che ha ricevuto venerdì sera: fra gli altri regia, sceneggiatura originale, colonna sonora, fotografia, montaggio.
Timbuktu la mitica capitale del Mali, la città di sabbia, come luce e sabbia sono la cifra fondamentale del film. Timbuktu, la città mito nei racconti dei primi europei che la scoprirono, in questa città simbolo di civiltà furono ritrovati i manoscritti di Avicenna . scienziato e padre della medicina vissuto intorno all’anno Mille, Timbuktuè uno dei fragili patrimoni dell’umanità o per meglio dire lo è stata fino al 2012 quando Al Queida la invade, fissa lì il suo quartier generale e distrugge un passato di civiltà e i sogni per un futuro di cultura.
E’ un terremoto quello che ci racconta Sissako, un terremoto attuale, quello della jiad e le sue imposizioni soffocanti e assurde solo per l’affermazione del potere in nome di un dio e del suo profeta. Il film è composto da una serie di quadri di vita quotidiana sconvolta dalla jiad. Tante storie di vita semplice che si intrecciano, storie di gente umile che riesce ad essere felice anche nella povertà, storie di gente che lavora e si accontenta di poco finché in città non arriva un gruppo dissennato di jidaisti con le “loro” leggi e proibizioni in nome del profeta.
Fin dall’inizio Sissiko ci indica qual è il principale nemico contro cui lottano i jidaisti: la cultura in tutte le sue sfaccettature dalla conservazione delle radici culturali di ogni popolo, al rispetto delle tradizioni, al rispetto del culto (entrano nella moschea con le armi).
Un manipolo di sbandati sotto la bandiera resa tristemente famosa dall’ Isis,attraversa un tratto di deserto divertendosi a terrorizzare e sfiancare una gazzella, sparandole contro. Stanchi del gioco idiota si sfogano usando come bersaglio i simulacri del loro passato, statue lignee risalenti agli albori della loro civiltà. Un paese di luce e di sabbia, una città all’improvviso triste, gli abitanti ridotti ad ombre mentre un miliziano con megafono percorre la città informando sulle nuove leggi, sui divieti: “vietato fumare, vietato fare e ascoltare musica, vietato cantare, vietato giocare al calcio” . Assurde le pretese e le condanne : alla ragazza che vende il pesce e deve pulirlo, viene imposto di portare i guanti perché nessuna parte del corpo di una donna sia esposta allo sguardo degli uomini, alla ragazza sorpresa la sera a cantare vengono inflitte 40 frustrate,una coppia che convive senza essere sposata viene condannata alla lapidazione, come se fosse sbagliato amare, la storia è veramente accaduta e Sissoko dice che ha pensato di inserirla nel film perché indignato dal fatto che nessuno ha fatto parola di questa lapidazione. La lapidazione, per rendere meno cruenta la scena già orrida, viene mostrata in un montaggio alternato con la danza di un uomo davanti alla strega/folle , un uomo che simula le movenze di un uccello che tenta di prendere il volo, quasi ad estraniarsi dall’”idiozia”di una shayria a danno di un popolazione pacifica.
“Io sono il terremoto “ grida la folle/strega del villaggio, l’unica donna che può dire e fare quello che vuole (c’è la credenza che facendo del male a un folle, la sua pazzia si trasferisce su chi lo ha colpito).
Un film in un certo senso anche sul multiculturalismo, infatti anche se si tenta di imporre l’uso di una sola lingua, l’arabo, in nome del dominio e del potere totale, nel film si parlano ben sette lingue e dialetti rendendo necessario l’uso dei sottotitoli.
Il film finisce come è cominciato solo che al posto della gazzella che fugge fino ad essere uccisa o farsi scoppiare il cuore, c’è una ragazza che fugge correndo fra le dune inseguita dagli spari dei jidaisti a bordo delle loro jeep.

Lascia un commento