Il film di Spielberg pone allo spettatore tre domande fondamentali:
– Una testata giornalistica a conduzione familiare può diventare grande pubblicando i “Pentagon Papers” strettamente riservati? Evidentemente, proprio per la libertà di stampa, è tenuta a farlo. E lo può fare, nonostante le eventuali contraddizioni, laddove la democrazia è grande.
– Resta ora da chiedersi se quella statunitense sia veramente una grande democrazia !
-L’editore del Post avallerà le decisioni del direttore?
Editore donna, che incidentalmente si trova con tale qualifica, infatti era il marito di Katharine Graham (Meryl Sreep) il prescelto dal suocero fondatore della testata, ma, incidentalmente è lei donna ad aver assunto tale carica e tale responsabilità, proprio nel momento in cui il giornale viene quotato in borsa per poter contare sulle banche;
Certo presidenti da Truman a Nixon sono colpevoli di aver taciuto che la guerra in Indocina sarebbe stata persa in partenza, ma occorrono migliaia di morti per affermare la forza delle idee occidentali.
Gli studi segreti del ministro McNamara sono lì a dimostrare come la guerra sarà irrimediabilmente perduta ma, per il capo della Casa Bianca, sono scritti per la posterità non per il 1971. Allora entrano in ballo i valori, l’articolo primo della costituzione che prevede la libertà di raccontare la verità al popolo americano e il “perfido” Nixon usa come carte igienica tale articolo, o almeno più o meno così si esprime il direttore Bren Bradle (Tom Hanks).
Redattori, tipografi, segretarie, collaboratori, sconsigliano vivamente Catharine Graam di buttarsi in una impresa simile, lo stesso New York Times, che per primo ha avuto accesso a tale fonte esplosiva è stato diffidato dal continuare l’inchiesta e se la fonte è la stessa, per il Post si profila il reato di collusione. Risultato? Prigione, addio finanziamenti e fine del giornale e lei alla fine potrebbe essere la sola a pagare: il direttore andrà in un altro giornale e i redattori pure, ma lei? Un bel dilemma per l’editrice che vive per il giornale fondato dal padre ed è amica personale dell’ex ministro Robert McNamara, Tra telefonate pressanti dei consiglieri timorosi, dito sul pulsante verde pronti dare il via alle rotative oppure soprassedere, si attende la sua decisione.
Finalmente si parte e, allo spettatore di tanti film di ambiente giornalistico, una vocina sussurra: “è la stampa bellezza!” anche se questa volta Bogart non c’è, ma c’è un rancoroso “cattivo uomo”, così l’aveva definito lo stesso Mc Namara, che farà a pezzi il giornale.
Finalmente arriva il processo.
La Corte Suprema dirama la sua sentenza: assoluzione ”la libertà di stampa è al servizio dei governati e non dei governanti”.
La democrazia, alla fine ha vinto, la Graham afferma che mai più si butterà in una impresa simile e…il film si chiude con il profilarsi dell’affair Watergate!
Nixon docet e Trump impara velocemente; Spielberg sentiva l’urgenza di girare questo film per parlare appunto di un altro capo di stato che attacca i giornalisti e limita la libertà di stampa, e della questione delle donne .
Sembra quasi che seguirà il film Tutti gli Uomini del Presidente. Non è così e po’ dispiace, per adesso godiamoci la solida regia di Steven Spielberg, le riprese rigorose ed essenziali del film, le prove attoriali di tutto il cast artistico di gran livello e…ragioniamo ancora un poco sulla solidità della democrazia.
Buona visione!
Maria Rita Monaco

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