Tanti i film chiamati a rappresentare l’Italia alla 68^ Mostra del Cinema di Venezia, divisi fra le varie sezioni dal Concorso alle varie sezioni: “Controcampo”, “Orizzonti”, ”Settimana della critica”, “Giornate degli autori”, passando attraverso il Fuori concorso. Su tutti svetta alto, e non poteva essere diversamente, Crialese, il regista della magia del mare, il regista che da “Respiro” in poi, con le sue inquadrature da esperto conoscitore della macchina da presa ci fa sognare e spesso desiderare di poterci inabissare e perdere nel mare che lui ama e che noi non possiamo fare a meno di amare, rispettare temere allo stesso tempo. Molti dei film italiani affrontano, finalmente, problemi attuali: tema principale l’immigrazione. L’arrivo dei clandestini, le leggi che regolano il passaggio, la volontà di rispettare, nonostante tutto, la legge del mare (Terraferma), la legge che hai dentro sia tu un prete (Il villaggio di cartone), sia tu un pescatore (Io sono Li).
TERRAFERMA. Due interpreti di grande spessore, due madri che cercano e vogliono il meglio per i loro figli, due donne che si incontrano e scontrano quando i desideri dell’una sembrano intaccare e vanificare i desideri dell’altra, ma il tutto si trasforma in solidarietà davanti a chi cerca solo la sopravvivenza, una vita. Donatella Finocchiaro e Timnit hanno illuminato la scena l’una con le parole l’altra con i lunghi silenzi, si è espressa con gli occhi e dal suo sguardo emerge prepotente l’anima di una donna che vuole, con tutte le sue forze, un futuro per il figlio che deve nascere.
Timnit nella realtà è una dei 3 sopravvissuti dei 76 occupanti di una barca che è rimasta in mare tre settimane, è incinta e non era a Venezia perché, finalmente in Olanda, paese dove voleva andare, sta aspettando la nascita del figlio, Timnit, che Crialese ha visto in foto dopo lo sbarco e ha voluto subito nel film che stava ancora scrivendo, secondo le dichiarazioni dello stesso regista ha cambiato la sua vita, ha brillato di luce propria; venendo da un inferno di violenza e paura ha raggiunto quello che definisce il suo paradiso.
Emoziona il film di Crialese che racconta, ancora una volta, il mare di una Sicilia amata con una magia visiva che affascina. Crialese si conferma come colui che sa narrare storie senza mai cadere nel buonismo e nella retorica, ci riporta storie che rispondono alle domande sul mondo con il rigore che lo caratterizza. Due donne dicevamo, una vuole lasciare l’isola (sembra Lampedusa ma si tratta di Linosa con la sua sabbia nera di origine vulcanica) per dare un futuro diverso al figlio, l’altra sbarca ma il suo è un approdo temporaneo. Fugge dalla Libia dove ha subito la prigione e la violenza che l’ha resa madre e vuole andare in Olanda. Tentano di nascere amori nell’isola invasa dai turisti, amori che muoiono travolti dalle onde della tragedia. Toglie il fiato la scena in cui dal nero del mare, grazie alla lampada della barca di Filippo che sta portando Maura a fare una gita, emergono, quasi esseri infernali (e da un inferno di disperazione provengono) gli immigrati abbandonati da una delle tante carrette del mare: l’indomani sulla riva arriverà, tra i villeggianti che Nino porta al largo con la sua barca, impegnandoli in una gara di tuffi, il cadavere di uno dei disperati naufraghi. (Ma siamo anche abituati a vedere e sapere che italiani ed europei in generale, continuavano ad affollare le spiagge della Croazia anche quando a pochi kilometri di distanza si bombardavano i mercati e si massacrava la popolazione).
Crialese ritrova l’interprete dei suoi film, quel Filippo Pucillo che ha cominciato a lavorare con lui a 9 anni, mentre affida a Beppe Fiorello la parte del “cinico” che cerca di cambiare il destino dell’isola ignorando i “clandestini” o minimizzando la loro presenza.
Non è politico, non ha tesi politicamente corrette da portare avanti il film di Crialese accolto con applausi dalla critica e con otto minuti di applausi dal pubblico in sala. Presenta solo l’incoerenza di una legge che vorrebbe mettere a tacere la coscienza prospettando arresti e sequestro di pescherecci a chi aiuta gli “uomini in mare”.
“E chi l’avimu lassari a moriri no mari?” chiede il vecchio Ernesto, pescatore da tutta la vita, al nuovo capo della finanza che mette sotto sequestro la sua barca accusandolo di favoreggiamento della clandestinità per avere portato in salvo alcuni naufraghi.
Il film è già nelle sale. Da vedere, da amare, da far vedere. Un film che invita alla riflessione e alla discussione¸ qualcuno lo giudicherà eccessivamente politicamente corretto, altri lo osanneranno. A me basta pensare che è un film visivamente poetico e dalla parte degli “ultimi” non sempre e non necessariamente i più buoni ma come tanti di noi.
IL VILLAGGIO DI CARTONE.
Accanto al film di Crialese quello di un grande Maestro (un auspicio per il primo e non certo una mancanza di rispetto per il secondo), forse uno degli ultimi Maestri del nostro cinema, uno che non ha preso il Leone d’oro alla carriera (2008) come una sorta di buonuscita, una maniera per mettersi tranquillo a guardare. Ha ancora tante cose da dire Ermanno Olmi ed eccolo sbarcare a Venezia dove ha preteso che il suo film fosse inserito nella categoria Fuori Concorso. Da vero maestro (non solo perché sa dirigere al meglio gli attori, non solo perché conosce a perfezione i movimenti di macchina, l’uso del grandangolo, l’importanza dei piani sequenza, le dissolvenze ma anche e soprattutto perché ha una sua visione della vita e usa il linguaggio del cinema per manifestarla e diffonderla) non ha bisogno di altri premi per continuare ad occuparsi degli “ultimi”, dei più deboli, dei diseredati della terra, presentati sempre in tutta la loro dignità, lontano da falsi pietismi.
Un prete abbandonato sui gradini dell’altare, quasi un sacco vuoto e ormai inutile, inizia così il film, con la macchina che si avvicina fino ad un primo piano ripreso dal basso verso l’alto in una chiesa dismessa (forse per mancanza di fedeli, forse per un cambiamento di linea di governo); un prete disilluso che non sa più credere e che ritrova la voglia di lottare, ritrova quella fede che credeva di aver perso, quando la croce che sovrastava l’altare è strappata via dal braccio meccanico di una gru, quasi un senso di sconfitta e di annullamento di tutto quello seguito fino a quel momento. Ritrova quel Dio che sentiva ormai troppo lontano nel momento in cui la sua chiesa diventa il rifugio, un porto, per immigrati di passaggio. Alcuni cercano un paese diverso dove far nascere e crescere i propri figli. Altri pensano di opporsi “alle pance piene di cibo” con le “pance imbottite di esplosivo”.
Davanti al piccolo villaggio allestito nella chiesa ormai sconsacrata inizia la rinascita del prete “Il vuoto che percepivo era il dubbio dentro di me…Dio taceva”.
Una serie di primi e primissimi piani mai invasivi ma necessari per avvicinarci ai personaggi. Ogni inquadratura è un quadro di arte sacra; le donne con la testa velata sono le Madonne della Natività con in braccio i loro piccoli o le Madonne della Pietà quando accolgono fra le braccia i mariti malati o feriti ma dai loro occhi emerge un unico scopo: andare verso un paese che possa accogliere.
Un occhio particolare quello di Olmi da sempre abituato e attento ai più deboli, ai perseguitati, ai derelitti, ai dimenticati. “Ha mai provato a pregare?” – chiede il vecchio prete al dottore che non ha mai frequentato la sua chiesa – “Sì, da bambino, in un campo di sterminio”.
Parole semplici ma forti quelle che Olmi fa dire al prete, interrogato dal capo delle squadre di controllo, alla ricerca di clandestini. “Quando la carità è un rischio, quello è il momento della carità”.
Non certo un attacco alla Chiesa quello di Olmi ma un pacato invito a riconsiderare il significato della parola carità e a una sua corretta applicazione.
In uscita il 7 ottobre. Da non perdere.
Maria Rita Monaco

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