Pure essendo prologo doveroso e necessario il riconoscimento alle dignità di presenza, di opera, di possibilità di ogni essere umano vivente, una interpretazione dei fenomeni immigratori – specie se a valenze epocali – non può e non deve sottrarsi ad avere come filtro le ragioni esistenziali, culturali, psicologiche che li sostengono e motivano.
Su queste ragioni causali, primigenie, trovano appiglio le successive manipolazioni economiche che incardinano nuove e diverse motivazioni esistenziali, culturali, psicologiche. Poi, scusanti e, poi, altre manipolazioni; in una spirale di stravolgimenti continui con cui si perviene a nascondere, proditoriamente, le ragioni originarie.
Si affonda, così, in un miscuglio di giustificazioni, compiacimenti, incertezze che non hanno nesso con alcuna dignità o onore. Miscuglio che è la confusa attivazione della intolleranza. Alla fine, senza preavviso, della negazione di sé.
Dovremmo e dovremo saggiare l’esperienza di accumulo dei percorsi intersociali su cui si sono figurate le società moderne e la modificazioni dell’imperio: da ebbrezza della forza a esortazione religiosa, da bisogni della vita a alterazione delle necessità.
Attraversando, per esse, il tribalismo e l’esclusionismo, lo schiavismo e l’espansionismo, lo stanzialismo e il trascendentalismo, il nomadismo e il fedualismo.
Paradigmi -e metafore-, sempre e comunque, di ogni fenomeno migratorio. Anche nella contemporaneità.
Sappiamo, ma ci neghiamo, che ogni uomo nasce in una terra. Sua propria giacenza e giacimento di risorse, affetti, memorie.
Sappiamo, ma ci neghiamo, che questa terra sia una terra negata quando l’uomo ne è allontanato. Per usurpazione, per devastazione, per famelicità, per appropriazione e sfruttamento delle risorse: utilità per il profitto di ceti o clan interni o di mire espansionistiche di gruppi nobili ed economici esterni. Ancora, perché no, per incapacità o impossibilità di adattamento; anche, di tutela.
Sappiamo, ma ci neghiamo, che in una contemporaneità (di svolgimenti storici) di disvalori estetici e tecnologici, si consolidi il fascinoso della terra mitica. La terra dalle mura scintillanti d’oro e dalle messi rigogliose e dai frutteti profumati. L’abbaglio viscerale subordina la ragione mentale ad essere protagonisti artefici della terra di se stessi. Edificatori pacifici del riscatto dai bisogni.
Sappiamo, ma ci neghiamo, che la divinità , nella motivazione ultra umana, carpisca a sé la terra delle sue profezie, la terra del suo discorso, la terra mistica da preservare. Terra, verso il cui possesso si muove l’imposizione della conversione e dell’osservanza per i ceti nobili e servili della professione di fede. Ancora, per le terre sciamaniche dei sortilegi magici tra la immanenza degli spiriti.
Per e sulle ragioni esistenziali, culturali, psicologiche – poi manipolate- significanti il valore di sé nel rapporto con la terra mitica, la terra mistica, la terra negata, si sono svolti i flussi migratori, dalle origini.
In un frammisto di sovrapposizioni genetiche. Foriere e afflitte, però, da dimenticanze e, finanche, rancorose non verso il diverso di sé, ma verso la memoria di sé.
Questo sapere, questo riflettere, è un prologo che è, anche, metafora di contemporaneità; dove la terra è l’ambiente, il clima, l’esponenziale demografico, l’energia, l’uso delle tecnologie, la conoscenza scientifica, la produttività, la comunicazione.
Le migrazioni protettive dalla terra negata, le migrazioni viscerali verso la terra mitica, le migrazioni ossessionate verso la terra mistica, quindi, la desertificazioni umana della coscienza della propria terra, possono – e devono- essere distolte dal farsi nella paura, nel terrore, nell’ossequio, nel sortilegio, nella illusione, nello spreco dell’esistente.
Garantendo le popolazioni tese alla migrazione da saccheggi e spoliazioni di identità.
Garantendo la fertilità della loro terra e dei prodotti che se ne traggono, nella libertà di costumanza e di critica che quella terra ha loro naturalmente concesso, per la dignità e l’onore di ogni vita.
Ma, questo è un discorrere, dalle premesse, su una impellente rivoluzione di metodo e di fine; nei rapporti etico/morali, politici, laici, della comunità umana.

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