La serata del debutto lucchese di questa TOSCA che, per la produzione, porta la firma dei tre teatri toscani della costa, Pisa, Lucca e Livorno, ci aveva lasciato l’amaro in bocca: tutto complessivamente troppo bello per vederlo “sciupato” da una performance deludente di uno dei protagonisti, il tenore madrileno Enrique Ferrer.
Abbiamo quindi approfittato della recita al teatro Verdi di Pisa per riascoltarlo, nella speranza che si fosse trattato di un “incidente di percorso” come può accadere a chi si mette in gioco ogni sera senza paracadute contando sul proprio strumento, la voce, assai delicato nonostante le attenzioni che gli vengono rivolte.
Intanto dobbiamo riconfermare il giudizio che avevano espresso nel corso della prima lucchese: un contesto scenografico di grande impatto emotivo a firma Ivan Stefanutti (regia, scene e costumi) aiutato da un Visual designer come Ezio Antonelli ed un Light designer come Marco Minghetti, un cast di eccellente qualità e di grande omogeneità, un’orchestra supercollaudata com’è l’Orchestra della Toscana diretta con grande competenza e passione dal M° Marco Guidarini… Insomma, tutti gli ingredienti giusti per fare di questa serata una piacevolissima serata.
E questa volta all’appello non è mancato neppure lui, il pittore patriota Mario Cavaradossi che il tenore Enrique Ferrer ha interpretato con la voce ed il piglio giusto restituendogli tutta la grandezza di un personaggio che Puccini ha così ben tratteggiato nella partitura.
Sì, grande personaggio Cavaradossi,
uno di ” quei cani di
volterriani nemici del santissimo governo –
come dice con disprezzo il sacrestano, con i quali – non s’ha da metter voce!…” ;
colui che “… sai bene l’arte di
farti amare!” secondo Floria Tosca, sua innamorata e amante; “L’amante di Tosca! Un uom sospetto! Un
volterrian!” secondo Scarpia. In ogni caso un patriota che, se pur
dedito all’arte e alla pittura, non dimentica né gli amici né i nemici,
offrendo ai primi, Cesare Angelotti console della caduta Repubblica Romana,
asilo e aiuto senza limiti fino alla morte e agli altri, il Barone Scarpia,
“Bigotto satiro che affina
colle devote pratiche la foia libertina e strumento al lascivo talento fa il
confessore e il boia!” l’odio e il desiderio di vendetta “…L’alba vindice appar che fa gli
empi tremar! Libertà sorge, crollan tirannidi! Del sofferto martîr, me vedrai
qui gioir… Il tuo cor trema, o Scarpia, carnefice!“
E Enrique Ferrer lo ha interpretato come merita, voce e cuore, per raccontarlo ad un pubblico numeroso che ben conosce questo capolavoro pucciniano e, esigente, attende al varco i protagonisti di questa storia.
Ottima la performance del baritono coreano Leo An: la voce, potente ed espressiva, rende giustizia a questo “cattivo per antonomasia” fornendone una lettura misurata ed efficace.
Bella anche la prova della soprano Daria Masiero che da voce ad una Tosca di grande temperamento e di bella presenza; una Tosca capace di misurarsi col “mostro” Scarpia “… L’empio mostro dicea: già nei cieli il patibol le braccia leva! Rullavano i tamburi… Rideva, l’empio mostro… rideva… già la sua preda pronto a ghermir! … Lì presso luccicava una lama… Io quella lama gli piantai nel cor.” e di abbandonarsi ai più dolci pensieri ” … Al tuo fianco sentire per le silenziose stellate ombre, salir le voci delle cose!… Fiorite, o campi immensi, palpitate aure marine nel lunare albor, piovete voluttà, volte stellate! Arde a Tosca folle amor!“.
Ma, torniamo volentieri a sottolinearlo, accanto a loro tutto il cast ha mostrato una buona vocalità: Gabriele Ribis, Angelotti, Donato Di Gioia, il sacrestano, Saverio Pugliese, Spoletta, Marco Innamorati, Sciarrone, Lorenzo Nincheri, un carceriere.
Non meno pregevole è stato il Coro Ars Lyrica diretto dal M° Marco Bargagna e quello delle Voci Bianche del teatro del Giglio e della Cappella di Santa Cecilia diretti da Sara Matteucci.
Nell’occasione, con Ivan Stefanutti abbiamo approfondito alcuni argomenti in questa intervista.
– Qual è il suo approccio alla regia di un’opera di cui ha già fatto regia in altre occasioni?
È sempre un ‘ottima opportunità per continuare ad approfondire la ricerca. Avere affrontato la stessa opera in altre occasioni consente di partire ad un livello avanzato, senza tuttavia dare nulla per scontato. Ci sono sensazioni ed intuizioni che sorgono improvvise dalla rilettura del testo o dall’ascolto della partitura e aprono nuovi orizzonti al racconto dell’opera in teatro.
– In che modo si interfaccia con il direttore d’orchestra e con il cast nella preparazione dell’opera?
Le scelte registiche ed estetiche vengono regolarmente condivise con il Direttore. È fondamentale avere un punto di vista comune affinché lo spettacolo evolva organicamente e con equilibrio. La componente musicale e quella visiva debbono andare nella stessa direzione. Successivamente questa comunanza di visione si allargherà al cast.
– Lei usa “gestire” anche scene e costumi: a cosa è dovuta questa scelta?
Per il mio modo di costruire lo spettacolo, questi elementi sono un tutt’uno e mi sono ben chiari in mente. Quindi è naturale che pensi al progetto nella sua interezza.
– Fedeltà o originalità nella scelta registica di un’opera? Rispetto per il compositore o bisogno di raccontare cosa c’è “oltre” ciò che il compositore stesso ha scritto?
Ritengo che bisogna amare e cercare di capire le opere che si mettono in scena. Molto spesso non servono sovrascritture per accompagnare la narrazione. Ma studiare è fondamentale.
– Veniamo a questa Tosca: perché evidenziarne l’aspetto “gotico” rispetto ad altre chiavi di lettura?
È una vicenda molto oscura che si svolge in una città piena di ombre pericolose che mi hanno portato a sentire i passi delle spie nella notte.
Come ho avuto modo di dire, la Roma che ho pensato per questa Tosca è una città quasi gotica fatta di desideri malsani e tragici epiloghi, dove l’amore è solo un episodio di passaggio. Sono palazzi di potere, cupi e sinistri. Edifici dove si stratificano memorie inconfessabili, si nascondono i documenti pericolosi e dove si abusa. Sono il centro oscuro della città. Una città non solare, dove per sopravvivere bisogna non vedere, ma guardarsi alle spalle
– A quali testi si è rifatto per questa ambientazione: in generale quali letture la conducono verso le sue scelte registiche?
Non c’è una regola nell’affrontare un nuovo progetto. Talvolta è la suggestione musicale, altre è la parte letteraria o altro ancora.
– La presenza degli stessi elementi scenici nei primi due atti, pur diversamente disposti, segue una logica di “ambientazione emozionale”. Nel terzo atto, però, pur considerando la continuità emozionale, forse risultano eccessivi, quasi barocchi, sottraendo quel luogo, Castel Sant’Angelo, a quella essenzialità che prevale nei luoghi di detenzione. A cosa la scelta di riproporre anche lì le scenografie dei due atti precedenti?
La cifra estetica si rifà ad un ingombrante barocco fatto di marmi funerei. Nei primi due atti è molto evidente, e non viene abbandonata nemmeno in seguito. Non dimentichiamo però, che tutta la prima parte del terzo è pervasa dall’atmosfera dove la protagonista è Roma nella sua incantevole aurora mattutina. Non si percepisce la prigionia, ma la malinconia di una fine imminente.
– Vorrebbe, per il pubblico dei miei lettori, “raccontare” se pur brevemente chi sono per lei Tosca, Cavaradossi e Scarpia?
E’ un terzetto di assi. Ognuno ha una visione precisa della vita. Scarpia addirittura ne fa una filosofia che enuncia con soddisfazione nel secondo atto. Tosca è una donna dalle varie sfumature. Può avere atteggiamenti adolescenziali pur essendo una donna, avere un coraggio sfrontato e crollare davanti tortura del suo amato bene. Cavaradossi si divide tra morale politica, amore e bellezza.
– Le figure di contorno ai protagonisti, in questo caso ad esempio Spoletta, il sagrestano, Angelotti, sono un po’ “trascurati” dal regista, o diventano “macchiette” (caso sagrestano e Spoletta). Lei invece, anche nelle altre opere che ho avuto modo di vedere, tende a tracciarne una personalità precisa e rispettosa. Quanto per lei queste figure sono importanti nell’economia complessiva dell’opera?
I secondi ruoli o comprimari sono fondamentali per costruire la narrazione e, come ogni personaggio, hanno bisogno di essere approfonditi. Anche le più piccole parti, se sono state scritte, hanno un significato e una funzione. E costruendo la loro psicologia e fisionomia, si narrano meglio le vicende che, a volte, non sono così facili da seguire.
– Secondo lei chi ha “vinto” in Tosca? Il potere di Scarpia che si perpetua oltre la sua morte, o il desiderio di libertà di Tosca e Cavaradossi nonostante la loro morte?
Purtroppo non vince nessuno. Un omicidio, una esecuzione e un suicidio non si possono definire delle vittorie. Protagonisti e sentimenti questa volta ne escono sconfitti. Vince solo la musica, meravigliosa e coinvolgente che ti abbraccia con forza fin dal primo momento.
Stefano Mecenate












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