L’allarme ha più di due anni. Ma quel che è più grave è che per aggredire il problema non si è fatto quasi niente. Lavoro che scompare e generazione persa. Giovani laureati che non lavorano, giovani diplomati che non studiano e non lavorano. Lavoro che scappa e lavoro che non cerca manodopera. Avanti di questo passo la generazione che perdiamo non sarà solo una ma forse due o tre. Risalgono al 2008 e 2009 le prime ricerche sull’allarme generazione a lavoro zero. Tra dati Istat e ricerche Censis ci siamo riempiti la bocca e dibattiti ma non abbiamo fatto pressoché nulla per risolvere il problema. Perché? Molte potrebbero essere le risposte. Dall’assenza di risorse all’assenza di attenzione, dal menefreghismo politico alla distrazione imprenditoriale, alla frantumazione sindacale, fato sta che la generazione giovani 16- 29 è ancora quella più massacrata. Anche dalla dimenticanza. E noi vecchi, fra un po’, dovremmo invocare la ”perdonanza”. Brutta storia questa della generazione persa. Se n’è occupato l’altro giorno, in apertura, anche il Times Every one in five: young, jobless and with little hope. E ha fatto anche un esperimento: ha preso sei giovani e ha provato a cercare lavoro con loro, rilevando problemi e difficoltà a non finire. Scrive The Times “Gli economisti prevedono che ci sarà presto milione 16-24-year-olds disoccupati, con scarse prospettive di miglioramento a breve termine, dato il basso tasso di crescita” Una forte fortissima preoccupazione anche in giro per l’Europa dunque. Non è un fenomeno solo italiano. Ma questo non ci deve assolvere in partenza. Il Times ammette che c’è l’effettivo terrore (preoccupazione) di creare una “generazione perduta”, quindi ha fatto una prova, ha stimolato e aiutato “sei giovani disoccupati a trovare lavoro in due settimane con l’aiuto di esperti. I risultati hanno evidenziato le difficoltà che devono affrontare per ottenere posti di lavoro e di come alcuni sono mal preparate per la sfida”. Noi in Italia abbondiamo in pagine di offerte e ricerche lavoro che però danno lavoro quasi solo alle agenzie. Di pubblicità. Annotava argutamente Roberto Mania su Affari e Finanza del novembre 2009 che “stiamo vivendo la prima recessione nel mercato del lavoro dualistico: da una parte i lavoratori standard, tendenzialmente protetti da un sistema di ammortizzatori sociali ideati in pieno Novecento, ritagliati sul lavoratore maschio della grande impresa del nord ndustriale; dall’altra gli atipici, giovani, flessibili, precari, praticamente senza tutele, figli dell’apartheid contrattuale, quelli, insomma, della generazione paraoccupata o “zero lavoro”, poco rappresentata e assai poco visibile. La crisi sta colpendo gli uni e gli altri, imbriglia i primi nell’illusione della cassa integrazione presa a dosi massicce, collocandoli ancora tutti tra le file degli occupati per quanto a orario ridotto se non azzerato; abbandona i secondi, tagliando forse definitivamente la prospettiva dell’ingresso nella cittadella, un tempo, degli insiders. È una silenziosa mutazione quella che sta avvenendo nel mercato del lavoro. I “vecchi” occupano le fabbriche con le ciminiere spente, i giovani si ripiegano, licenziati a riflettori spenti” In attesa che anche da noi qualche bel giornale invece di occuparsi solo di teatrini della politica, che ahinoi lasciano sempre il tempo che trovano e l’amaro in bocca, si ingegni di promuovere inchieste sul lavoro che non c’è a contatto con i giovani che lo cercano, è giusto segnalare che in giro qualcuno si muove. Ad esempio il programma Spinner 2013 ha scoperto e continua a scoprire talenti che con finanziamenti e borse sviluppa buoni contatti tra giovani e aziende, nuove imprese. . Dottorati di ricerca, formazione, inserimento, affiancamento per 20 mila talenti in dieci anni. Una goccia nell’oceano ma qualcosa si innesca. Di fiducia.
Fabrizio Binacchi

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