Non è poi così paradossale, come appare a prima vista, la boutade golpista di Asor Rosa con cui ci siamo misurati in questi giorni, e non perché abbia contenuti condivisibili, sia chiaro, ma semplicemente perché si innesta in un generale clima di disfacimento che non ha neanche la dignità del gesto anarchico, che potrebbe persino avere una propria grandiosità, ma che è invece l’ultima cialtrona conseguenza di una catena di scelte sciagurate ormai irreversibilmente dirette verso il precipizio.
La natura consociativa del sistema democratico italiano, negli anni saldamente consolidata sulle basi del familismo, del clientelismo, della connivenza omertosa e partitocratica, ha abdicato dall’inizio ad una missione che invece sarebbe stata fondamentale, ovvero quella di instillare, crescere e formare nei cittadini una educazione reale e fertile al sentimento stesso della democrazia che, a causa delle vicende storiche precedenti alla nascita della repubblica, ci era del tutto ignoto persino nelle sue basiche espressioni. Una democrazia appena nata, che voglia crescere e rafforzarsi su principi condivisi e valori di riferimento comuni, non può infatti prescindere dalla maturazione delle proprie risorse umane, accettandone anche le evoluzioni non previste, le diversità non omologabili, le alternanze salutari, le rivolte generazionali, se comprese e rielaborate in un sistema aperto ed elastico in grado di adattarsi ai mutamenti della contemporaneità. Invece noi abbiamo semplicemente cristallizzato tutto in un eterno immutabile presente, del tutto atemporale, mascherando la conservazione sotto un apparente mutamento, passando dalla Prima alla Seconda Repubblica con spericolati e superficiali cambi di nome – nome dei partiti, nome di un sistema – senza che in realtà non un solo autentico cambiamento incidesse sullo stato di cose precedentemente stabilito e senza, soprattutto, che una profonda consapevolezza culturale, intellettuale e morale guidasse le scelte di coloro che del potere hanno fatto l’uso peggiore, quello della rendita di posizione ad oltranza, senza mai porsi il problema dell’oltre – dopo di noi il diluvio, potrebbe essere il vero motto della nostra sgangherata repubblica. Non ci stupisce, dunque, se nella generale incultura democratica che ci caratterizza, si verificano quotidiani equivoci all’apparenza persino innocui, nella loro palese mancanza di senso e buon senso, ma in realtà estremamente pericolosi per la ricaduta che hanno sulla cosiddetta opinione pubblica, costantemente bombardata di informazioni ma sempre più priva dei necessari filtri con cui leggerla e possibilmente decrittarla. La carenza ormai endemica di un sistema di valori certi di riferimento, di uno spirito critico radicato, di una identità culturale forte, ci porta a prendere epiche cantonate senza però saperle riconoscere – è significativo in questo senso l’equivoco protratto ormai da mesi riguardo le rivolte in Egitto e Tunisia, insistentemente spacciate per “rivoluzioni”, come se nel frattempo avessimo perso persino il significato primario di un termine che pure è nato in Occidente. Tanti, troppi, chi furbescamente, chi ingenuamente, guardano con ammirazione ai tunisini ed agli egiziani, arrivando persino ad invocarli come esempio da seguire, senza neanche fermarsi a considerare che sono figli di paesi anagraficamente giovanissimi che in comune con noi hanno solo la vorace proiezione sulla via della comunicazione veloce in Rete, e che considerarli “rivoluzionari” sottolinea solo la nostra incapacità a misurarsi con il presente ed a leggerne con chiarezza le svolte che bruscamente impone. Mentre dovremmo in realtà prendere atto che paesi fortemente influenzati dall’ integralismo musulmano, dove non c’è alcuna nozione di democrazia e di libertà responsabile, dove i giovani sono in grado di raccontare la realtà sui social networks e caricando i filmati su Youtube ma non hanno mezzi né culturali né intellettuali per elaborarla e quindi governarla in termini di vera crescita sociale e civile, andrebbero aiutati e persino guidati, non guardati come fenomeni da ammirare quando non sappiamo nemmeno – e alzi la mano chi davvero pensa di poter fare oggi una previsione realistica sui futuri sviluppi degli eventi – come si comporteranno messi di fronte ad una parvenza di libere elezioni, intanto che la propaganda dei Fratelli Musulmani è martellante e guadagna ogni giorno aree preoccupanti di consenso laddove non esiste neanche la nozione di stato laico.
Ma per far questo, dovremmo essere ciò che non siamo, ciò che pervicacemente non siamo voluti diventare, ovvero une democrazia matura e responsabile, dotata dei necessari anticorpi contro gli “ismi” di ogni genere, e dunque in grado di rinnovarsi e governarsi con consapevolezza, autonomia e senso profondo di appartenenza ad un sistema culturale, civile e sociale da difendere continuando a farlo crescere nella modernità.
Invece – invece ci balocchiamo con i golpe, i manifesti che rievocano le Br, le sparate sempre più grosse da una parte all’altra della barricata ideologica che ci ha ormai seppelliti, e muoriamo sconfitti dalla nostra immane vecchiezza. Che non è generazionale, ma sta nella paralisi delle menti e delle opere, in ciò che non abbiamo fatto e continuiamo a non fare, nella negazione stessa della nostra esistenza in vita. Siamo come una stella lontana – ne vediamo la luce quando è già morta. In memoria dell’italico Stellone che fu.
ChiBo

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