
Ieri, domenica 14 dicembre 2025, a Sydney, sulla spiaggia di Bondi, durante un evento pubblico per Hanukkah, qualcuno ha trasformato una festa in un bersaglio. Famiglie, bambini, anziani. Una menorah accesa per celebrare la luce, e invece il buio che arriva con le armi.
Sui numeri bisogna essere precisi, perché non si sta parlando di “sensazioni”. Le prime ricostruzioni parlano di quindici vittime tra i presenti, con un totale che salirebbe a sedici se si include uno degli aggressori, e di decine di feriti. Non undici. Purtroppo di più. E quel dettaglio spazza via l’ultima scusa di chi vorrebbe archiviare tutto come un episodio “grave ma isolato”.
Qui finisce la stagione delle parole morbide. Non è “tensione sociale”. Non è “clima”. Non è “un raptus”. È antisemitismo. Ed è anche il frutto di una dicotomia tossica, quella che pretende di separare antisionismo e antisemitismo come se non fossero, troppo spesso, due facce della stessa medaglia. È terrorismo. È la scelta deliberata di colpire degli ebrei perché ebrei. Non erano in mezzo a uno scontro, non stavano provocando nessuno, non erano una minaccia per nessuno. Stavano festeggiando.
E la parte più insopportabile non è solo l’attacco in sé. È la sua prevedibilità. La cronaca di una morte annunciata, appunto. Perché questa storia la conosciamo: prima si alzano i segnali, poi crescono gli episodi, poi arrivano le intimidazioni, poi qualcuno minimizza in nome del quieto vivere e del solito buonismo di maniera. E nel frattempo si recita la formula magica che dovrebbe sistemare tutto senza costi: calma, dialogo, inclusione, siamo tutti fratelli, abbracciamoci. Poi succede il peggio e ci si sveglia con la faccia sorpresa, come se l’odio avesse dovuto rispettare un galateo.
No. L’odio non rispetta nulla. Si nutre proprio di quel confine confuso tra bontà e debolezza. E qui bisogna dirlo senza ipocrisia: una società libera non si difende con le frasi carine. Si difende con regole chiare e conseguenze reali.
Questo non significa invocare vendette private o la giungla armata. Quella è la scorciatoia che porta al caos, e il caos è l’habitat naturale degli estremisti. La risposta alle armi la deve dare lo Stato, non la gente comune. Però la deve dare sul serio, non a chiacchiere: presenza sul territorio, prevenzione, intelligence, controlli, processi rapidi, pene severe. Protezione concreta per luoghi ed eventi ad alto rischio. E tolleranza zero per chi incita, organizza, finanzia, recluta, glorifica.
Perché c’è una differenza netta tra libertà di parola e propaganda che prepara la violenza. E c’è un punto che va fissato senza tremare: con gli estremisti non funziona l’ingenuità. Ogni segnale di cedimento viene letto come spazio libero, come invito a spingersi oltre. E allora quella differenza va fatta pesare, senza paura di essere “impopolari”.
Serve anche un cambio di mentalità. Smettere di trattare l’antisemitismo come un “tema delicato” da maneggiare con i guanti. È un veleno antico, e proprio per questo è riconoscibile. Cambia maschera, cambia lessico, cambia bersagli secondari, ma la sostanza è sempre la stessa: l’ebreo come capro espiatorio, come simbolo da odiare, come obiettivo utile per sentirsi parte di qualcosa. Quando una società lascia che quel linguaggio diventi normale, prima o poi qualcuno passa dalle parole ai proiettili.
Hanukkah, alla fine, racconta una cosa semplice: la luce non vince perché è gentile. Vince perché resiste. Perché viene protetta. Perché non si lascia spegnere. E se non lo fa chi dovrebbe detenere la responsabilità di farlo legittimamente, nessun problema: lo facciamo da soli. Ma poi non veniteci a infrangere le gonadi con le lezioni di retorica e la solita minestra buonista, né con la balla di due popoli e due stati. Si tratta di un dovere verso noi stessi e verso il nostro futuro.
Am Israel Chai, nonostante tutto e tutti.
Piero Terracina

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