L’Unità nazionale è arrivata, ma non per libera scelta.

Al congresso socialista di Montecatini, nel 2008, dicevo testualmente: “Forse la parte raziocinante, politica e non anti politica,responsabile e non populista, dei due schieramenti, quella che si richiama alla grandi tradizioni culturali della prima repubblica (socialista e democristiana) deve affrontare insieme le emergenze irrisolte e aggravate con uno sforzo di unità nazionale. Bisogna trovare il coraggio di uscire dal gioco dell’oca avvilente che ci riporta sempre al punto di partenza (come nella sceneggiata sulla giustizia). Il declino continuo del Paese può essere frenato, temo, forse soltanto così. Non dipende da noi, ma un piccolo partito, se erede di una gloriosa tradizione, può indicare un grande obbiettivo: una fase costituente, una fase di unità nazionale; la ricostruzione di una politica degna di questo nome; la rifondazione di una sinistra e di una destra credibili, pienamente europee. Dopo di che ciascuno riprenderà la sua strada. Un piccolo partito come il nostro non ha più niente da perdere e non ha interessi egoistici. Può dire esplicitamente quello che molti pensano in silenzio, trovare così ascolto e trovare un suo originale spazio politico. Consiglio di restare leali nel centro sinistra, ma di cominciare a tessere la tela bipartisan dell’unità nazionale. Forse, ancora una volta,come è accaduto puntualmente da decenni, i fatti ci daranno ragione”.
I fatti ancora una volta ci hanno dato ragione. La fase di unità nazionale, con il governo di Enrico Letta, è arrivata. Purtroppo dopo altri cinque anni perduti. Purtroppo non per una libera scelta. Bensì sotto l’incalzare di una crisi catastrofica. Per volontà di un capo dello Stato capace di imporre l’intesa solo dopo l’evidente dimostrazione che l’inettitudine e l’inadeguatezza dei due (anzi, ormai dei tre) poli non consentiva altra scelta.
Abbiamo ripetuto all’infinito perché il bipolarismo all’italiana non può funzionare. Perché ciascuno dei due poli comprende forze diverse costrette artificiosamente a stare insieme al momento del voto dalla legge elettorale, ma pronte a dividersi provocando la ingovernabilità un’ora dopo. Perché per ragioni storiche e culturali (non ultime la tradizione comunista e fascista) in ciascuno dei due poli l’area dell’estremismo e della demagogia (assolutamente marginale in tutti i normali Paesi bipolari) è sempre stata al contrario determinante o addirittura traente, così da trasformare il confronto tra i due schieramenti in una “guerra civile strisciante”. Tale è la violenza di questo fenomeno che alla fine la parte più antipolitica, che per semplicità definirei “l’area della pazzia” è esplosa ed è fuoriuscita incontenibile dai due poli creandone un terzo: il grillismo (senza peraltro neppure svuotare completamente della pazzia e dell’estremismo i due poli originari).
Adesso, la partita è incerta e trasversale. Da un lato lavorerà la parte “raziocinante, politica e non anti politica dei due schieramenti”. Dall’altra cercherà la rivincita la parte che sulla “guerra civile” ha costruito la sua fortuna. Gli urlatori e svillaneggiatori dei talk show. I giornalisti che hanno trasformato i loro quotidiani in gazzette ottocentesche di aggressione e calunnia contro i “nemici” dei loro referenti politici. Gli analfabeti della politica che si sono fatti eleggere cavalcando le paure di metà dell’Italia contro l’altra metà: ‘Senza di noi avrete Berlusconi’, ‘senza di noi avrete i comunisti’. I superficiali (o gli spregiudicati) che hanno pensato di poter governare e addirittura eleggere il capo dello Stato con il consenso (se si calcola il numero dei non votanti) di un quinto dei cittadini, semplicemente sfruttando i numeri in Parlamento garantiti dal demenziale “porcellum”. Gli apprendisti stregoni che hanno distrutto i partiti tradizionali esistenti nel resto d’Europa e cancellato le culture storiche, a cominciare da quella socialista.
Difficile dire chi prevarrà. L’area raziocinante è probabilmente maggioritaria nel Paese, anche se non può esprimersi a causa del sistema elettorale, costruito dal referendum Segni in poi (con protervia crescente) esattamente allo scopo di imporre per legge un tipo di bipolarismo estraneo alla realtà del Paese. L’area della pazzia presente nello schieramento di destra come in quello di sinistra è sempre più forte in Parlamento, riempita di neo eletti cresciuti nell’ignoranza della politica tradizionale ed europea, all’insegna di un “giovanilismo” senza radici. Ma forse anche potrebbe prevalere il terzo polo grillino, il quale si è affermato anche grazie ai protagonisti contrapposti della “guerra civile strisciante”: da destra si è gridato al ladro e al malfattore contro la sinistra; da sinistra si è gridato al ladro e al malfattore contro la destra. Sino a che un terzo degli elettori ha creduto a entrambi e ha votato per Grillo.
Tutto è incerto, ma una sola cosa è certa, oltre che inquietante. A tal punto dal 1993 al 2013 è stato tabù contrastare il bipolarismo all’italiana, che sulla sua caduta ancora prevale un’atmosfera di censura. Non se ne è preso atto neppure quando la semplice aritmetica ha indicato che i due poli erano diventati tre. Per tutta la durata del governo Monti, non si è voluto vedere che le larghe intese, chiamate diversamente solo per ipocrisia, già esistevano. Infine, ancora oggi, non si osa accettare e definire la maggioranza per quella che è, prendendo atto della fine di un ventennio. Non c’è da stupirsene. Non solo una classe dirigente politica, ma anche giornalistica è nata e cresciuta con il bipolarismo all’italiana: quello che nel 1993 è stato salutato come il frutto fecondo della rivoluzione di Mani Pulite; quello che invece ha dato il via al “ventennio perduto” dell’Italia. Un ventennio di declino economico, di vuoto politico, di degrado culturale e morale, di diseducazione democratica per intere generazioni. Con le conseguenze che si vedono.
Post Scriptum. Cinque anni fa’, parlavo di una “fase costituente” e dunque provvisoria. Adesso, dopo che l’inazione ha ingigantito oltre il previsto l’area della pazzia e prodotto il boom del terzo polo grillino, non sono più così convinto della provvisorietà. Forse l’Italia si può governare solo con una maggioranza convergente verso il centro che emargini gli opposti estremismi. I suoi periodi felici, in fondo, sono stati caratterizzati esattamente da intese funzionali a questa emarginazione: Giolitti con Turati, Moro con Nenni, Craxi con i laici e i democristiani. Tutte e tre queste intese sono state travolte, aprendo lunghi periodi bui, dall’esplodere di un magma ribellista, dove estremismo di destra e sinistra convergono nello stesso obbiettivo e spesso si confondono: fascismo e comunismo nel 1919-22, eversione rossa e nera all’inizio degli anni ’70, Mani Pulite nel 1992-94.
A ben vedere, fortunatamente non violento e pre (o post) politico, il grillismo è espressione di questo stesso magma, che ribolle e a tratti riemerge come un fiume carsico dalle viscere della società italiana.

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