Gentile Aldo,
nel suo ultimo libro sull’argomento lei scrive che le donne sono “meglio” degli uomini e che presto la loro nuova generazione prenderà il sopravvento sui maschi. Tesi discutibile, mi permetta, e non già perché non creda nel valore di una persona se è donna, ma ci credo appunto perché persona, non perché donna. Persona si diventa, individuo (femmina o maschio) si nasce: questo è un vecchio adagio della pedagogia. La fatica di diventare persona, ed una persona degna di questo nome, è l’obiettivo primario di un soggetto umano, nato in una società il cui scopo principale, sostiene la sociologia, è quello di mettere al mondo ed educare bambini.
Educare a cosa? E’ questo il punto. Non certo educarli a pensare che un genere (il femminile) sia migliore dell’altro, finendo così per condividere l’errore che si contesta – solo, questa volta dall’altra parte della barricata -, quando il male sta a monte, e non è appunto né il maschilismo né il femminismo, bensì il sessismo.
E’ sessista lei? La frase del libro riportata sopra lo è.
Non esiste alcuna appartenenza di genere, così come non esiste nessuna appartenenza nazionale (viceversa il nazionalismo), etnica o razziale (viceversa il razzismo), di classe (viceversa il classismo), di età (viceversa l'”etaismo” – l'”ageism” americano -), etc, tale da giustificare una generalizzazione che sorvoli su quello che la persona di fronte a noi è.
La questione non è a che genere appartenga una persona, bensì, eventualmente, a che cultura ha fatto riferimento, nel bene e nel male, il suo sviluppo, e con quali esiti.
Ogni discorso sulle differenze di genere presuppone a mio avviso scarsa considerazione circa le differenze profonde di ogni individuo rispetto all’altro, quelle per cui ognuno di noi è soggetto unico.
Soggetto unico, non maschio o femmina, giovane o vecchio, bianco o nero, etero o gay, caratteristiche che – fatte le debite premesse – esistono, per carità, ma solo come variazioni ulteriori – e condivise, sempre in maniera “personale”, con altri – di quella componente veramente fondamentale e primaria che è la “differenza individuale”: differenza a cui bisogna guardare positivamente, in modo che da essa discendano, per essere ugualmente accettate in maniera naturale, tutte le altre.
L’idea di un dominio, e di una superiorità, delle donne è ingenua, ed anche un po’ sentimentale, da figlio di mammà (dubito che in Germania o Svezia, ma anche in Francia, qualcuno possa uscirsene seriamente con amenità del genere): lo dico per evitare ogni maliziosa ipotesi ulteriore, come quella per cui affermare che le donne sono migliori degli uomini è utile perché piace a molte lettrici (non tutte però), che in Italia sono maggioranza. Del resto, sono maggioranza – in Italia ripeto: e all’estero? – quando si tratta di leggere Fabio Volo o Chiara Gamberale: ma quando si tratta di leggere, che so, Fedor Dostoevskij, J. P. Sartre o Franz Kafka?
Leggere, infatti, è come mangiare: occorre affinare il palato. E come da un individuo non ci si aspetta che abbia gli stessi gusti culinari dei tempi in cui era bambino, lo stesso discorso vale per i gusti letterari: ed insomma, non terminerò dicendo che i maggiori esperti di cibo, a partire dagli chef, sono maschi, per evitare di incappare nel grave errore che contesto a Cazzullo, ossia il sessismo.
No, non terminerò così perché – per essere chiaro sino in fondo – io non credo affatto che gli uomini siano più bravi delle donne a cucinare e a creare piatti nuovi. Se gli chef sono soprattutto maschi questo probabilmente è dovuto al fatto che anche il loro ruolo ha a che vedere col prestigio sociale, ed è legato alla logica delle relazioni e del potere. Il talento vero, insomma, è sempre una questione individuale, e una persona va valutata – per tornare alla questione dei libri – non per quanti ne legga, ma per quali legga (e per quante volte ognuno di essi se ne valga la pena, aggiungerei): e credo che, da tale punto di vista, non ci siano (problematiche) differenze di genere che tengano.
Per me ogni individuo, donna o uomo che sia, può contribuire allo sviluppo e al benessere della comunità in cui vive nella misura delle proprie capacità – capacità la forza delle quali cambia non solo a seconda della persona (maschio o femmina che sia) e della sua età, ma anche a seconda dell’epoca -. Ogni individuo, ripeto, può contribuire a tale sviluppo, basta che lo voglia.
Perché il punto è questo: il punto, cioè, è se per caso molti uomini, chiusi nella gabbia d’oro in cui si sono trovati da secoli, pensino che tutto sia loro dovuto e aspirino meno delle compagne ad un riscatto sociale di cui non sentono il bisogno.
Certo, in Italia, come in Iran, o in Corea del Nord, le donne possono laurearsi, sin qui siamo tutti d’accordo.
Lo siamo meno quando si tratta di capire perché le donne abbiano più difficoltà a fare carriera con una laurea in mano.
Molti uomini incolpano le donne stesse, la maternità sul lavoro, e così via. Altri ammettono che in effetti esista un soffitto di cristallo. Io faccio parte di questa seconda categoria, salvo aggiungere che la discriminazione, in Italia, non vale solo per le donne, ma pure per i giovani e – guarda un po’ che strano – anche per le persone più brave – compresi i maschi naturalmente -, per cui la mancata meritocrazia in Italia riguarda un po’ tutti loro, e non sappiamo ancora cosa succederebbe se il mercato dei talenti fosse davvero libero. Non sappiamo, cioè, se a fare carriera sarebbero più le donne di una certa età, o più quelle giovani, o soprattutto i maschi giovani (i quali, però, sono fiduciosi che invecchiando otterranno quanto non riescono ad ottenere ora, e questo con un atteggiamento mentale assolutamente sbagliato secondo me), e così via.
Come vede, caro Aldo, il quadro è un po’ più complicato di quanto ci si aspetterebbe.
Un caro saluto
Fabrizio Amadori

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