Sul femminicidio e altri “xcidi” ideologici
Oggi si parla tanto di femminicidio.
Ma è giusto chiamarlo così? Ho sentito alcuni uomini lamentarsi, dire che sembra loro sbagliato distinguere tra omicidio e omicidio, perché questo è quanto si fa se si nominano in maniera diversa l’uccisione di un maschio o di una femmina: questo è quanto si fa, cioè, quando si è deciso che il primo possa rimanere nell’indeterminatezza della parola generale – omicidio appunto -, mentre il secondo no, e meriti un ulteriore precisazione, ossia “femminicidio”.
Hanno ragione gli uomini che si lamentano di una simile distinzione che loro probabilmente considerano eccessiva, e comunque forzata? E’ forzato cioè precisare che l’omicidio di una donna non è un omicidio come un altro, ma è qualcosa di più, un femminicidio? Infatti questa precisazione vuole suggerire un’aggravante, altrimenti si sarebbe scelto di compiere la stessa precisazione anche per il maschio, chiamando l’uccisione di quest’ultimo “maschicidio”. Perché decidere che l’uccisione di una donna merita di includere una aggravante? Vale forse più la vita di una donna di quella di un uomo?
Probabilmente è a questo livello di interrogativi che si muovono coloro che si lamentano quando sentono una simile parola, femminicidio.
Ma è questo il livello a cui bisogna rimanere allorché vogliamo capire perché si è posta una simile distinzione, per cui l’omicidio di una donna merita una precisazione, ed anzi un termine nuovo? A mio avviso no. Anticipo anzi, per sgombrare il terreno da ogni possibile fraintendimento, che per me il termine “femminicidio” non solo si può usare, ma si deve.
A questo punto prendo il vocabolario in mano, e leggo che il femminicidio è l’uccisione di una donna per ragioni ideologiche. Quindi l’uccisione di una donna non è un femminicidio automaticamente. Ci devono essere delle premesse. E queste premesse sono le seguenti: se una donna viene uccisa per ragioni di matrice patriarcale, quello è un femminicidio. Le premesse quindi non sono che il femminicidio è l’uccisione di una donna quando è commessa da un uomo, come si sarebbe tentati di pensare di primo acchito: infatti in questo caso avrebbero sicuramente ragione coloro che si lamentano dell’introduzione della parola femminicidio senza l’aggiunta della controparte, “maschicidio”, dato che esistono anche casi di uccisioni di uomini da parte di donne.
No, la questione è ideologica, di matrice patriarcale ripeto, e se è vero che le donne possono uccidere gli uomini, ebbene, questo non succede per lo stesso motivo per cui, spesso, le donne sono uccise dai maschi, ossia per assoggettarne o annientarne l’identità di genere. Tutto a posto quindi? Non proprio: infatti, dire che spesso gli uomini uccidono le donne per spezzare la loro identità quando non si fa piegare non significa che tutti gli uomini uccidono le donne per tale motivo, per cui il rischio è di considerare “femminicidio” un omicidio che non è tale, e che viene considerato tale solo perché è commesso da un uomo ai danni di una donna, cadendo così nell’errore che si vuole evitare quando si condanna il femminicidio, che è quello per cui qualcuno associa ad uno dei due generi umani una ben precisa natura negativa. Occorre quindi sottolineare che non solo non tutti gli omicidi di donne commessi da uomini sono femminicidi ma anche che non tutti gli omicidi del genere commessi da donne non lo sono: a proposito di cultura patriarcale che sta alla base, si pensi, ad esempio, ad una madre che è complice del marito-padre padrone bigotto (spesso musulmano oggigiorno, ma non sempre) dell’uccisione (davvero bestiale) di loro figlia, se non accetta il velo e desidera vivere all’occidentale.
Ma quali altri assassini fondati su una idea di inferiorità potrebbero essere definiti in maniera più precisa come già accade per l’omicidio delle donne per ragioni ideologiche? Occorre sottolineare che femminicidio è una definizione che viene data tenendo conto del punto di vista dell’assassino: l’assassino cioè è un “femminicida” in quanto quella che ha di fronte non è una donna – non si nasce donna (o uomo), lo si diventa – bensì una femmina, un soggetto cioè a cui si nega la dimensione dello sviluppo, della crescita personale e spirituale: una specie di oggetto insomma, non una persona. A tal proposito, occorre segnalare che esistono casi in cui uomini uccidono altri uomini per motivi “culturali” (e quindi in ultima analisi ideologici), ad esempio per una questione di “machismo”, ma in tal caso, a mio avviso, non è tanto il punto di vista dell’assassino sull’assassinato, ma su stesso, che domina (omicidio che non si potrebbe chiamare “machocidio” in quanto, ripeto, il macho è il soggetto, non l’oggetto dell’azione)
Per quanto riguarda altri assassini fondati su una idea di inferiorità che potrebbero essere definiti in maniera più precisa c’è solo l’imbarazzo della scelta, ed il lavoro da svolgere sarebbe particolarmente semplice se la definizione dell’omicidio da specificare dovesse davvero tener conto del punto di vista dell’assassino: “barbonicidio”, “handicappaticidio”, “negricidio”, “tossicicidio”, “gaycidio” (o “frocicidio”?), “zingaricidio”, “transessualicidio”, “ebreicidio”, etc. Detto questo, non tutti gli omicidi che colpiscono, ad esempio, un omosessuale sarebbero dei “gaycidi”, sia chiaro: ma quando lo fossero, meriterebbero una simile definizione capace di segnalare l’aggravante dell’odio ideologico e culturale.
E allora la domanda è questa: come mai non si leggono mai definizioni del genere per omicidi non di donne e che pure colpiscono persone più deboli, considerate spesso inferiori, e che implicano per tale motivo un’aggravante ideologica?
Una prima risposta è la seguente: che è il gruppo dei “deboli più forti”, più forti per varie ragioni, quello che può far sentire meglio la propria voce. Ma buon senso imporrebbe che a maggior ragione vengano segnalati come omicidi efferati quelli che colpiscono i “deboli più deboli”, a partire dalla decisione di usare nuovi termini per indicarli, e questo, naturalmente, a prescindere dal loro numero.
Quindi ben venga la parola “femminicidio”: a patto però che ad essa seguano anche tutti gli altri neologismi, ancora con maggior forza se possibile, non intendendendo tale parola sbarrare loro la strada allo scopo di calamitare ogni attenzione su di sè, come in effetti si ha talvolta la tentazione di pensare – sicuramente a torto – sulla base del numero delle donne, che formano la maggioranza della popolazione: che formano la maggioranza della popolazione, non delle persone che gestiscono la comunicazione in Italia, non ritenendo io valida una simile ipotesi provocatoria ancora una volta fatta per attaccare subdolamente le donne. Le quali fanno benissimo a difendere i propri sacrosanti diritti: un uomo che non solo uccide ma picchia una donna è un fanatico, un essere infantile e vigliacco. Ma parlare di “femminicidio” e basta sarebbe assolutamente controproducente anche per le donne e per le loro rivendicazioni dato che occorre estirpare alla radice la fonte di ogni odio ideologico.
Combattere il femminicidio e basta, ripeto, non serve a granché: si rischia solo di far spostare l’odio ideologico da un oggetto ad un altro, se non addirittura di farlo incrementare in generale. Oggi le sue vittime sono, per quanto riguarda gli omicidi e per quanto riguarda l’Italia, soprattutto le donne: domani potrebbero essere di nuovo gli ebrei o i senzatetto: è questo che vogliamo succeda? Io credo di no.
Per questo invito tutti a usare termini altrettanto forti di fronte all’omicidio, ad esempio, di un clochard, di una persona di colore o di un ebreo, soprattutto, ripeto, se commesso per ragioni ideologiche. Infatti, l’intenzione benedetta di mantenere alta la guardia contro l’omicidio di una donna non viene pregiudicata dalla decisione di tenere alta la guardia contro tutti gli omicidi ideologici, ma anzi, ripeto, viene, a mio parere, rafforzata.
Fabrizio Amadori

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