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Sul dopo terremoto Renzi si gioca tutto

O rifà il Friuli di 40 anni fa o va a casa (anche senza referendum).

di Enrico Cisnetto | 29 Agosto 2016

Non c’è niente di peggio, di fronte ad una catastrofe che provoca centinaia di morti e feriti, dello spargimento a piene mani della retorica buonista, dell’uso commerciale delle belle parole – che di solito partono dalle lacrime di commozione e dal plauso per i gesti altruistici dei soccorritori, professionisti o ancor meglio volontari che siano, per poi sfociare inesorabilmente nell’esecrazione, nello sdegno e nella denuncia senza risparmio di responsabilità – e dell’ipocrisia di cui grondano gli impegni solenni. Persino il repentino gesto di riporre le armi della polemica politica stride alle nostre orecchie (pur inclini alle larghe intese), perché un conto è che il “teniamoci stretti, stiamo uniti” venga pronunciato da chi, come il Capo dello Stato, è custode (sempre) dell’unità del Paese, e un altro è che ne faccia uso chi sulla delegittimazione senza scrupoli degli avversari ci ha sempre campato.

Anche in questa drammatica occasione, purtroppo, non ci siamo fatti mancare nulla di tutto questo. Sì, è vero, Renzi non ha esagerato (a parte la logorrea della conferenza stampa post Consiglio dei ministri), per come è fatto. Ma non basta. Sono troppi e troppo brucianti i precedenti di impegni presi e non mantenuti – quelli specifici di fronte a terremoti e alluvioni, e quelli generali, per il miglioramento del Paese – per non nutrire un sano e comprensibile scetticismo verso quel “non lasceremo solo nessuno” che fa così tanto pendant con quel “l’Italia è ripartita” che qualcuno comincia a pensare che porti pure rogna (altro che i gufi), oltre che gridare vendetta al cospetto della “crescita zero”. Ora contano i fatti: la capacità di coordinare i soccorsi e dare una risposta concreta alle attese e ai bisogni più immediati, e le decisioni da prendere per il futuro delle zone terremotate e più in generale per prevenire i disastri evitabili (frane e alluvioni lo sono largamente) e per impedire le conseguenze più pesanti di situazioni naturali contro cui l’uomo non può nulla, come i terremoti. Il precedente dell’Aquila è lì che grida ancora vendetta: dopo sette lunghi anni, i soldi spesi, a parte i 4 miliardi usati inizialmente per i soccorsi, non arrivano ad un terzo di quelli stanziati (6,9 miliardi su oltre 21). È brutto far di conto in circostanze come questa, ma è necessario: a spanne, considerato il bacino di paesi toccati dalle varie scosse telluriche, siamo vicini ad un costo di 3 miliardi. Più tutto quello che verrà dopo (se, al contrario di quanto è successo in Abruzzo, un dopo verrà).

Dunque, le cose da fare subito sono almeno sei, di cui quattro finalizzate alla fase emergenziale. La prima: stanziare le risorse immediate e future, e porre in sede Ue la loro deducibilità dal conteggio del deficit (questa è flessibilità buona, non quella che pretende di far ripartire l’economia distribuendo euro sperando si trasformino in consumi). Quanto scritto al riguardo da Antonio Polito sul Corriere della Sera è totalmente condivisibile. La seconda: concentrare le risorse in un unico soggetto spenditore. La terza: decidere senza tentennamenti quale piano di ricostruzione attuare (far rinascere i paesi dov’erano, che a nostro avviso sarebbe la cosa migliore, o crearli ex novo altrove?). La quarta: rimuovere tutti i vincoli burocratici alla spesa, in modo da evitare le attuali asimmetrie tra stanziato, erogato e speso.

Oltre a questo vanno fatte altre due cose più “strutturali”. Una è adottare subito le norme, da inserire nella legge di Stabilità – molte proposte giacciono in parlamento da tempo immemorabile, e Brunetta ne ha appena riproposta una – per introdurre l’assicurazione obbligatoria sugli edifici, privati e pubblici, dando alla Consap il compito e i fondi per la cosiddetta “catastrofale”. L’Italia è un territorio ad alto rischio, in cui oltre il 45% dei Comuni è posizionato in zone soggette a disastri naturali, e in cui i danni provocati da calamità sono ammontati a centinaia di miliardi. Eppure siamo uno dei pochi paesi dove a “coprire” – male, peraltro – è solo lo Stato: che si tratti di interruzione di strade, di crolli del patrimonio artistico o di danneggiamenti a case private ed edifici pubblici, a pagare i costi è sempre e solo il Tesoro (che deve far fronte sia alla ricostruzione materiale sia al risarcimento dei singoli) e quindi alla fin fine i contribuenti, sotto forma di tasse o carico del debito pubblico. Altrove, invece, vige un sistema misto di collaborazione tra pubblico e privato, con un’assicurazione contro le calamità obbligatoria o semi-obbligatoria e i danni privati che vengono coperti dalle compagnie di assicurazione, mentre lo Stato interviene solo nel caso di un evento catastrofale di dimensioni davvero eccezionali. Alla Consap potrà essere dato il compito di offrire alle assicurazioni – direttamente o affidandosi a grandi gruppi del “re-insurance” specializzati in questo tipo di polizze, selezionate da broker – la possibilità di riassicurarsi a un tasso fisso. A queste stesse compagnie, peraltro, lo Stato potrà a sua volta trasferire una parte dei suoi rischi (quelli che coprono la ricostruzione di strade ed opere pubbliche) assicurandosi a loro volta.

L’effetto di una “responsabilità civile disastri” sarà di indurre i proprietari a pretendere dai costruttori edifici a norma, che altrimenti non potranno essere assicurati. E qui veniamo all’altra cosa da fare: stilare un piano straordinario per la messa in sicurezza sismica degli edifici nelle zone a più alto rischio, secondo la tecnica “retrofit” messa a punto dall’ingegneria sismica e già sperimentata altrove (Giappone ma non solo), per la bonifica idrogeologica del territorio e la messa in sicurezza e migliore utilizzo pubblico dei beni artistici e monumentali. Qualcuno ha calcolato che dovremmo spendere almeno 5 miliardi all’anno per vent’anni. Forse non basteranno, e comunque sarebbe meglio spenderne 10 per 10 anni. E anche questo, ancor più degli interventi diretti alle zone terremotate, dovrà essere oggetto di accordi in sede europea. Anche perché la prevenzione dei disastri ambientali è tema che riguarda tutti i paesi Ue, nessuno escluso, e merita un “piano Junker” ad hoc. Ma non c’è dubbio che questa questione sia la vera sfida con cui chiunque voglia modernizzare il Paese dovrà misurarsi.

Dunque, niente manfrine. Renzi, che credeva erroneamente di dover misurare se stesso e il suo governo sulle riforme costituzionali – su questo gli suggeriamo di riflettere sul consiglio, cancellare il referendum, che gli ha dato il premio Nobel Stiglitz, ma avremo modo di parlarne prossimamente – e ha da poco capito, con grave ritardo, che invece gli italiani lo giudicano dai risultati ottenuti in economia, ora è di fronte ad un nuovo metro di misura, che rappresenta nello stesso tempo una grande opportunità e un grave pericolo. Se riuscirà a fare in centro Italia quello che nel 1976 fu fatto in Friuli, trovando l’equivalente di quello che allora fu il commissario Giuseppe Zamberletti, avrà colto l’opportunità capace persino di far dimenticare la crescita zero e le palle raccontate sulla grande ripresa. Se invece ripeterà il copione dei film già visti in tante altre circostanze, non gli sarà perdonato nulla. Ma proprio nulla.

Enrico Cisnetto

 

 

Pubblicato in : EditorialeTag: anni, capo dello stato, conferenza stampa, consiglio dei ministri, corriere della sera, cose da fare, costi, danni, debito pubblico, euro, futuro, governo, italia, parlamento, premio nobel, referendum, renzi, riforme, soldi, tasse, tesoro

Info Enrico Cisnetto

Editorialista economico e opinion leader, da anni studio e descrivo i processi di cambiamento del capitalismo italiano e internazionale, soprattutto in relazione alle dinamiche politiche. Già direttore di diverse testate della Rusconi, vicedirettore del quotidiano l’Informazione e vicedirettore del settimanale Panorama, svolge un’intensa attività di editorialista per Il Messaggero, Il Foglio, Il Gazzettino di Venezia, La Sicilia di Catania, Liberal e Il Mondo. Cura una rubrica quotidiana nella trasmissione radiofonica Zapping (Rai Radio1) ed è spesso ospite delle trasmissioni di approfondimento e telegiornali di Rai, Mediaset, Sky, La7. Presidente di “Società Aperta”, è direttore responsabile del quotidiano on-line TerzaRepubblica.it

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