Un terremoto disastroso e tragico sulle sane vacanze popolari di famiglie e turisti. Amatrice, Accumoli, Arquata e Pescara del Tronto erano (sono) i paesi dell’”andiamo a respirare l’aria buona” per bambini e famiglie che venivano da Roma e anche dall’estero. Ed erano per molti posti del cuore, luoghi delle radici.
In più Amatrice aveva, e siamo sicuri che avrà anche in futuro, l’affascinante e gustoso richiamo del piatto italiano più conosciuto al mondo subito dopo la pizza: l’amatriciana.
Per questo possiamo dire che, con il dolore nel cuore e il lutto dentro, siamo tutti un po’ amatriciani. Quando vent’anni fa ero capo del telegiornale del Lazio il mio corrispondente da Rieti, il mitico Tito Cheli, mi diceva: dai vieni ad Amatrice sentirai che atmosfera e sentirai che gusto. Avvertivo benessere fisico-mentale al solo pensiero.
Tutti i terremoti violenti e disastrosi sono brutti ma questo è stato anche sadico: se l’è presa con i bambini e i ragazzi che stavano dai nonni, se l’è presa con intere famiglie che stavano festeggiando qualche giorno da parenti ed amici nelle vacanze popolari che sono più di cuore che di portafoglio.
Anche per questo il terremoto di Amatrice, Accumoli e Arquata del Tronto ci pare ancor più odioso di tanti altri. E’ vero e hanno ragione ingegneri e geologi, vulcanologi e sismologi dobbiamo imparare a convivere con i terremoti noi in Italia, che è uno dei paesi a più alto rischio e a più estesa propensione sismica, ed è gusto ora cominciare a pensare in termini di sistema a mettere tutto il nostro patrimonio edilizio pubblico e privato a copertura sismica.
Ma nel cuore ci rimane questa ferita: erano borghi medievali che nei secoli si erano difesi da altri terremoti e da altre ferite con quelle case e con quelle rocche che sembravano pietre indistruttibili. Invece non è così: anche la pietra che sembra eterna diventa polvere e morte nel giro di 200 secondi, anche borghi che vorremmo immaginare eterni diventano detriti e calcinacci nel giro di due minuti perché la terra ha il suo respiro, perché quella faglia ha deciso di muoversi proprio lì, a quell’ora e a quella profondità.
Proprio perché ci sentiamo tutti amatriciani questa volta dovremmo fare davvero sul serio e dare una svolta alla tragedia. Non solo piangere bambini e nonni, coppie e giovani vacanzieri dell’aria buona, ma progettare e impiantare da subito da domani dalla prossima settimana un piano di messa in sicurezza anticrollo delle nostre case, dei nostri ospedali, delle nostre scuole, dei nostri tetti, delle nostre chiese, dei nostri palazzi storici e recenti,delle nostre pareti.
Abbiamo le tecnologie e le professioni, oltre che le professionalità, abbiamo i tecnici e i materiali per fare in modo che un edificio balli e si muova ma non crolli anche sotto lo stimolo di movimenti della crosta terrestre di notevole intensità, come sanno e fanno in California e in Giappone, e come hanno fatto a Norcia e stanno facendo all’Aquila.
Dobbiamo essere amatriciani in questo: non mollare in caso di energenza ma soprattutto non mollare nella progettazione di una nuova Italia urbanistica che rimanga in piedi anche nelle notti e nei giorni delle scosse e domani non deve più piangere bambini e nonni, famiglie intere soffocate da un respiro geologico improvviso.
I miliardi che si spenderanno nella prevenzione non hanno paragone rispetto ai miliardi, già tanti, già troppi, spesi nelle emergenze, nei soccorsi e nelle difficili complicate e a volte incomprensibili ricostruzioni.
Perché questi ultimi sono miliardi con morti annessi, i primi dovranno essere miliardi spesi nella vita e nella tutela delle comunità. Che Amatrice sia matrice di una nuova inedita Casa Italia sicura.
Fabrizio Binacchi

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