Il libro reca in appendice il vantaggio aggiuntivo di una succinta biografia della scrittrice e ricostruisce, tra l’altro, le vicende del miracoloso salvataggio del quaderno-manoscritto dell’opera da parte delle figlie Denise ed Elizabeth.

Intanto, “Suite francese” è il titolo di un libro ma in realtà è come se ne contenesse due: il primo è “Temporale (o tempesta) di giugno” e i suoi personaggi sono uomini e donne di varia estrazione e fortuna ‘còlti’ e ‘seguìti’ mentre fuggono da Parigi, che in quei giorni del 1940 sta per cadere in mano ai tedeschi. La narrazione restituisce assai presto il senso dello sbando in cui è ridotta la Francia, dove molti cittadini sono repentinamente trasformatii in profughi all’interno del loro stesso Paese. Il legame, non immediato, tra il primo e il secondo libro (intitolato “Dolce”) è costituito da alcuni di quei personaggi parigini che hanno trovato momentaneo rifugio in un villaggio di provincia. Dove vive Lucile Angellier e dove, in un delicato crescendo, prende forma la vicenda intima e tutt’altro che ‘spettacolare’ che lega questa giovane donna al raffinato Bruno von Falk, ufficiale dell’esercito di occupazione.
Il primo libro è di movimento, letteralmente centrifugo, al contrario la scena del secondo è per lo più ferma, situazionale. Ma in entrambi si esprime invariabilmente, con uno stile elegante e leggero, lo sguardo sensibile – talora acuto e penetrante – della scrittrice. E quando si ha a disposizione una scrittura di tal livello forse il ‘cinema’ è già lì e quella cosa che tiene incollati alla storia (a me è successo, debbo dire, soprattutto leggendo il secondo libro) è su carta, non abbisogna di essere cercata altrove. Le sequenze, i paesaggi, gli interni che si costruiscono nella mente vanno a comporre una sorta di pellicola invisibile e potrei supporre che, al crescere dell’efficacia del testo scritto, dovesse correlativamente diminuire la capacità della pellicola vera e propria di sovrapporvi felicemente le proprie immagini.
Il libro reca in appendice il vantaggio aggiuntivo di una succinta biografia della scrittrice e ricostruisce, tra l’altro, le vicende del miracoloso salvataggio del quaderno-manoscritto dell’opera da parte delle figlie Denise ed Elizabeth, ancora bambine e in fuga dai gendarmi francesi dopo che, entrambi di origine ebraiche, i genitori – la madre prima, il padre poi -, erano stati arrestati, tradotti e internati ad Auschwitz.
A otto giorni (e probabilmente a pochi metri) di distanza da Santa Teresa Benedetta della Croce – al secolo Edith Stein – il 17 agosto 1942 anche Irene Nemirovsky avrebbe incontrato la morte: aveva 39 anni. Ad un tratto mi impressiona tenere tra le mani il suo romanzo, frutto di intelligenza di vita, perché rifletto con insorgente commozione sul fatto che quella sua, di vita, fu così drasticamente interrotta, inghiottita, come da un mostro.
E’ il consueto avvicendarsi, nel mondo, di bellezza e di orrore, che non sapremo mai autenticamente decifrare, né comprendere, né tantomeno giustificare.

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