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Suite francese

di Paolo Marini | 10 Maggio 2015

Il libro reca in appendice il vantaggio aggiuntivo di una succinta biografia della scrittrice e ricostruisce, tra l’altro, le vicende del miracoloso salvataggio del quaderno-manoscritto dell’opera da parte delle figlie Denise ed Elizabeth.

98695607bbe434f506e8a88235e26bfb_w600_h_mw_mh_cs_cx_cyNelle scorse settimane è uscito nelle sale cinematografiche “Suite francese”, tratto dall’omonimo romanzo di Irene Nemirovsky. L’esigenza che il cinema ha, un po’ naturalmente, di rimettere a proprio agio gli sviluppi di una narrazione per rendere una storia ‘edibile’ dal pubblico, mi aveva dissuaso dall’andarlo a vedere – interessato com’ero, anzitutto, a leggere le pagine della scrittrice ucraina, il cui libro mi ero procurato con inconsapevole tempismo. Dopo averlo letto non mi sono pentito della scelta fatta e non sono comunque andato a vedere il film. Magari sarà (stato) tutt’altro che un pessimo film senonché, dopo aver letto il romanzo, anche la presentazione cinematografica del “racconto dell’amore bruciante di un uomo e una donna travolti dalla Storia” suonava un po’ troppo ammiccante – oltre ad essere tipicamente infedele.

Intanto, “Suite francese” è il titolo di un libro ma in realtà è come se ne contenesse due: il primo è “Temporale (o tempesta) di giugno” e i suoi personaggi sono uomini e donne di varia estrazione e fortuna ‘còlti’ e ‘seguìti’ mentre fuggono da Parigi, che in quei giorni del 1940 sta per cadere in mano ai tedeschi. La narrazione restituisce assai presto il senso dello sbando in cui è ridotta la Francia, dove molti cittadini sono repentinamente trasformatii in profughi all’interno del loro stesso Paese. Il legame, non immediato, tra il primo e il secondo libro (intitolato “Dolce”) è costituito da alcuni di quei personaggi parigini che hanno trovato momentaneo rifugio in un villaggio di provincia. Dove vive Lucile Angellier e dove, in un delicato crescendo, prende forma la vicenda intima e tutt’altro che ‘spettacolare’ che lega questa giovane donna al raffinato Bruno von Falk, ufficiale dell’esercito di occupazione.

Il primo libro è di movimento, letteralmente centrifugo, al contrario la scena del secondo è per lo più ferma, situazionale. Ma in entrambi si esprime invariabilmente, con uno stile elegante e leggero, lo sguardo sensibile – talora acuto e penetrante – della scrittrice. E quando si ha a disposizione una scrittura di tal livello forse il ‘cinema’ è già lì e quella cosa che tiene incollati alla storia (a me è successo, debbo dire, soprattutto leggendo il secondo libro) è su carta, non abbisogna di essere cercata altrove. Le sequenze, i paesaggi, gli interni che si costruiscono nella mente vanno a comporre una sorta di pellicola invisibile e potrei supporre che, al crescere dell’efficacia del testo scritto, dovesse correlativamente diminuire la capacità della pellicola vera e propria di sovrapporvi felicemente le proprie immagini.

Il libro reca in appendice il vantaggio aggiuntivo di una succinta biografia della scrittrice e ricostruisce, tra l’altro, le vicende del miracoloso salvataggio del quaderno-manoscritto dell’opera da parte delle figlie Denise ed Elizabeth, ancora bambine e in fuga dai gendarmi francesi dopo che, entrambi di origine ebraiche, i genitori – la madre prima, il padre poi -, erano stati arrestati, tradotti e internati ad Auschwitz.

A otto giorni (e probabilmente a pochi metri) di distanza da Santa Teresa Benedetta della Croce – al secolo Edith Stein – il 17 agosto 1942 anche Irene Nemirovsky avrebbe incontrato la morte: aveva 39 anni. Ad un tratto mi impressiona tenere tra le mani il suo romanzo, frutto di intelligenza di vita, perché rifletto con insorgente commozione sul fatto che quella sua, di vita, fu così drasticamente interrotta, inghiottita, come da un mostro.

E’ il consueto avvicendarsi, nel mondo, di bellezza e di orrore, che non sapremo mai autenticamente decifrare, né comprendere, né tantomeno giustificare.

Pubblicato in : Invito alla lettura

Info Paolo Marini

Nato a Siena nel 1965, vive a Firenze da oltre quarant’anni. Laureato in giurisprudenza nel 1991, dopo una intensa militanza politica nel Partito Liberale (1984-1993) ha scelto di impegnarsi al di fuori del sistema dei partiti. Appassionato di arte, letteratura, storia, filosofia e diritto, ha pubblicato “Dal patto al conflitto” (1999) – critica radicale alla concertazione e ai suoi riti – e due volumi di poesia – “Pomi Acerbi” (1997) e “All’oro” (2011) -, oltre a numerosi articoli per varie testate, cartacee e on line. Avvocato civilista e del lavoro e consulente di imprese, ha al proprio attivo anche pubblicazioni – libri, articoli, note di commento, check list – soprattutto in materia di diritto e procedura civile, protezione dei dati personali e responsabilità amministrativa di enti e persone giuridiche.

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