Un’opera di Luigi Cherubini caduta nell’oblio più totale è potuta finalmente andare in scena alla Sala Zubin Mehta, dopo svariati rinvii causa Covid; si tratta de Lo sposo di tre, e marito di nessuna, un dramma giocoso in due atti composto nel 1783 da un Cherubini poco più che ventenne, prima che intraprendesse la sua fulgida carriera parigina, che lo avrebbe portato però a concentrarsi soprattutto sull’opera seria e sulla musica sacra, tralasciando completamente quel filone comico intrapreso in età giovanile attraverso l’insegnamento del maestro Giuseppe Sarti.
La vicenda, solo in apparenza intricata, è una classica farsa caratterizzata da equivoci e travestimenti, in cui a farne le spese è l’ingenuo barone Don Pistacchio, che, da possibile sposo di tre giovani donne, alla fine non diventa marito di nessuna di loro; infatti, al termine della lunga rappresentazione (oltre tre ore di musica, una durata quasi wagneriana) si comporranno tre coppie e il solo Don Pistacchio rimarrà “zitello”. In realtà il libretto – comunque divertente – di Filippo Livigni non fa accadere niente di sostanzialmente rilevante per tutta l’opera e quindi l’ottima riuscita di uno spettacolo che avrebbe potuto rischiare di essere a tratti un po’ tedioso, è merito tanto della brillante regia di Cesare Lievi, quanto dell’attenta e raffinata direzione orchestrale di Diego Fasolis, alla guida di un’orchestra del Maggio molto contenuta nell’organico strumentale, cui si univa un cast di cantanti di ottimo livello.
Lo spazio scenico della Sala Mehta, dominato da delle cornici mobili che servivano a suggerire le diverse ambientazioni, si è rivelato perfetto nelle sue limitate dimensioni, in quanto i cantanti e gli abili figuranti in tuta mimetica vi si muovevano con grande dinamismo, conferendo all’azione un’intensa vivacità; a rendere ancor più piacevole lo spettacolo sul piano visivo erano i costumi, più o meno evocanti gli anni ’30, di Luigi Perego (che firmava anche le scene) e i variegati effetti luminosi creati da Luca Saccomandi. Molto accurata la parte della recitazione, nella quale tutti gli interpreti si sono distinti per la loro capacità di caratterizzare in maniera giocosa, ma sempre senza mai andare sopra le righe, i tratti peculiari dei protagonisti. Fra tutti, dal punto di vista vocale, spiccava il soprano spagnolo Sara Blanch, alias Donna Lisetta, ottima negli acuti e assai fluida nel fraseggio, ma sono apparsi di notevole bravura anche lo spassoso Don Pistacchio di Fabio Capitanucci, la vivace Bettina di Benedetta Torre, la seducente Donna Rosa di Arianna Vendittelli; buone anche le prove di Ruzil Gatin (Don Martino), Giulio Mastrototaro (Folletto) e Alessio Arduini (Don Simone).
Prolungati applausi da parte del pubblico, apparso molto tonico, malgrado le quasi quattro ore complessive di durata dell’opera.
Un’opera di Luigi Cherubini caduta nell’oblio più totale è potuta finalmente andare in scena alla Sala Zubin Mehta, dopo svariati rinvii causa Covid; si tratta de Lo sposo di tre, e marito di nessuna, un dramma giocoso in due atti composto nel 1783 da un Cherubini poco più che ventenne, prima che intraprendesse la sua fulgida carriera parigina, che lo avrebbe portato però a concentrarsi soprattutto sull’opera seria e sulla musica sacra, tralasciando completamente quel filone comico intrapreso in età giovanile attraverso l’insegnamento del maestro Giuseppe Sarti.
La vicenda, solo in apparenza intricata, è una classica farsa caratterizzata da equivoci e travestimenti, in cui a farne le spese è l’ingenuo barone Don Pistacchio, che, da possibile sposo di tre giovani donne, alla fine non diventa marito di nessuna di loro; infatti, al termine della lunga rappresentazione (oltre tre ore di musica, una durata quasi wagneriana) si comporranno tre coppie e il solo Don Pistacchio rimarrà “zitello”. In realtà il libretto – comunque divertente – di Filippo Livigni non fa accadere niente di sostanzialmente rilevante per tutta l’opera e quindi l’ottima riuscita di uno spettacolo che avrebbe potuto rischiare di essere a tratti un po’ tedioso, è merito tanto della brillante regia di Cesare Lievi, quanto dell’attenta e raffinata direzione orchestrale di Diego Fasolis, alla guida di un’orchestra del Maggio molto contenuta nell’organico strumentale, cui si univa un cast di cantanti di ottimo livello.
Lo spazio scenico della Sala Mehta, dominato da delle cornici mobili che servivano a suggerire le diverse ambientazioni, si è rivelato perfetto nelle sue limitate dimensioni, in quanto i cantanti e gli abili figuranti in tuta mimetica vi si muovevano con grande dinamismo, conferendo all’azione un’intensa vivacità; a rendere ancor più piacevole lo spettacolo sul piano visivo erano i costumi, più o meno evocanti gli anni ’30, di Luigi Perego (che firmava anche le scene) e i variegati effetti luminosi creati da Luca Saccomandi. Molto accurata la parte della recitazione, nella quale tutti gli interpreti si sono distinti per la loro capacità di caratterizzare in maniera giocosa, ma sempre senza mai andare sopra le righe, i tratti peculiari dei protagonisti. Fra tutti, dal punto di vista vocale, spiccava il soprano spagnolo Sara Blanch, alias Donna Lisetta, ottima negli acuti e assai fluida nel fraseggio, ma sono apparsi di notevole bravura anche lo spassoso Don Pistacchio di Fabio Capitanucci, la vivace Bettina di Benedetta Torre, la seducente Donna Rosa di Arianna Vendittelli; buone anche le prove di Ruzil Gatin (Don Martino), Giulio Mastrototaro (Folletto) e Alessio Arduini (Don Simone).
Prolungati applausi da parte del pubblico, apparso molto tonico, malgrado le quasi quattro ore complessive di durata dell’opera.
Luca Summer

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