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Su Orban ha ragione Salvini

Sono d’accordo con Salvini, il quale sottolinea che in Ungheria c’è stato uno scontro all’interno della destra, e che la sinistra non si è vista; ancora una volta, aggiungerò, a voler rimarcare un certo provincialismo italiano, quello di ricordurre ogni tema alle discussioni interne. E’ vero, ripeto, era una questione all’interno della sola destra ungherese, e quindi? Ciò non toglie che Salvini abbia scelto quella di Orban, non quella di Magyar. Peccato che il primo abbia messo la giustizia sotto l’esecutivo, la stampa e l’accademia sotto il tacco della politica illiberale, l’economia nelle mani degli amici degli amici, e che abbia de facto saccheggiato il paese.

di Fabrizio Amadori | 27 Aprile 2026

Sono d’accordo con Salvini, il quale sottolinea che in Ungheria c’è stato uno scontro all’interno della destra, e che la sinistra non si è vista; ancora una volta, aggiungerò, a voler rimarcare un certo provincialismo italiano, quello di ricordurre ogni tema alle discussioni interne. E’ vero, ripeto, era una questione all’interno della sola destra ungherese, e quindi? Ciò non toglie che Salvini abbia scelto quella di Orban, non quella di Magyar. Peccato che il primo abbia messo la giustizia sotto l’esecutivo, la stampa e l’accademia sotto il tacco della politica illiberale, l’economia nelle mani degli amici degli amici, e che abbia de facto saccheggiato il paese. L’altro, Magyar, non l’ha fatto, e dice di non avere alcuna intenzione di farlo. Ed in effetti, egli dall’inizio ha accusato Orban di essere questo, un saccheggiatore, uno che ha creato un regime politico, economico e mediatico in primis. E, ripeto, l’ha detto, e lo dice, da destra, non da sinistra. E l’ha detto e lo dice da tempo insieme ad altri, compresi alcuni grandi e piccoli giornali italiani non di sinistra. E allora la domanda è: perché Salvini, potendo tranquillamente scegliere tra destra presentabile e destra che presentabile non è mai stata da anni, quella di Orban, ha scelto quest’ultima? Perché ha scelto un uomo, Orban, che certamente avrà ora dei problemi con la magistratura ungherese (e, forse, europea), e – attenzione – non perché essa sia sotto il potere politico, ma proprio perché essa non lo è più, e vorrà chiedere conto anche di questo, del perché cioè lo sia stata al tempo in cui lui, l’amico di Meloni e Salvini, comandava. Come si fa a sostenere un uomo che è accusato di gravi reati e che è stato cacciato dal suo popolo (anche) per tale motivo? Davvero Salvini non sapeva della reputazione di Orban? Eppure era chiaro da tempo cosa bolliva nella pentola ungherese. Da ultimo, alcuni esempi molto diversi che non necessitano di commenti: appena saputo della sconfitta di Fidesz, il ministro degli esteri di Orban, Peter Szijjarto, quello che passava notizie riservate della Ue al russo Lavrov, si è precipitato in ufficio a distruggere documenti compromettenti, mentre il canale della tv pubblica si è finalmente degnata di invitare Magyar dopo che per anni si era ben guardata dal farlo. Non a caso, Magyar ora intende bloccare questo canale pubblico sino a quando non presenterà gli stessi standard di trasparenza e di imparzialità della Bbc. Ho parlato di Salvini, ma anche la Meloni ha sempre sostenuto Orban, sebbene non facessero, e non facciano, parte dello stesso gruppo nel parlamento europeo. Di recente, in tv uno dei suoi stretti collaboratori ha sottolineato che Meloni non condivideva parte delle idee di Orban, ma che l’ha sostenuto sino alla fine per un’amicizia personale. Allora ripeto la domanda. Come mai la Meloni, potendo scegliere tra la destra di Magyar, liberale, e la destra di Orban, illiberale, ha scelto quest’ultimo? Per amicizia, dice lo stretto collaboratore (Bocchino). Eppure nonostante tale amicizia non ha accettato di far parte dello stesso gruppo nel parlamento Ue. No, la Meloni deve iniziare a mettere un po’ d’ordine nella sua testa, mi pare (e non solo rispetto ad Orban). Infatti, se le accuse al leader magiaro fossero state realmente sostenibili, come ormai era chiaro da tempo, Meloni non avrebbe mai dovuto appoggiare il suo sistema illiberale e liberticida in Ungheria, e questo in nome di un’Europa libera spesso difesa dalla premier a parole negli ultimi anni anche in funzione antiputiniana. Infatti, da tempo la differenza tra il tiranno russo e Orban era soltanto di grado. Politicamente parlando, Meloni non poteva più essere un’amica di Orban, se non per un rapporto strettamente personale, privato, sebbene, a dirla tutta, pure tale rapporto sarebbe stato difficilmente sostenibile. Infatti, da quando una persona che fa della politica il proprio pane, e che dice di essere per la liberaldemocrazia senza se e senza ma, può coltivare rapporti personali con chi di tale sistema ha fatto polpette? La gente come Orban si combatte in ogni sede, non si frequenta amabilmente, mi pare. In ogni caso, da liberale io di certo non avrei più permesso che il mio rapporto avesse a che fare col premier magiaro ad un livello pubblico. Ed un endorsement a favore di Orban, in occasione di un’elezione fondamentale per di più, è qualcosa di pubblico, o sbaglio?

Fabrizio Amadori

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Fabrizio Amadori

Genovese, nato nel 1971, diplomato al liceo classico “Mazzini”, laureato in filosofia all’Università Statale del capoluogo ligure, amo la letteratura in lingua tedesca e russa. Residente a Milano dal 1999, dopo varie esperienze, prima come responsabile di pizzeria (Germania) e poi come docente in Italia e all’estero (Zambia), mi occupo da gennaio 2007 di comunicazione per le aziende (dalle piccolissime alle multinazionali). Al mio attivo ho numerose pubblicazioni – articoli e interviste – su giornali e riviste culturali nazionali (“Ideazione”, “Filosofia”, “Poeti e poesia”, etc.). Da studioso in ambito letterario ho scritto soprattutto di teoria della scrittura (si veda, ad esempio, il mio breve saggio “Ragionare alla Poe”, “Avanguardia” n. 59). Sono stato il primo a parlare di “narratologia deduttiva” (“Prometeo” n. 145).
Ottenuta nel 2000 una borsa di studio e ricerca da una Fondazione italo-americana per sviluppare il discorso iniziato col mio pamphlet “Giovani e potere” – o “Giovani, sesso e potere” a seconda dell’edizione – (prefazione di Dino Cofrancesco), ho potuto lavorare a stretto contatto, tra gli altri, con Anita Desai e Philip Levine. Polemista, ho scritto per i giornali anche di cultura. Di recente ho iniziato a pubblicare alcune poesie – o “testi rimati” come li definisco io – sulla rivista “Poeti e poesia”. Già membro della segreteria della “Enzo Tortora” di Milano e Consigliere generale della “Coscioni”, mi sono occupato come oratore del referendum per l’abrogazione della Legge 40 portando a casa anche un importante risultato: convincere il quotidiano “Liberazione” – di ispirazione comunista – ad usare come allegato per la campagna il materiale dell’associazione radicale.

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