Alla vista di una tastiera, eccitato come una bambina nell’acqua di una bella piscina (pulita e calda). Al suono rauco di un fiato, basito come un playboy (della riviera) davanti alle gambe di una turista. Quello stupido artista sentiva la musica in bocca, come una salsiccia alla griglia. Non era poesia ma pura, goduriosissima, fisicità. Si capiva da come trattava le tue orecchie (perché lui lo sapeva che le tue orecchie erano lì). Da come (fisicamente) ti toccava quando scivolava sulla tastiera. Da come soffiava dentro un ottone (come fosse il tuo collo, sotto i capelli). La sua voce, come ti leccasse dietro le orecchie. Pura fisicità. Se c’era della musica fatta di carne, era la sua.
Questo stupido artista ha mille stili che si muovono dal jazz al rhythm and blues, ha mille nomi, da quello di Mike Bloomfield, Al Kooper, Nat “King” Cole, Ernie Watts, Armostrong, Marc Seales, Barry White, Natalie Cole, Sinatra, Jelly Roll Morton, Harold Melvin, Ella Fitzgerald o Nina Simone e mille altri ancora ed altre mille grandi immensità capaci di farti scendere un brivido lungo la schiena e farti desiderare una dolce mano sotto il vestito ed un dolce bacio sotto l’orecchio.
Ci sono giorni, in cui non posso fare a meno di camminare camuffando (sotto i capelli) due auricolari e sentirmi invasa da questo stupido (o stupida) artista. Poi, capita una vetrina nera nella Galerie de Valois, Palais Royal. Una foto a nulla di più stupido di un paio di stupide scarpe ma molto, molto jazz. Una foto per pensarci su (un’ora, un giorno) e invece solo dieci passi (dieci), non uno di più. Dietrofront. L’entrata nel negozio. Seduta. Provate. Carta di credito ed una firma senza avere il coraggio di guardare quello stretto foglio di carta rollato fuori dalla macchinetta. Ora nuove-nuove nel mio trolley insieme allo scontrino (folle): tacco dodici ed arancioni: super-super-mega-giga jazz. Buone per tre occasioni. Da provare la prima volta insieme a lui: metterle ai piedi senza mai avere calpestato un centimetro di suolo, sdraiata su un letto di un bell’albergo di qualche altra capitale europea (ascoltando quello stupido artista che canta, casomai, fly me to the moon). Poi provarle camminando in solitudine lungo i corridoi di un aeroporto per un volo che ti porterà chissà dove. Poi averle indosso un giorno (di lavoro) in cui tratti, negozi, parli e convinci, avendo ai piedi il simbolo di una notte d’amore e che, chi ti sta davanti, sente, intuisce, desidera, vorrebbe e che lo distrae tremendamente (minuto dopo minuto) rendendogli quella trattativa una lunga scalata senza meta (una meta che, forse, avrebbe visto ben oltre le scarpe e ben più su delle mie caviglie).
Ecco cosa mi viene in mente (ora) grazie a quello stupido artista nelle orecchie mentre sento la sua musica come crema sulla schiena.
Se non avessi avuto questo stupido nelle orecchie, non avrei un paio di stupide scarpe jazz nella valigia. Non avrei due auricolari sotto i capelli e polpastrelli sulla tastiera di questo piccolo portatile. Non armeggerei per portare lui in un qualche luogo dove farlo impazzire sotto le lenzuola. Non penserei a come giocare al gatto e al topo con un cliente saccente. Sarei qui, al gate dell’aeroporto, a tenermi aggiornata leggendo: “Daesh: The challenge to regional and international security-Draft report”. Cosa che (davvero) non faccio mentre sento la sua grande musica e penso ai bei modi in cui posso usare un paio di décolleté arancioni (very jazzed).
Very jazzed indeed
Stupido artista
Quello stupido artista sentiva la musica in bocca, come una salsiccia alla griglia. Non era poesia ma pura, goduriosissima, fisicità.

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