La campagna di Corbyn si è basata sulle associazioni di territorio , su una spinta dal basso, sull’ascolto delle persone singole non ha avuto alcuna caratteristica demagogica e populista.
L’arrivo di Jeremy Corbyn alla guida del Labour Party è stato visto e presentato da molti esponenti della sinistra (?) europea e dalla totalità dei commentatori in maniera che possiamo definire quantomeno sbrigativa oltre che in generale molto negativa. In Italia, con la nota profondità di analisi che contraddistingue alcuni dichiaratori di professione, è stato additato come un nuovo caso di malfunzionamento delle primarie .
Eppure il fenomeno di un candidato che in tre mesi passa da una storica posizione di minoranza testimoniale ( peraltro occupata vincendo per sette volte consecutive, dall’era Thatcher fino ad oggi, il proprio seggio a Londra , non in un villaggio delle highlands) ad un trionfo del sessanta per cento aggiudicandosi la leadership del più antico partito della Vecchia Europa meritava e merita qualche attenzione in più.
Il successo di Corbyn è stato conseguito dopo una nuova dura sconfitta elettorale dei laburisti ed è ovviamente frutto anche della volontà di cambiare volti e proposte risultate perdenti, come avviene nelle democrazie che funzionano . Occorre però notare che le proporzioni di questa sconfitta sono come sempre accentuate dal sistema maggioritario ( la differenza sui voti popolari è di poco più di due milioni di voti dagli 11 conseguiti da Cameron) , il Labour era ed è un partito solidamente presente e radicato . E la (ex) minoranza del partito non ha vinto perchè la maggioranza di elettori ed iscritti sono migrati verso altri lidi , ma lo ha fatto aggregando un consenso maggioritario intorno alla propria proposta tra i 500 mila iscritti e votanti delle “primarie” ( che tali non sono, ovviamente, perchè si tratta di elezione diretta e popolare) .
La spinta e la speranza suscitata da Corbyn non può essere liquidata con una alzata di spalle o, peggio, con valutazione ornitologiche sui beccai che seguono i gufi : con il voto interno il Labour ha registrato oltre 110 mila nuove iscrizioni , in massima parte giovani e giovanissimi, che sono diventati quasi 200 mila dopo l’elezione del nuovo non giovanissimo leader . Affermare che siamo di fronte al ritorno del “vecchio” Labour perdente di Michel Foot è sicuramente un errore dettato da superficialità : il fatto che un 66enne intercetti il sentimento dei giovani vittime della crisi e non tutelati dalla politica dei Conservatori non significa proprio un ritorno al passato e la rivincita di leader sconfitti dalla storia. E se invece si trattasse di un nuovo Aneurin Bevan , che finì per ispirare la sinistra riformista europea negli anni sessanta e settanta, quelli del maggior progresso sociale realizzato nella storia del nostro continente?
La campagna di Corbyn si è basata sulle associazioni di territorio , su una spinta dal basso, sull’ascolto delle persone singole non ha avuto alcuna caratteristica demagogica e populista , si è piuttosto caratterizzata per essere una riscoperta dei valori morali e politici della giustizia sociale e dell’equità contrapposti al moralismo ed al populismo dei Farage ( e dei Grillo) di tutta Europa.
Confesso che la singolare assonanza con le campagne e l’ascesa di altre e diverse leadership popolari capaci di parlare a tutte le generazioni come Bill De Blasio a New York o il movimento arancione del 2011 di Giuliano Pisapia a Milano mi spinge a guardare con simpatia al Labour di Corbyn commettendo probabilmente lo stesso errore di “semplificazione” che compiono per altri versi i suoi critici: quello che è certo è che ciò che avviene ed avverrà in Inghilterra avrà un peso politico non inferiore a quello che avviene in Francia o in Germania e sicuramente superiore a tutte le Syriza e Podemos d’Europa, ma non ha meritato, fino ad ora, nemmeno un decimo dell’attenzione mediatica di cui queste hanno goduto (o sofferto) negli ultimi anni.

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