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Studiamo il fenomeno Corbyn…e dedichiamogli più attenzione

di Franco D'Alfonso | 18 Ottobre 2015

La campagna di Corbyn si è basata sulle associazioni di territorio , su una spinta dal basso, sull’ascolto delle persone singole non ha avuto alcuna caratteristica demagogica e populista.

L’arrivo di Jeremy Corbyn alla guida del Labour Party è stato visto e presentato da molti esponenti della sinistra (?) europea e dalla totalità dei commentatori in maniera che possiamo definire quantomeno sbrigativa oltre che in generale molto negativa. In Italia, con la nota profondità di analisi che contraddistingue alcuni dichiaratori di professione, è stato additato come un nuovo caso di malfunzionamento delle primarie .

Eppure il fenomeno di un candidato che in tre mesi passa da una storica posizione di minoranza testimoniale ( peraltro occupata vincendo per sette volte consecutive, dall’era Thatcher fino ad oggi, il proprio seggio a Londra  , non in un villaggio delle highlands) ad un trionfo del sessanta per cento aggiudicandosi la leadership del più antico partito della Vecchia Europa meritava e merita qualche attenzione in più.

Il successo di Corbyn è stato conseguito dopo una nuova dura sconfitta elettorale dei laburisti ed è ovviamente frutto anche della volontà di cambiare volti e proposte risultate perdenti, come avviene nelle democrazie che funzionano . Occorre però notare che le proporzioni di questa sconfitta sono come sempre accentuate dal sistema maggioritario ( la differenza sui voti popolari è di poco più di due milioni di voti dagli 11 conseguiti da Cameron) , il Labour era ed è un partito solidamente presente e radicato . E la (ex) minoranza del partito non ha vinto perchè la maggioranza di elettori ed iscritti sono migrati verso altri lidi , ma lo ha fatto aggregando  un consenso maggioritario intorno alla propria proposta tra i 500 mila iscritti e votanti delle “primarie” ( che tali non sono, ovviamente, perchè si tratta di elezione diretta e popolare) .

La spinta e la speranza suscitata da Corbyn non può essere liquidata con una alzata di spalle o, peggio, con valutazione ornitologiche sui beccai che seguono i gufi : con il voto interno  il Labour ha registrato oltre 110 mila nuove iscrizioni , in massima parte giovani e giovanissimi, che sono diventati quasi 200 mila dopo l’elezione del nuovo non giovanissimo leader . Affermare che siamo di fronte al ritorno  del “vecchio” Labour perdente di Michel Foot  è sicuramente un errore dettato da superficialità : il fatto che un 66enne intercetti il sentimento dei giovani vittime della crisi e non tutelati dalla politica dei Conservatori non significa proprio un ritorno al passato e la rivincita di leader sconfitti dalla storia. E se invece si trattasse di un nuovo Aneurin Bevan , che finì per ispirare la sinistra riformista europea negli anni sessanta e settanta, quelli del maggior progresso sociale realizzato nella storia del nostro continente?

La campagna di Corbyn si è basata sulle associazioni di territorio , su una spinta dal basso, sull’ascolto delle persone singole non ha avuto alcuna caratteristica demagogica e populista , si è piuttosto caratterizzata per essere una riscoperta dei valori morali e politici  della giustizia sociale e dell’equità contrapposti al moralismo ed al populismo dei Farage ( e dei Grillo) di tutta Europa.

Confesso che la singolare assonanza con le campagne e l’ascesa di altre e diverse  leadership popolari capaci di parlare a tutte le generazioni  come Bill De Blasio a New York o il movimento arancione  del 2011 di Giuliano Pisapia a Milano  mi spinge a guardare con simpatia al Labour di Corbyn commettendo probabilmente lo stesso errore di “semplificazione” che compiono per altri versi i suoi critici: quello che è certo è che ciò che avviene ed avverrà in Inghilterra avrà un peso politico non inferiore a quello che avviene in Francia o in Germania e sicuramente superiore a tutte le Syriza e Podemos d’Europa, ma non ha meritato, fino ad ora, nemmeno un decimo dell’attenzione mediatica di cui queste hanno goduto (o sofferto) negli ultimi anni.

Pubblicato in : Primo pianoTag: 2011, anni, consenso, crisi, europa, francia, germania, giovani, giustizia sociale, italia, labour party, leadership, milano, movimento, persone, populista, primarie, sinistra riformista, speranza, thatcher, valutazione

Info Franco D’Alfonso

Conseguita la laurea in Giurisprudenza alla Statale di Milano, prosegue gli studi con il Master Business Administration, MBA conseguito alla Scuola di Direzione Aziendale dell’Università Bocconi. Dal 1984 al 1998 è stato manager in Fininvest e Mediaset, dove ha ricoperto la carica di direttore delle produzioni internazionali. La sua vita professionale in ogni caso è principalmente incentrata sulla consulenza aziendale nel campo della telecomunicazione e dei media, con esperienze in Alfa Romeo, Finmeccanica e Italtel. E’ stato inoltre amministratore delegato di numerose aziende in settori diversi, dalla discografia al turismo. Giornalista pubblicista dal 1975, è editorialista per quotidiani e periodici locali e nazionali. Socialista storico milanese, è animatore di vari circoli e organizzazioni nati dopo la dissoluzione del Psi. Dal 2006 al 2008 è stato vicepresidente dell’ANMC – Associazione Nazionale Mutilati Invalidi Civili di Milano. Dal 1992 al 1997 è stato Consigliere d’amministrazione del Piccolo Teatro di Milano, nel periodo della direzione artistica di Giorgio Strehler.
E’ stato coordinatore e organizzatore della Lista Milano Civica per Pisapia Sindaco, con il quale ha svolto l’incarico di Assessore al Bilancio.

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