
Va premesso che il testo, di sicuro interesse storico (e, aggiungo, spirituale), non sempre è di agevole lettura e i nuclei tematici dispiegati nel suo svolgimento sono, per così dire, da cultori della materia: il primo sul pellegrinaggio in Terra Santa (con 8 saggi), il secondo sulle controverse relazioni tra ordini religiosi nel pieno/tardo Medioevo (con 6 saggi). Il volume “Monaci e pellegrini nell’Europa medievale”, curato da Francesco Salvestrini (Edizioni Polistampa, 2014, pagg. 272, € 20,00), così raccoglie gli atti di due seminari del Centro Internazionale di Studi “La ‘Gerusalemme’ di San Vivaldo” promossi dal Comune di Montaione e svoltisi nel luglio del 2006 e 2007.
Diffuso presso tutte le religioni (tranne quelle a carattere panteistico), il pellegrinaggio ebbe, in epoca medievale e in ambito cristiano, tre grandi mete: Gerusalemme, Roma e Santiago di Compostela. Premesso il suo tradizionale carattere religioso-devozionale, quasi mai attento a luoghi e persone, nei primi decenni del Trecento – come riporta Renzo Nelli nel suo “il pellegrinaggio in trasformazione” – acquistò un inedito interesse per gli aspetti ‘profani’ del viaggio, si dilatò “la percentuale di incidenza dell’osservazione personale e della autonoma capacità di giudizio rispetto all’autorità delle fonti usate” e la narrazione del viaggio acquistò più spazio anche per la parte che si svolgeva fuori della Terrasanta. Ma la vicenda umana è sempre complessa e per alcuni valeva più la ‘participatio’ alla Città Celeste che la ‘peregrinatio’ ai Luoghi Santi. Come bene illustra Francesco Vermigli (in “Bernardo di Chiaravalle e la Terrasanta”), la vicinanza fisica a Gerusalemme fu reputata effimera, né abbisognava il monaco “della vista di quei luoghi per incamminarsi lungo la strada che conduce, già qui e ora, alla conoscenza di Dio”. Nel pensiero bernardino, ad una estetica “aniconica” (“colui che indugia sulle immagini artistiche attesta di una vita spirituale monasticamente inordinata”) si congiunse l’idea che “chi pellegrina verso quei luoghi che sono stati testimoni della vita, della morte e della Resurrezione del Cristo (…), vive una condizione spirituale che non è quella che si vive nel chiostro, dove si insegna una conoscenza del Cristo (…) totalmente slegata da qualsiasi vicinanza fisica ed affettiva alla Gerusalemme di quaggiù”. Da qui il lettore può ormai muovere agevolmente verso il mare scomposto delle controversie religiose, spesso originate da motivi che si ripeteranno nella storia. Lo scontro che oppose “i monaci neri di Cluny ai monaci bianchi di Citeaux nasceva – spiega Antonella Degl’Innocenti in “Polemiche monastiche nella Francia dei secoli XI e XII” – da due diverse concezioni della vita monastica, che la comune radice benedettina rendeva paradossalmente ancora più distanti e inconciliabili”. Ancora una volta uno dei protagonisti fu Bernardo di Clairvaux, che stigmatizzò l’intemperanza nel mangiare e nel bere, la rilassatezza dei costumi, l’incuria degli abati, l’amore per il lusso dei (o di alcuni) monaci cluniacensi. Il conflitto poteva anche, un po’ meno nobilmente, riguardare la riconducibilità di un santo alla propria o altrui tradizione monastica, come avvenuto tra benedettini vallombrosani e francescani minori a proposito del “rustico anacoreta” Torello da Poppi (vedasi “‘Sacre dispute’ e affermazioni di identità” di Francesco Salvestrini) che, dichiaratosi indegno dell’abito monastico, aveva compiuto la scelta di “ascetico ritiro”.
Queste sono solo alcune delle storie che si possono gustare, leggendo il volume, con piacere sottile e meditabondo. Per qualcuno potranno avere un sapore ignoto o astruso, lontane come appaiono dalla (in)sensibilità di questo tempo. Chi scrive propende, per l’appunto, per una loro insospettata modernità: avendo sempre a che fare, direttamente o mediatamente, con l’idea/realtà di Dio e i limiti dell’uomo, emergono dalla storia quasi fossero senza tempo.

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