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Storia e contemporaneità, quale Firenze?

di Valerio Parigi | 3 Dicembre 2018

Firenze ha un enorme patrimonio storico, architettonico, culturale, artistico, di rilevanza mondiale, risalente soprattutto al  Rinascimento (di cui è stata la culla), con radici medievali in gran parte “coperte” dalla trasformazione durante periodo di maggiore splendore mondiale, e dalla Firenze Capitale e risorgimentale.
Un patrimonio che ci hanno lasciato in eredità élite cosmopolite e al centro del progresso universale, dalla geopolitica alla scienza.
Un patrimonio talmente internazionale da entrare con forza addirittura in altre lingue, paesi, culture. Si pensi a Dresda, soprannominata la “Elbflorenz”, la Firenze sull’Elba.
Stiamo valorizzando questo enorme patrimonio che ci ritroviamo, senza aver fatto quasi nulla da generazioni? O forse si sta disperdendo, è in via di logoramento? E perché? Cosa potremmo fare di diverso dalla gestione un po’ provinciale e parassitaria di oggi?
Va detto: le condizioni a contorno del grande patrimonio, che ne determinano le sorti, non sono incoraggianti ne rassicuranti.
Sul piano culturale vivere di rendita di un passato straordinario si esprime oggi in uno sconfortante provincialismo, l’illusione di essere (ancora) al centro del mondo, o che basti affermarlo per renderlo vero. Frasi fatte quanto vuote come “Firenze è unica“, “la città più bella del mondo“, e altre simili, oltre a non avere nessun effetto di valorizzazione, fanno salire imbarazzanti domande sui parametri per mettere a confronto bellezza, unicità ecc.

C’è poi il retroterra pecuniario del provincialismo culturale. Una città, o perlomeno strati, pezzi, segmenti di essa, che vivono di rendita, un’economia spennapolli, che detta legge a tutti i livelli, a partire dalle scelte politiche in campo urbanistico, culturale, abitativo, dei servizi ecc.
Le famigerate logiche bottegaie fiorentine, eredi più dell’usura che dei mercanti cosmopoliti che fecero grande la città, si estendono dai mangifici, a hotel e B&B, ai negozi di chincaglierie di pessimo gusto e altro ancora. Qualsiasi attività economica non legata allo spennamento di polli turistici si trova in difficoltà, o si sposta altrove, o muore. Un circolo vizioso con conseguenze devastanti, fatto di affitti esorbitanti, spopolamento del centro, invivibilità per famiglie, giovani e anziani, ceti popolari o benestanti.
L’altra faccia della medaglia è il tipo di turismo dominante e invasivo, che ricaccia indietro e fa da repellente ad altre tipologie di visitatori apparentemente meno lucrative. Quello che si comincia a chiamare “over-turismo“, concentrato in poche centinaia di metri, composto di arricchiti buzzurri, di visite scappa e fuggi, di invasione delle cavallette, e quindi anche di respingimento del turismo colto, delle permanenze più lunghe e meno impattanti.
Ma siamo sicuri che il bilancio anche prettamente pecuniario sia più redditizio di altri modelli? Ci sono seri dubbi.
Si pongono due grandi domande. La prima è economica e di gestione dei flussi: per es. distribuirli su superfici e attrattive (esistenti in abbondanza) assai più vaste invece che solo intorno a Duomo e Uffizi, Cosa che richiede scelte di promozione e un governo dei processi, da non subire passivamente ma da orientare, incentivare o scoraggiare a seconda dei casi. E “quali flussi”, oggi tutti concentrati sulla spesa facile, assai poco qualificati di quelli di maggiore qualità, dal pubblico giovanile, investimento sui prossimi decenni,  a quello con capacità di spesa ben oltre le bancarelle.
La  seconda domanda è ovviamente culturale. Una Firenze incancrenita nella conservazione di un passato da cartolina, senza proiezioni verso il futuro e il presente, fatto quest’ultimo di turismo da saccheggio. Che in realtà non è neanche in grado di tutelare il patrimonio storico, proprio perché visto solo come fondale di giochi affaristici a tutto campo: dal paninaro ai grandi alberghi.

Riprove ne sono una ZTL ridotta a colabrodo e la sosta selvaggia, di fatto legalizzata, che devasta le notti. O le pedonalizzazioni svendute a orribili dehors, le ordinanze anti-panino, il frastuono e le ubriacature della movida.

Di questa conservazione fasulla e bottegaia fa parte anche il provincialissimo rifiuto della contemporaneità, di cui non è presente quasi nulla nel tessuto storico di Firenze, se non vogliamo considerare orrori come edifici alberghieri in piazza dell’Unità e altre meraviglie biecamente speculative degli anni 60. La loggia di Isozaki sul retro degli Uffizi, mai realizzata, ne è un simbolo di grande e desolante tristezza.

Eppure in Europa abbiamo eccellenti esempi di contemporaneità (voluta e progettata come tale) che conserva e valorizza il patrimonio storico: Vienna, Siviglia, Berlino, Parigi e altre città anche molto diverse fra di loro. La piramide di vetro al Louvre, la “Raumschiff” (astronave) sul retro del duomo di S. Stefano, il memoriale della Shoa e la nuova cupola del Reichstag a Berlino, solo per citare alcuni esempi. Spesso emersi da concorsi internazionali fra grandi o nuove leve dell’architettura contemporanea. E non da piccoli burocrati seduti in polverosi uffici comunali, o sotto il diktat di paninari, tassisti, venditori di David di gesso o gondole da comodino.
La malintesa (e scassata) contemporaneità sembra relegata a periferie e semiperiferie, dove “non può far danno”, cioè non disturbare lo status quo da cartolina turistica, lasciando la vita reale a residenti di quartieri popolari o anche benestanti, tagliati fuori dai flussi di persone e di soldi, magari nella convinzione che si tratti di “qualità della vita”: il posto macchina sotto casa e vivacchiare come massima aspirazione e unico, o forse migliore dei mondi possibili.

Serve altro: una città fatta di gente che ci abita, ci lavora, ci vive, che si muove per andare in ufficio o al cinema, in centro come a Rifredi, con scelte dettate dal tipo di vita che si vuole fare e non per invivibilità o cacciata da speculazioni commerciali e immobiliari. Varietà culturale, sociale, di etnìa, di religione o di età.
La Firenze erede del Rinascimento, e non delle invasioni barbariche, della peste o delle guerre antiche e moderne.

Valerio Parigi

Pubblicato in : Punto e a capoTag: anni, anni 60, anziani, architettura, cinema, europa, firenze, futuro, giovani, governo, mondo, parigi, persone, qualità della vita, religione, soldi

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