
Dopo la breve pausa estiva, la stagione autunnale del Teatro del Maggio è stata inaugurata con un concerto all’insegna della grande musica russa del ‘900, in cui erano protagonisti due giovani interpreti (sessant’anni in due), il pianista ventiseienne Giovanni Bertolazzi e il direttore d’orchestra russo Dmitry Matvienko, classe 1990.
Nella prima parte veniva eseguito il celebre e temibile Concerto n. 3 in re minore di Rachmaninov, pietra miliare della letteratura per pianoforte e orchestra del primo ‘900, soprattutto per quanto attiene quell’aspetto virtuosistico che lo rende affrontabile soltanto da pianisti dotati di estrema abilità e solidità tecnica. Bertolazzi, che suonava su un pianoforte Borgato Gran Prix 333 (cifra indicante la sua lunghezza, circa mezzo metro in più rispetto ai tradizionali gran coda), ha dimostrato di avere tutte le carte in regola per poter superare l’ardua prova: estrema precisione nei passaggi più ardui, attenzione massima nel preparare gli attacchi e dialogo serrato con l’orchestra, che da parte sua ha offerto un’ottima prova sotto l’abile direzione di Matvienko. Bertolazzi ha esibito inoltre un’intensa musicalità, curando molto il fraseggio e mostrando così l’inquietudine espressiva aleggiante in questo Concerto, la sua natura intimista contrapposta alla sua focosità,
elemento, quest’ultimo, che il giovane pianista veneto ha saputo tirar fuori particolarmente nel movimento conclusivo. Dunque una prova, quella di Bertolazzi, di grande maturità interpretativa, che alla fine è stata accolta da un caloroso successo di pubblico; non ha convinto pienamente, tuttavia, la resa sonora del gigantesco pianoforte, da cui ci saremmo aspettati un volume sonoro più cospicuo e una maggiore omogeneità timbrica fra i registri basso-medio-alto. Auspichiamo di poter avere un’ulteriore prova di appello in futuro.
Nella seconda parte della serata Matvienko ergeva da protagonista assoluto, cimentandosi con un’affascinante combinazione di vari brani estratti dalle tre Suites dal balletto Romeo e Giulietta di Prokofiev, scritte fra il ’36 e il ’46. Il direttore russo, indubbiamente dotato di un talento prorompente, ha fatto tremare la Sala Mehta con sonorità fragorose – si pensi alla violenza fonica della marcia funebre nella “Morte di Tebaldo” – e al tempo stesso ha messo in risalto con bravura l’intensa emotività del brano “Romeo e Giulietta”, quello della celebre scena notturna dal balcone. Gli undici pezzi selezionati sono apparsi un ampio affresco unitario, restituito in tutta la sua espressività da Matvienko, a cui possiamo perdonare qualche lieve eccesso dovuto alla sua generosa passionalità, che si esprimeva in una direzione fisicamente teatrale, nella quale veniva utilizzato tutto il corpo con una pronunciata gestualità. Estremamente positiva la resa di tutti i settori dell’orchestra del Maggio, in primis gli ottoni. Successo alle stelle.
Luca Summer

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