La crisi morde e il conflitto sociale può assumere forme nuove.

Potrebbe riproporsi un nuovo “Autunno caldo”? Difficile a dirsi. Nel settembre 1969, nel pieno di una delle ricorrenti crisi politiche del nostro paese, allorquando Fiat e Pirelli avevano appena fatto scattare la sospensione di migliaia di operai dei loro stabilimenti contro l’ondata di scioperi per il rinnovo dei contratti dei chimici e dei metalmeccanici, si sviluppò spontaneo un forte conflitto sociale.
Erano le prime fasi di una mobilitazione che avrebbe coinvolto cinque milioni di lavoratori che rivendicavano più salari, più dignità e più diritti e che trovavano per la prima volta al loro fianco studenti, impiegati, e ampi settori dei ceti borghesi e intellettuali.
Una scossa a un Paese che ancora coltivava il sogno del boom economico senza essersi accorto di quel che era cambiato attorno alle catene di montaggio della grande industria e al fenomeno dell’emigrazione di massa dalle campagne del nostro Mezzogiorno
verso le grandi metropoli industriali del Nord. Quell’esperienza, che coltivò speranze di palingenesi sociale, suscitò concreti risultati riformatori, dalla riforma delle pensioni allo Statuto dei diritti dei lavoratori; dall’abolizione delle famigerate “gabbie salariali” tra Nord e Sud all’assistenza sanitaria per tutti e ad una nuova stagione di interventi (purtroppo spesso sprecati!) per il nostro Mezzogiorno.
Oggi lo scenario è mutato. Le economie non sono più espressione della sovranità dei singoli Stati, ma sono determinate in larga parte dalle scelte della finanza globale; la fine del ciclo produttivo fordista ha compresso l’area tradizionale del mondo del lavoro e allargato la precarizzazione, i sindacati vivono una fase di incertezza sulle loro strategie e sul loro stesso futuro.
E, forse, il conflitto sociale, in Italia e in Europa a causa delle rigorose politiche monetarie e di bilancio, potrà svilupparsi in forme di movimento diverse da quelle tradizionali, tenendo conto, e lo teorizzava apertamente un intellettuale liberale alieno da ogni cedimento a visioni antagonistiche nella società, come Ralph Dahrendorf, che nei sistemi capitalistici bisogna connettere il conflitto, quale fattore democratico, con i diritti di cittadinanza e la welfare society.

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