
di Emilio Cozzi e Michele Danesi*
C’è qualcosa di anacronistico, e insieme commovente, nel vedere due agenzie spaziali che appartengono a mondi sempre più distanti – per interessi, per valori dichiarati, per ambizioni geopolitiche – lavorare insieme per studiare il Sole.
Il prossimo 19 maggio, dallo Spazioporto europeo di Kourou, nella Guyana Francese, Cina ed Europa dovrebbero lanciare il satellite SMILE – Solar wind Magnetosphere Ionosphere Link Explorer – primo frutto del lavoro congiunto tra l’Agenzia Spaziale Europea (ESA) e l’Accademia cinese delle scienze (CAS). A portarlo in orbita sarà un vettore Vega-C, gestito per la prima volta in totale autonomia dall’italiana Avio, che quel razzo lo costruisce. È un dettaglio che è opportuno evidenziare: l’Italia, nel mezzo di una stagione in cui le alleanze spaziali si ridisegnano con la stessa velocità con cui cambiano i dazi doganali, opera un lancio che porta in orbita un satellite sino-europeo.
SMILE osserverà l’interazione tra il vento solare e il campo magnetico terrestre. Studierà, tra l’altro, le “espulsioni di massa coronale”: le tempeste magnetiche generate da nubi di plasma che il Sole rilascia nello spazio a circa 400 chilometri al secondo. La magnetosfera terrestre le intercetta, le distorce, ci protegge, ma non senza lasciare tracce: aurora boreali, perturbazioni delle reti elettriche, interferenze sui satelliti. Capire quel meccanismo non è, solo, curiosità accademica: è una questione di sicurezza per le infrastrutture critiche di tutto il pianeta, dalle linee elettriche agli apparati in orbita.
Il rinvio dello scorso 5 aprile, dovuto a un problema tecnico sopraggiunto al momento dell’integrazione dei sistemi di lancio del razzo, ha dilatato di qualche settimana l’attesa per un progetto in corso già da anni. Anni in cui il rapporto tra Bruxelles e Pechino si è logorato su fronti diversi: guerra commerciale sui veicoli elettrici, restrizioni ai semiconduttori e, sullo sfondo, la guerra in Ucraina come spettro permanente. Eppure, SMILE esiste, si appresta al lancio e la sua orbita, così come i suoi rilievi scientifici, non avranno bandiera.
SMILE è per questo una missione due volte rilevante. Non solo per quello che permetterà di osservare e capire meglio – il Sole, la magnetosfera, i meccanismi che regolano lo space weather – ma per quello che rappresenta: una piattaforma di dialogo scientifico che sopravvive alle stagioni della geopolitica. In un’epoca in cui il concetto di autonomia strategica è assurto a mantra di ogni cancelleria europea, SMILE rappresenta il tentativo di dimostrare che esistono domini in cui la cooperazione internazionale produce risultati che nessuno riuscirebbe a ottenere da solo. Costituisce, de facto, una piattaforma di dialogo e cooperazione efficace in un’epoca di relazioni segnate da crescenti ambizioni di indipendenza tecnologica e autonomia strategica.
La Cina nello spazio: l’evoluzione del panorama domestico
La Repubblica Popolare Cinese (RPC) si presenta al lancio in una fase di forte espansione del proprio settore spaziale, sia sotto il profilo economico e industriale che sotto quello regolatorio e di governance. Il 2025 si è concluso con un totale di 94 lanci (+46% dal 2022, +135% in 5 anni) operati dagli spazioporti cinesi, quasi un terzo in più di quelli totalizzati nel 2024, mentre nei primi quattro mesi del 2026 sono stati effettuati 25 tentativi di lancio (di cui due falliti a gennaio). Il trend riflette la grande enfasi che il governo di Pechino sta ponendo su quest’industria, che si stima possa superare i $900 miliardi di valore complessivo entro il 2029 (rispetto ai $350 miliardi del 2025), ed è trainato da alcune priorità tecnologico-strategiche. La prima è la realizzazione di un sistema nazionale di internet satellitare: le due megacostellazioni che costituiscono la risposta cinese alla statunitense Starlink, Guowang (statale) e Qianfan (commerciale, ma con importante partecipazione finanziaria della municipalità di Shanghai), sono passate dalle prime 64 unità lanciate nel 2024 a un totale di 285 a fine aprile 2026 (159 per Guowang, 126 per Qianfan), di cui 171 portate in orbita lo scorso anno e 50 tra gennaio e aprile 2026. Sebbene ancora lontana dai 27000 satelliti prefissati come obiettivo finale, Pechino punta ancora a raggiungere la soglia critica necessaria per l’operatività delle due costellazioni (circa 1300 satelliti l’una) entro i prossimi due anni, il che richiederebbe un ulteriore e significativo incremento del numero di missioni da inviare.
La seconda priorità tecnologica è la corsa alla riutilizzabilità dei lanciatori, altra caratteristica che la China National Space Administration (CNSA, l’agenzia spaziale cinese) invidia a SpaceX e, in particolare, al suo vettore Falcon 9. Il 2025 ha infatti visto due tentativi di lancio di razzi dal primo stadio riusabile: il Long March 12, realizzato dalla China Aerospace Science and Technology Corporation (CASC) per il programma aerospaziale nazionale, ha fallito il recupero del proprio primo stadio in un test lo scorso dicembre. Solo poche settimane prima la stessa sorte era toccata al vettore Zhuque-3, della compagnia commerciale LandSpace, mentre a inizio aprile 2026 non è andato a buon fine nemmeno il tentativo dell’impresa Space Pioneer a mezzo del suo Tianlong-3.
In questo contesto risulta via via fondamentale l’espansione del segmento commerciale dell’industria spaziale cinese, rimasto per decenni marginale rispetto al settore pubblico ma che, dal 2014 in poi, proprio al fine di aumentare il volume della space economy nazionale e rinsaldare il ruolo di Pechino come potenza spaziale, è stato incentivato anche dal governo con contratti d’appalto, sussidi dalle amministrazioni locali e aumento della governance del settore. La necessità del governo cinese di accelerare sulle due priorità – internet satellitare e riutilizzabilità di vettori – sta infatti aprendo alla possibilità per i privati di lanciare carichi per il programma nazionale. Pertanto, dopo il già menzionato test di recupero del primo stadio fallito da LandSpace lo scorso dicembre, la compagnia ha già annunciato un altro tentativo nelle prossime settimane; in caso di successo, permetterebbe un test di riutilizzabilità alla fine dell’anno.
Per quanto riguarda il supporto statale a compagnie commerciali per lo stabilimento dell’infrastruttura internet satellitare, tra lo scorso agosto e oggi sono stati effettuati due test di lancio per la costellazione Guowang. Operato da LandSpace, il primo ha registrato un’anomalia poco dopo la partenza; il secondo, effettuato ad aprile 2026 da China Rocket Corporation, ha invece portato in orbita con successo un satellite di prova a bordo del suo vettore Jielong-3. Il fatto che il settore commerciale si trovi in una promettente fase di testing di queste tecnologie lo rende più che mai appetibile a finanziatori sia pubblici che privati, con sempre più aziende coinvolte nel segmento dei lanci orbitali pronte a quotarsi in borsa nei prossimi mesi.
L’accelerazione dello sviluppo di tecnologie sensibili e la crescita del settore commerciale si inseriscono perfettamente nella logica cinese di auto-rafforzamento e autonomia strategica, ben caratterizzati nel nuovo Piano Quinquennale, approvato dal Partito Comunista Cinese (PCC) durante la riunione delle Due Sessioni nel mese di marzo. Nel Piano, l’industria dello spazio è esplicitamente indicata come uno dei settori in cui il Paese deve mirare a consolidare la propria posizione economica e di innovazione tecnologica. Significa che, nell’ottica di garantire la propria indipendenza e superiorità economica, la leadership politica della RPC ha deciso di investire sulla crescita del proprio ecosistema spaziale domestico, ormai basilare per le comunicazioni e la connessione, ma anche per fini strategici e militari.
Il contesto internazionale e i rapporti con l’Europa
Sul piano internazionale, la Cina è impegnata nel proprio programma di esplorazione lunare che, annunciato nel 2021 insieme con la Russia, coinvolge al momento 13 Paesi: Venezuela, Sudafrica, Azerbaijan, Pakistan, Bielorussia ed Egitto che hanno aderito nel 2023; e Thailandia, Nicaragua, Serbia, Kazakhstan e Senegal dal 2024.
Suddiviso in tre fasi di implementazione, il programma mira a realizzare una base di ricerca scientifica sulla superficie lunare entro il 2036, l’International Lunar Research Station (ILRS), mentre le sue prime missioni con atterraggio di rover lunari per il raccoglimento di nuovi campioni del suolo e la ricerca di acqua sul polo sud del satellite sono programmate per partire già nella seconda metà del 2026.
È evidente quanto la valenza di ILRS non sia solo scientifica, ma anche politico-diplomatica: il progetto è infatti nato dopo l’affermazione di Artemis, il programma a trazione statunitense per il ritorno sulla Luna, che al momento coinvolge 67 Paesi (oltre 5 volte il numero di aderenti a ILRS) e che ha visto solo poche settimane fa il successo della propria missione Artemis II. La concorrenza tra Artemis e ILRS riflette la più estesa competizione tra Cina e Stati Uniti, che insistono entrambe sulla necessità di rafforzare la propria sicurezza economica e tecnologica e che hanno interrotto da tempo le prospettive di collaborazione nell’esplorazione spaziale.
In questo contesto, la maggior parte dei Paesi europei, fatta eccezione per Bielorussia e Serbia, aderisce agli Artemis Accords invece di partecipare a ILRS con Pechino e Mosca. La decisione è motivata non solo dall’allineamento di lunga data con Washington, che va indebolendosi con rapidità crescente dall’inizio della seconda presidenza Trump, ma soprattutto, ancora una volta, da considerazioni di sovranità tecnologica, autonomia industriale e sicurezza economica. Il vecchio continente ha infatti uno storico di relazioni importanti con la RPC nel settore dello spazio. La stessa analisi congiunta dell’interazione Sole-Terra, per esempio, non è iniziata con SMILE, ma con la precedente Double Star, concordata nel 2001 e che, con due missioni tra il 2003 e il 2004, fornì le prime misurazioni del plasma nel campo magnetico del nostro pianeta. ESA ha poi partecipato al programma lunare cinese realizzando importanti componenti hardware per le missioni Chang’e: la missione Chang’e 6, del 2024, viaggiava con a bordo un analizzatore di ioni negativi della superficie lunare di ESA, un rilevatore di radon francese e un retroriflettore laser realizzato dall’Italia. Inoltre, a gennaio 2024, è stata lanciata dalla RPC la sonda Einstein in orbita LEO, con a bordo un telescopio a raggi X realizzato da ESA in collaborazione con CAS.[Francesco1] I due continenti collaborano anche a livello di agenzie intergovernative regionali: nel 2018, infatti, ESA ha firmato un Protocollo di Cooperazione con l’Asia-Pacific Space Cooperation Organization (APSCO), con la quale intrattiene incontri annuali per mantenere attivo il dialogo sulla condivisione di esperienze e problematiche comuni nell’approccio al settore spaziale.
La partnership ha tuttavia subito un’importante battuta d’arresto quando l’ESA ha escluso, nel gennaio 2023, di inviare in futuro i propri astronauti sulla stazione spaziale cinese Tiangong, completata nei due anni precedenti, sebbene l’idea fosse stata avviata ancora nel 2017, quando Samantha Cristoforetti e Matthias Maurer avevano partecipato a una sessione di addestramento di sopravvivenza in mare a Yantai, sulla costa orientale cinese, insieme con 16 taikonauti. La rottura di questa collaborazione coincideva con un aumento delle tensioni economiche tra Bruxelles e Pechino: dopo il fallimento del Comprehensive Agreement on Investments del 2021, l’UE ha approvato, proprio nel 2023, la sua nuova Economic Security Strategy, che aveva nel mirino l’espansione del mercato cinese di batterie e auto elettriche e la sua supremazia nel mercato di semiconduttori e terre rare. Contestualmente, aumentavano le preoccupazioni di carattere militare e strategico in seguito allo scoppio della guerra in Ucraina, le quali hanno a loro volta alimentato la sfiducia europea nei confronti di Pechino, partner “senza limiti” di Mosca, per quanto riguarda la possibilità di collaborare su tecnologie strategicamente sensibili come le costellazioni per la geolocalizzazione satellitare Galileo e BeiDou.
Autonomia strategica con caratteristiche europee: la cooperazione scientifica spaziale come piattaforma di dialogo
Il 2026 si è aperto con il quinto incontro della ESA-CNSA Joint Committee a Parigi il 13 gennaio, un tentativo importante di rilancio del dialogo tra i due attori. È infatti il primo contatto di alto livello in quasi dieci anni. Sul suo tavolo si sono discussi il lancio della sonda Einstein, l’imminente partenza di SMILE, e la questione di fondo che nessuna agenda ufficiale osa esplicitare, ma che governa ogni conversazione tra europei e cinesi coinvolti nel settore spaziale: quanta cooperazione si può ancora permettere l’Europa, in un momento in cui il concetto di autonomia strategica sembra orientare ogni scelta industriale e tecnologica del continente?
La risposta, per ora, sembra essere “abbastanza”, purché si parli di scienza pura. SMILE non tocca le costellazioni di navigazione, non condivide architetture crittografiche, non è dual use. Indaga il Sole e le sue dinamiche di interazione con la Terra. È proprio questa pulizia scientifica – questa distanza, almeno apparente, dalle implicazioni operative e militari – a renderla possibile. In tempi in cui la dottrina sulla sicurezza economica regola gran parte dei rapporti industriali e tecnologici con la Cina, missioni come SMILE possono costituire casi studio da cui partire per impostare una forma di collaborazione che porti allo sviluppo scientifico, pur senza sacrificare le esigenze europee di autonomia strategica.
C’è chi sostiene che questa distinzione sia sempre più fragile: che i dati raccolti da un satellite impiegato per studiare la magnetosfera abbiano inevitabilmente applicazioni duali, che la fiducia tecnologica non si possa compartimentare, che il dialogo scientifico con Pechino nutra, anche involontariamente, una catena di valore adatta a soddisfare anche necessità militari. Sono obiezioni legittime. Tuttavia, l’alternativa – la separazione totale, il decoupling anche nella ricerca fondamentale – ha i suoi costi, e non solo economici: riguardano il patrimonio di conoscenze condivise, di dati che non verranno mai incrociati, di domande a cui si dovrà rispondere due volte, in due laboratori diversi, senza che i risultati si parlino mai.
Il 19 maggio, se tutto andrà come previsto, un razzo italiano porterà verso l’orbita un satellite costruito tra Pechino e i laboratori dell’ESA. Una volta lassù, ci dirà qualcosa di nuovo su come la nostra stella ci protegge o ci minaccia. Ciò che sarà più difficile da interpretare, come sempre, sarà quanto accadrà qui, ben più in basso.
Emilio Cozzi e Michele Danesi
*Istituto Ispi

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