
Esistono affermazioni e concetti che sanno conquistarsi – talvolta non si sa come – una vera e propria egemonia culturale, quando non lo status di verità di per se evidenti e (dunque) indiscutibili. Allora sono benvenute le argomentazioni di coloro che ne criticano o contestano la validità, come nel pamphlet di Luca Simonetti “Mangi chi può meglio, meno e piano” (Mauro Pagliai Editore) a proposito dell’ideologia di Slow Food: un tentativo di smontatura (chi vorrà potrà affermarlo – o meno – riuscito) che ha, oggettivamente, il passo del ragionamento composto, piano (cioè depurato di passioni), con citazioni, riferimenti e bibliografia di tutto rispetto.
Cibi, alimentazione e agricoltura sono da tempo sotto assedio di miti e di credenze non dimostrati: la considerazione del fast food come di un fenomeno moderno, la sussistenza di bisogni di consumo standardizzati e uniformi, la formulazione del piacere in termini di diritto, l’idea stessa di una agricoltura naturale, per dirne alcuni, sono riassumibili in quello che l’Autore chiama “retaggio della controcultura e dell’anticonsumismo degli anni Sessanta-Settanta”. Con essi e su di essi Slow Food – ormai divenuta multinazionale – avrebbe costruito la propria fortuna, prefigurando un modello – quello del consumo critico (mediante ricerca di rapporti di fiducia e di consuetudine con produttori e fornitori) di prodotti di qualità (autentici e, perché no, “sofisticati”) con dispendio, se del caso, di denaro e di tempo (per soddisfare l’esigenza di trasformare l’assunzione di cibo in un’esperienza culturale non meno che multi-sensoriale) – che nel suo essere elitario e (per usare un termine rétro) classista (come sottinteso nell’ironia del titolo stesso dell’opera) finisce “per creare niente altro che nuove nicchie di mercato”. Poi, opportunamente, arriva anche il turno del rifiuto categorico dei prodotti Ogm per quelle loro indimostrate innaturalità e insostenibilità, cui l’Autore oppone il fatto che “prodotti “originali”, “tradizionali” e “autoctoni” non esistono e non sono mai esistiti”.
Alla fine, più che Slow Food, risulta l’intero armamentario logico e ideologico della vulgata anti-scientifica e anti-industriale l’obiettivo dell’opera, breve eppur densa ed efficace, di Simonetti. Resisteranno i prodotti a chilometro zero, la filiera corta, il consumo equo e solidale, i campi Ogm-free e i cibi tipici e genuini alla prova delle sfide del futuro? O, per dirla con l’Autore, si potrà “pretendere di sfamare l’intera popolazione mondiale col lardo di Colonnata, l’agnello di Zeri, la lenticchia di Ustica o la fragola di Tortona, innaffiando il tutto con del Barolo o dello Sciacchetrà?”

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