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Slow food: le elites mangiano lentamente

di Paolo Marini | 6 Novembre 2011

Cibi, alimentazione e agricoltura sono da tempo sotto assedio di miti e di credenze non dimostrati.

Esistono affermazioni e concetti che sanno conquistarsi – talvolta non si sa come – una vera e propria egemonia culturale, quando non lo status di verità di per se evidenti e (dunque) indiscutibili. Allora sono benvenute le argomentazioni di coloro che ne criticano o contestano la validità, come nel pamphlet di Luca Simonetti “Mangi chi può meglio, meno e piano” (Mauro Pagliai Editore) a proposito dell’ideologia di Slow Food: un tentativo di smontatura (chi vorrà potrà affermarlo – o meno – riuscito) che ha, oggettivamente, il passo del ragionamento composto, piano (cioè depurato di passioni), con citazioni, riferimenti e bibliografia di tutto rispetto.

Cibi, alimentazione e agricoltura sono da tempo sotto assedio di miti e di credenze non dimostrati: la considerazione del fast food come di un fenomeno moderno, la sussistenza di bisogni di consumo standardizzati e uniformi, la formulazione del piacere in termini di diritto, l’idea stessa di una agricoltura naturale, per dirne alcuni, sono riassumibili in quello che l’Autore chiama “retaggio della controcultura e dell’anticonsumismo degli anni Sessanta-Settanta”. Con essi e su di essi Slow Food – ormai divenuta multinazionale – avrebbe costruito la propria fortuna, prefigurando un modello – quello del consumo critico (mediante ricerca di rapporti di fiducia e di consuetudine con produttori e fornitori) di prodotti di qualità (autentici e, perché no, “sofisticati”) con dispendio, se del caso, di denaro e di tempo (per soddisfare l’esigenza di trasformare l’assunzione di cibo in un’esperienza culturale non meno che multi-sensoriale) – che nel suo essere elitario e (per usare un termine rétro) classista (come sottinteso nell’ironia del titolo stesso dell’opera) finisce “per creare niente altro che nuove nicchie di mercato”. Poi, opportunamente, arriva anche il turno del rifiuto categorico dei prodotti Ogm per quelle loro indimostrate innaturalità e insostenibilità, cui l’Autore oppone il fatto che “prodotti “originali”, “tradizionali” e “autoctoni” non esistono e non sono mai esistiti”.

Alla fine, più che Slow Food, risulta l’intero armamentario logico e ideologico della vulgata anti-scientifica e anti-industriale l’obiettivo dell’opera, breve eppur densa ed efficace, di Simonetti. Resisteranno i prodotti a chilometro zero, la filiera corta, il consumo equo e solidale, i campi Ogm-free e i cibi tipici e genuini alla prova delle sfide del futuro? O, per dirla con l’Autore, si potrà “pretendere di sfamare l’intera popolazione mondiale col lardo di Colonnata, l’agnello di Zeri, la lenticchia di Ustica o la fragola di Tortona, innaffiando il tutto con del Barolo o dello Sciacchetrà?”

Pubblicato in : Primo pianoTag: agricoltura naturale, alimentazione, fast food, pamphlet, slow food

Info Paolo Marini

Nato a Siena nel 1965, vive a Firenze da oltre quarant’anni. Laureato in giurisprudenza nel 1991, dopo una intensa militanza politica nel Partito Liberale (1984-1993) ha scelto di impegnarsi al di fuori del sistema dei partiti. Appassionato di arte, letteratura, storia, filosofia e diritto, ha pubblicato “Dal patto al conflitto” (1999) – critica radicale alla concertazione e ai suoi riti – e due volumi di poesia – “Pomi Acerbi” (1997) e “All’oro” (2011) -, oltre a numerosi articoli per varie testate, cartacee e on line. Avvocato civilista e del lavoro e consulente di imprese, ha al proprio attivo anche pubblicazioni – libri, articoli, note di commento, check list – soprattutto in materia di diritto e procedura civile, protezione dei dati personali e responsabilità amministrativa di enti e persone giuridiche.

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