La crisi mediorientale e il ruolo di papa Francesco e Emma Bonino.

In primo luogo, l’eredità coloniale. Ancora, la presenza dell’Eni. E, infine, e soprattutto, il peso determinante della Chiesa. Tre fattori che ci hanno spinto costantemente, nel corso del tempo a praticare nell’area un disegno politico in qualche modo indipendente dai vincoli derivanti dalla nostra fedeltà atlantica e soprattutto dai nostri legami con gli Stati Uniti.
Inutile aggiungere che, nel corso del tempo, il peso dei primi due fattori è andato diminuendo, mentre il terzo si è fortemente accresciuto.
E infatti per cogliere in qualche modo il senso del nostro “disimpegno manovrato” nella attuale crisi siriana, bisogna proprio partire dal digiuno per la pace di papa Francesco cui il nostro ha prontamente e attivamente aderito.
La preoccupazione del Papa, come di quelli che l’hanno immediatamente preceduto, è profonda ed è da tenere nella massima considerazione. È in gioco la stessa sopravvivenza delle comunità cristiane e il problema non riguarda soltanto la Chiesa cattolica e la salvaguardia delle sue stesse radici, ha a che fare con il futuro stesso del Medioriente, come luogo di pluralismo religioso e quindi anche politico. Un futuro tutto da inventare.
Prima, a Tunisi come al Cairo, a Baghdad come a Tripoli e Damasco, il pluralismo religioso era garantito proprio dall’assenza di qualsiasi pluralismo politico. Il potere opprimeva tutti indistintamente, ma con la conseguenza collaterale di garantire l’esistenza delle minoranze religiose. Così come la garantiva la teocrazia democratica di Teheran.
Ora, con la primavera araba, tutto è cambiato. E in modo irreversibile. Noi europei dovremmo saperne qualcosa. Ricordando come la primavera europea del 1848, partita all’insegna della fratellanza universale sia poi stata vittima temporanea della controffensiva conservatrice anche perché irrimediabilmente inquinata dal virus nazionalista. Allo stesso modo, il grande afflato unitario degli anni scorsi, rischia di essere soffocato e distrutto dalla resistenza feroce dei vecchi apparati di potere e dal tragico recupero del “nazionalismo religioso”: sunniti contro sciiti, sunniti estremisti contro sunniti moderati, con l’effetto collaterale della distruzione fisica della presenza cristiana.
La partita decisiva, papa Francesco ed Emma Bonino l’hanno capito benissimo, si giuoca in Siria. In un conflitto che, con o senza l’intervento americano, nessuno è in grado di vincere, ma che per il fatto stesso di continuare, magari aggravandosi, inquinerà, in modo irrimediabile, l’ambiente circostante, in un mondo in cui lo stesso diritto alla vita è posto alla mercé del fanatico di turno.
In questo senso, il digiuno per la pace non è la riproposizione, in salsa cattolica, delle marce anti Usa care ai pacifisti in servizio permanente effettivo, è piuttosto un appello politico.
Non si tratta, ovviamente, di difendere una pace minacciata dalla guerra americana, ma di costruire le condizioni per il suo ritorno. E perciò l’appello si rivolge a tutti: agli americani come ai russi e agli iraniani, alle comunità religiose e ai loro massimi responsabili.
Allo stato, le possibilità che questo venga concretamente accolto sono assai poche. L’intervento americano, motivato da ragioni di principio (“la missione storica degli Stati uniti è quella di garantire le regole essenziali della convivenza internazionale e quindi di punire chi le violi”) oramai assi poco persuasive, ha il difetto essenziale di non essere accompagnato da alcuna proposta politica, e quindi avrà come effetto inevitabile l’inacerbirsi del conflitto.
Putin vede nella permanenza dello scontro l’occasione per ridurre drasticamente il peso e il ruolo dell’America nell’area. Altri giuocano allo sfascio pensando di poterne essere momentaneamente avvantaggiati. L’Iran punta al consolidamento del proprio regime e della propria area d’influenza, in attesa di segnali di trattativa che non gli sono ancora giunti.
Ora, è proprio all’Iran che il responsabile della nostra politica estera ha fatto più volte riferimento, come punto di passaggio per una possibile fuoruscita dalla crisi. Indicazione corretta: a condizione di individuare, da subito, come principale se non unico destinatario il presidente Obama.
Lo stesso Obama aveva, correttamente, scommesso sulla primavera araba, individuando però come suo unico nuovo punto di riferimento i partiti islamici di orientamento moderato e di ispirazione sunnita. Una base, per varie ragioni, del tutto inadeguata per la costruzione di democrazie, insieme stabili e pacifiche. È quindi giunto il momento di guardare oltre, di dialogare anche con Teheran e con quel mondo sciita, per sua natura eretico e minoritario, e che quindi condivide, con i cristiani del Medio oriente, l’esigenza di difendere un universo di tipo pluralista e quindi tollerante.

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