Alla fermata del bus ho avuto occasione di osservare, per un mese, una persona nei pressi di un semaforo di via Marina.
Era magro, sulla cinquantina d’anni. Agile, portava sulle braccia …
Alla fermata del bus ho avuto occasione di osservare, per un mese, una persona nei pressi di un semaforo di via Marina.
Era magro, sulla cinquantina d’anni. Agile, portava sulle braccia una serie di pacchi di fazzolettini di carta che, appena il semaforo segnalava il rosso e le auto si fermavano, lanciava sui parabrezza come se giocasse a frisbee.
Si muoveva come invasato perché il suo scopo sembrava il movimento in quanto tale non il tentativo di vendere la sua merce.
Allo scoccare del verde riprendeva, correndo, il suo percorso a ritroso con movimenti acrobatici, felini, nel tentativo di recuperare nuovamente la merce; a dispetto della velocità delle auto in ripartenza nervosa.
A volte, una inutile corsa.
Raccoglieva i fazzolettini, che non riusciva a recuperare a volo, in terra; schiacciati dalle ruote. Altri li perdeva perché, rimasti in bilico sui parabrezza, accompagnavano i conducenti alla loro meta.
Un muoversi inutile, una strategia perdente.
Mi colpiva il suo agire meccanico; come se fosse oggetto e insieme vittima di una sperimentazione da laboratorio il cui scopo fosse calcolare l’energia impiegata in relazione ai tempi occorsi tra distribuzione e raccolta. Con statistica dei pezzi venduti anche in presenza di tale anomalo tentativo a di vendita.
Ma quanto tempo può resistere un uomo alle intemperie e per quanto tempo può sopravvivere a quell’andirivieni spasmodico, senza costrutto?
Un giorno scomparve; non l’ho più rivisto.
Mi è rimasta la sensazione che non riuscisse ad uscire da una sofferenza, da una gabbia; tentando di superare, forse a suo modo, lo smarrimento e l’insuccesso ignorandolo ostinatamente.
Mi viene in mente una espressione popolare: “ ccà nun nce ‘a facimme cchiù, facimme ‘e bôtte co’ ’i ppère”
Per chi ignora la forma dialettale la traduzione/interpretazione è: “ qui non ce la facciamo più, siamo costretti a battere i piedi e fare rumore”.
Il contenuto filosofico è, invece, più complicato e, perfino, allegorico: “non abbiamo energia per sopravvivere, facciamo rumore con i piedi per segnalare la nostra esistenza, il nostro disagio”.
Il rumore è un segno di presenza, di dissenso, di rottura, di protesta, di discontinuità e di allarme.
Luigi Russolo, nell’idea espressa nel manifesto futurista del rumore, arrivò a costruire e brevettare un rumorarmonio; una specie di amplificatore dei suoni/rumori; pensando ad una musica che dovesse utilizzare non solo i suoni, ma anche i rumori che costituiscono il sottofondo dell’esistenza umana.
Russolo arrivò a dirigere un vero concerto; con tutti gli intonarumori da lui inventati e suddivise gli esecutori in : gorgogliatori, crepitatori, ululatori, rombatori, scoppiatori, sibilatori, ronzatori, stropicciatori, scrosciatori.
Ma l’uomo dei kleenex, al semaforo rosso di via Marina, era silenzioso.
Carmela Panariello Franchini
avvocato
il magazzino di idee – haiku – poesie – teatro carmela panariello franchini su
http://www.panariellofranchini.it
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2- Diffusione delle sentenze e degli altri provvedimenti giurisdizionali
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