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Il parametro del 3% un ostacolo da rimuovere quanto prima

di Tommaso Sessa | 16 Settembre 2013

E’ stato un grave errore non aver chiesto alla signora Merkel e all’Unione Europea una deroga sul limite del 3% come quella ottenuta da Francia, Spagna, Olanda e Polonia.

Europa_BandiereR400Il Governatore della BCE Draghi ha avvertito il governo italiano sul rischio di non centrare l’obiettivo del deficit al 2,9%. L’avvertimento viene nel momento in cui la produzione industriale, dopo i progressi di maggio e di giugno, a luglio, contro tutte le attese, ha fatto registrare una nuova caduta pari a -1,1%. Draghi avrebbe dovuto preoccuparsi di questo e non dello sfondamento del parametro del 3%. Fa bene Palazzo Chigi a temere un nuovo assedio dell’Europa e una nuova procedura di infrazione. In verità il limite del 3% è già superato e sarà inevitabile una manovra correttiva di 5-6 miliardi. Siamo letteralmente ingessati e paralizzati e dopo le elezioni tedesche c’è il pericolo del rilancio dell’austerità. E’ stato un grave errore, come da noi puntualmente segnalato alla nascita di questo governo, non aver chiesto alla signora Merkel e all’Unione Europea una deroga sul limite del 3% come quella ottenuta da Francia, Spagna, Olanda e Polonia. Avevamo bisogno, per uscire dalla recessione, di una manovra da 50 miliardi, almeno 3 punti di Pil, da coprire in parte eliminando i sussidi a fondo perduto alle imprese, tagliando in modo selettivo la giungla degli sgravi, delle deduzioni e delle detrazioni fiscali, mettendo sotto controllo la sanità con parametri vincolanti di efficienza sul costo medio di un posto letto e ridisegnando le aliquote dell’Irpef per abbassare quella del 23%. Dopo le sentenze della Corte Costituzionale sul contributo di solidarietà, invece delle inutili masturbazioni sugli alti stipendi e sulle 525 pensioni d’oro, andavano riviste le aliquote sui redditi da 70 mila euro in su con una progressione da portare fino al 48% sull’aliquota marginale. Insomma, bisognava portare a casa 5 miliardi e non 200 milioni come era stato ottenuto con il contributo di solidarietà. Questi soldi andavano tutti destinati, più altri, all’abbattimento del cuneo fiscale sia dal lato dell’Irap sia dal lato dei salari. Queste le cose da fare da subito invece di litigare per tutti questi mesi su Imu e Iva. L’altra cosa era il varo immediato del Fondo Patrimoniale per l’abbattimento del debito pubblico, con il conferimento di 400 miliardi fra immobili e asset mobiliari delle grandi aziende di Stato. Andava dato un forte segnale sulla via del risanamento per ridare fiducia ai mercati e diminuire gli interessi sul debito, oltre ad una ulteriore e probabile riduzione dello Spread. Non tutto poteva venire da queste manovre, il resto si poteva e si doveva fare sfondando il tetto del 3% di 1 punto o 1 punto e mezzo. Ultimo, e non ultimo, era la massima accelerazione dei pagamenti alle aziende fornitrici della Pubblica Amministrazione utilizzando Cassa Depositi e Prestiti e dando la garanzia di Stato che non si è voluta o potuta dare. Siamo strangolati dalla nostra burocrazia, da quella di Bruxelles e dai suoi parametri. Prigionieri del “pensiero unico” e paralizzati da una situazione in cui il nostro residuo di sovranità è ormai del tutto marginale e il governo nazionale conta poco e niente. Questa è la verità, il resto è un teatrino ormai insopportabile.

Pubblicato in : Editoriale

Info Tommaso Sessa

Presidente nazionale di Risalire Italia

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