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Scuola e lavoro quasi fidanzati

di Fabrizio Binacchi | 16 Settembre 2013

Secondo Scotto Di Luzio, storico della scuola il problema è pensare e definire il quadro e il modello della scuola che altrimenti rischia di essere quella pensata 100 anni fa.

scuolaDa una vita dovevano farlo: conoscersi meglio e magari quasi fidanzarsi. Scuola e lavoro per anni si studiavano a vicenda ma non si intrecciavano quasi mai effettivamente. Con efficacia, almeno. Poi quando erano, presuntivamente, pronti l’una (scuola) per l’altro (lavoro) magari si sposavano e capivano che c’era qualcosa che non andava. Ma era tardi, si erano già impegnati ed era dura tornare indietro. Si scopriva che la scuola fatta non era adatta per il lavoro scelto o che il lavoro scelto o capitato o imposto non era quello risultante dagli anni di scuola e formazione. C’è voluto l’ultimo ministro Carrozza,  che nella scuola e nell’università ci vive e ci battaglia da una vita, per stabilire un cardine fondamentale del nuovo sistema formativo e orientativo: non si può -ripete in queste settimane con la simpatica cadenza pisana- arrivare a 25 anni e non aver mai avuto un contatto col mondo del lavoro. Parole sacrosante.  Ma non era colpa dei docenti se questo non avveniva, non era colpa degli imprenditori o del mondo del lavoro se questo non accadeva e tantomeno degli studenti. Anzi erano loro a rimetterci. Al massimo si sentivano protagonisti inutili di convegno su incontro scuola lavoro del tutto teorico.  Era così perché qualcuno rimaneva miope o arretrato rispetto all’evoluzione della società e del contesto culturale. E questo qualcuno non è difficile da individuare: solitamente chi amministra e chi indica e stabilisce le linee di orientamento. Quindi bene sta facendo la Carrozza, tra le altre misure, a proporre, imporre e indicare più ponti tra scuola, formazione, università ricerca e mondo del lavoro. Ma non deve essere  secondo canoni e riti vecchi, e cioè non basta e non basterà pensare che il rapporto di conoscenza si risolva in sei mesi in una azienda o in una associazione di servizi. Bisognerà prendere atto che nel mondo delle reti e della contemporaneità, della contestualità tra pensiero e trasmissione del medesimo, della  trasmissione dati e della connessione, le forme di contatto scuola lavoro saranno permanenti e potenzialmente infinite: dalle fasi di start up alle fasi produttive, dalle fasi ideative a quelle commerciali. Anche qui si tratta di fare salti. Non pindarici ma sanamente culturali. Ha ragione il professor Scotto Di Luzio, storico della scuola, che insegna all’Università di Bergamo a dire che il problema è pensare e definire il quadro e il modello della scuola che altrimenti rischia di essere quella pensata 100 anni fa e che dagli anni Ottanta non trova più direzioni coerenti con la società cambiata. Già: scuola e lavoro quasi fidanzati grazie a qualche norma precettiva in più ma scuola e società ancora  un po’ lontane rispetto alle esigenze di scenario. E non basta dire: internet e tablet per tutti, registri elettronici e professori di  storia e greco nuovi digitali perché internet e la tecnologia sono una modalità, un linguaggio che va imparato ma i contenuti del modello sono ben altra sostanza. Ed è su quelli, cioè sui nuovi modelli culturali della formazione che si giocano le intelligenze e  i talenti non su due app anche affascinanti. Le app aiutano ma non  decidono. Chi decide è il cervello, prima.

Pubblicato in : CornerBlog

Info Fabrizio Binacchi

Fabrizio Binacchi, giornalista economico @Tg1, poi in giro per l’Italia a dirigere redazioni e sedi regionali. Ha realizzato e curato varie trasmissioni su @RaiUno e @RaiTre. Ha condotto Linea Verde finendo in acqua e su Striscia, Paperissima, Blob, facendo passare quel poco di popolarità dai palazzi della politica ai supermercati. Insegna in vari master, ha scritto tre libri e ha vissuto in sette città ma solo in due si trova a casa: Bologna e Firenze.

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