Un antico dilemma che si ripresenta anche nelle primarie del centrosinistra.

E, aggiungiamolo subito, due indirizzi che rappresentano, in un certo senso, un’assoluta novità nella storia del nostro Paese.
Così la sinistra italiana ha vissuto esperienze di governo, dalla Liberazione ad oggi, nel corso di decenni. Ma solo nell’ultimo quinquennio del secolo scorso, tutta insieme e con la guida formale della coalizione. Due/tre anni su settanta. Quanto bastava per diventare una sinistra “governativa”, intendendo per tale una sinistra che faceva della partecipazione organica e permanente al potere l’asse portante della sua strategia politica, o, per converso, per rimanere una sinistra “al governo” che viveva questa situazione con imbarazzo e riserve mentali. Troppo poco per affermarsi come, appunto, “sinistra di governo”.
Un ritardo su cui hanno pesato, soprattutto nel maggiore partito della sinistra, residuati ideologici, peraltro di scarsa qualità, e che è stato comunque pagato a caro prezzo. Sto parlando di due generazioni, quelle degli anni cinquanta e sessanta (e la mia è anche una testimonianza personale) che hanno vissuto una stagione di riforme e di nuovi diritti senza precedenti nella storia del nostro , Paese, dandole quasi per scontate e disinteressandosi completamente della loro concreta attuazione, per seguire i sogni della rivoluzione prossima ventura, con il risultato di abbandonare per strada la seconda e di vedere complessivamente svuotate le prime.
Dopo, la liquidazione di un’ideologia e di una prospettiva ci ha lasciati in una sorta di vuoto pneumatico, con il risultato di diventare, sostanzialmente impotenti di fronte alla globalizzazione e al pensiero economico dominante, nell’alternativa, sempre subalterna, tra l’accettazione implicita e la contestazione parolaia.
E qui va chiarito che l’essere, o meglio diventare, sinistra di governo, non è una scelta ideologica, ma una necessità politica. Perché è quello che ci chiede la nostra gente, quella che dobbiamo difendere, quella che ci chiede non proclami astratti, ma condivisione e soluzioni concrete, qui e oggi. E questa nostra gente, quando ci sente parlare di Europa o di Monti, in termini nominalistici e in un’atmosfera surreale, si chiama fuori da una “politica” che si rifiuta di affrontare la verità delle cose e di enunciare i suoi obbiettivi.
“Sinistra di governo” non significa però necessariamente “sinistra moderata”. Al contrario, la crisi che viviamo può, deve implicare un ripensamento radicale dei nostri strumenti, delle nostre strategie e dei nostri scopi, in un orizzonte che supera largamente quello fissato dalla dottrina Monti e dalle istituzioni europee (pur non ignorandone i vincoli obbiettivi). Niente contrapposizioni datate, allora, tra “moderati” e “radicali”, piuttosto una distinzione netta tra sinistra di governo e sinistra parolaia, e soprattutto uno scontro totale tra sinistra di governo e sinistra sfascista.
Questa si manifesta oggi, sull’onda di odi e fanatismi antichi (Travaglio, Flores d’Arcais, Ingroia), di disegni politici (Grillo) o di calcoli strumentali del Masaniello di turno (Di Pietro). Ma il suo obbiettivo è unico: la distruzione. E soprattutto la distruzione di ciò che è più vicino, nella convinzione, comune a giacobini, terzinternazionalisti, fondamentalisti islamici, che per sconfiggere il Grande Satana lontano, bisogna per prima cosa eliminare i “suoi complici annidati nelle nostre file”. Questo, in una logica del sospetto generalizzato e permanente, alimentatore di una caccia al Nemico occulto che non avrà mai fine. E che, se non duramente contrastata, farà della sinistra italiana un campo di rovine.
Di fronte a questo attacco, la (futura…) sinistra di governo ha scelto, almeno sinora, di voltare la testa dall’altra parte, quasi a considerare un errore- o magari un’aberrazione momentanea – quello che era in realtà un attacco cosciente e deliberato. Ma, dopo la vicenda Di Pietro (intendendo per tale anche la vergognosa difesa che dell’eroe di Montenero ha fatto la sinistra sfascista) e le esternazioni minacciose del futuro Presidente Ingroia, fare finta di niente non è più possibile. Bisogna, allora, rispondere, e schierarsi.
E, in conclusione, questo vale, in particolare, per Vendola. Nel caso specifico, l’appello nei suoi confronti potrebbe riassumersi nel “facci capire chi sei”. Capire, non vedere. Perché la sinistra di governo, di cui lo stesso Vendola, per due legislature governatore della Puglia, è componente naturale non ha bisogno di vigore nelle parole, ma di chiarezza nei propositi.
Sinora, il Nostro ha difeso Di Pietro e il dipietrismo, in nome di un tatticismo strumentale che più vecchio non si può. Oggi non gli si chiede di partire lancia in resta contro i suoi vecchi alleati, ma di separare le vie. Da una parte la sinistra di
governo e il suo progetto di cambiamento, dall’altra i falsi “guardiani della virtù”, suoi nemici mortali.

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