La via dell’inferno è sempre lastricata di buone intenzioni. Vale anche per la sinistra e i sindacati. Volendo difendere i lavoratori, hanno finito per danneggiarli.
I deprecabili incidenti che si sono verificati a Roma durante la manifestazione di protesta degli operai di Terni corrono il rischio di avere un effetto negativo sul dibattito in corso, in Parlamento, sulla riforma del mercato del lavoro. Il tema era stato al centro di un forte diverbio fra Renzi e i sindacati. Con i suoi modi spicci, ma efficaci dal punto di vista mediatico, il Premier avevano liquidato le organizzazioni sindacali con una battuta feroce. Per sottolineare quanto la loro cultura fosse lontana dai tempi di oggi, l’ex sindaco di Firenze aveva detto “E’ come se una persona per fare una telefonata volesse mettere un gettone in un iphone”. Esempio perfetto e calzante. Tutto lasciava presumere una battaglia, anche di tipo culturale. I fatti di Roma stanno invece invertendo la tendenza. In parte questo modo di agire è una costante di Renzi. Lancia un messaggio forte all’opinione pubblica, poi in sede di applicazione torna indietro. La gente resta colpita dal messaggio, solo gli addetti ai lavori si accorgono della retromarcia. Nella vicenda in questione la marcia indietro, che si sta verificando sul superamento dell’art. 18 con una limitazione dei licenziamenti per motivi disciplinari, serve anche a recuperare un rapporto con i sindacati che si sono buttati a pesce sui fatti di Roma per accusare il governo di una politica repressiva e parafascista.
Non tenere distinte le due cose è un peccato e un’occasione persa. Bisogna una volta per tutte avere il coraggio di dire, alto e forte, che i sindacati sono diventati un fattore di freno per lo sviluppo dell’occupazione. Può sembrare un’ affermazione pesante ma è così. In tema di lavoro i sindacati non ne hanno mai indovinata una ed hanno sempre ritardato, talvolta anche per 20 anni, quel minimo di riforme che sono servite a dare un po’ di fiato all’economia e all’occupazione. Basta fare un elenco delle loro battaglie perse. Si iniziò sul finire degli anni ’60 quando si opposero all’introduzione del part-time, e ci vollero 20 anni per vedere poi applicata la legge, e si proseguì con la lotta contro l’abrogazione della scala mobile, il superamento statale del collocamento, l’avviamento al lavoro su richiesta numerica, il lavoro temporaneo tramite agenzia. Tutte riforme che per il forte contrasto sindacale, e spesso anche della sinistra politica, sono entrate in vigore con anni e anni di ritardo rispetto al resto dei paesi sviluppati. Sta avvenendo lo stesso per l’art. 18. Solo che questa volta la sinistra politica, nella sua parte preponderante, è dall’altra parte. E non è poco.
Si dirà. Ma com’è possibile che organizzazioni che puntando a tutelare i lavoratori abbiano finito per danneggiarli? Molto semplicemente perché hanno identificato se stesse con gli interessi dei dipendenti e per tutelare il loro ruolo e la loro intermediazione hanno contrastato tutte quelle riforme che poggiavano sull’aumento dell’autonomia negoziale individuale. Così facendo si sono trasformati in “caste” burocratizzate. Si aggiungano poi i regali che hanno sempre avuto sul piano economico. Da quelli di Confindustria, con la riscossione delle quote delle tessere e, dopo il referendum perso, con l’inserimento nei contratti del rinnovo automatico delle stesse, a quelli della politica, con la non applicabilità dell’art. 18 (un vero e proprio controsenso) e il mancato obbligo di trasparenza per quanto attiene ai bilanci.
Può non piacere ma questa è la realtà. E oggi se non si smontano queste anomalie l’economia italiana sarà costretta a procedere sempre con il freno tirato.

Ugo La Malfa, padre della concertazione tra le parti sociali, che i sindacati vivevano un controsenso: mancava un sindacato dei disoccupati. Oggi, il sindacato paga gli errori del passato e la propaganda di Renzi ha buon gioco sull’opinione pubblica che tra gli stereotipi ha inserito il sindacato come inetto e ritardatario sullo sviluppo del paese, quindi dei lavoratori. L’impunibilità del falso in bilancio non lo ha votato il sindacato, l’immoralità dei pubblici uffici, gli sperperi amministrativi pubblici e privati, la loro incapacità, o la loro furbizia, la delinquenza, non sono appellabili al sindacato; almeno non per la maggior parte. L’articolo 18 non è il danno del declino dell’Italia, e non è la principale causa della scarsa attrazione di capitali esteri. Il problema è l’innata ambiguità generale, la forte disonestà, l’arretratezza educativa che rende l’Italia scarsamente praticabile, anche se con molte eccellenze che attrarrebbero investitori.