
di Lucia Ragazzi
Nel maggio 2023 la Sierra Leone ha subito una perdita dal valore altamente simbolico per il paese: una tempesta ha abbattuto il Cotton tree, un albero secolare che per la storia a cui è legato – in cui, si riporta, nei giorni della fondazione della città gli ex schiavi provenienti dall’America e dal Regno Unito si riunivano a pregare – era divenuto un simbolo e un’attrazione turistica della capitale Freetown. L’evento ha avuto una forte risonanza emotiva, tanto che perfino il presidente Julius Maada Bio ha omaggiato l’albero secolare definendolo “un simbolo di una nazione che è cresciuta per dare rifugio a molti”[1].
La Sierra Leone come paese moderno ha in effetti le proprie origini in una storia atipica rispetto al resto del continente; un passato che condivide, almeno in parte, con la vicina Liberia. Due tra i paesi più piccoli dell’Africa per dimensione sono anche tra i più longevi. La loro storia trova le proprie radici nello stabilirsi in queste aree di ex schiavi o loro discendenti, provenienti dal continente americano o dal Regno Unito. La Sierra Leone e la sua capitale Freetown nascono dall’insediamento di gruppi di ex schiavi (e molti ex combattenti per gli inglesi nella guerra d’indipendenza americana) dalla Nuova Scozia, dalla Giamaica e dal Regno Unito, con il supporto di gruppi del movimento abolizionista della schiavitù, di cui divenne una base[2]. Divenuto colonia inglese nel 1808, il paese acquisì l’indipendenza nel 1961. A sua volta la Liberia moderna, divenuta la prima Repubblica indipendente del continente africano nel 1847, trae origine dall’arrivo di popolazione nera e mulatta proveniente dagli Stati Uniti sotto l’impeto di un movimento che ne promuoveva il “ritorno” in Africa (per quanto si trattasse in realtà in prevalenza di persone nate su suolo americano). Il legame con gli Stati Uniti è poi espresso nel nome della sua capitale, Monrovia (in onore del presidente americano James Monroe), e nella sua bandiera che ricorda, nei colori e nella fantasia, quella statunitense.
Paesi vicini, sfide parallele
Le affinità nelle origini (che ne hanno determinato anche grandi sfide, legate anche a un rapporto difficile con la popolazione indigena preesistente all’arrivo dei coloni, spesso relegata in posizione subalterna) accompagnano altre analogie tra questi due paesi confinanti, stretti sulla costa atlantica dell’Africa occidentale tra Guinea Conakry e Costa d’Avorio. Entrambi paesi anglofoni in una regione di ex colonie francesi, presentano un’economia modesta (un Pil di 3,97 miliardi di dollari la Sierra Leone, di 4 miliardi la Liberia)[3] prevalentemente legata all’esportazione di risorse minerarie e una popolazione contenuta (8,8 milioni di persone la Sierra Leone, 5,4 milioni la Liberia) e registrano sfide strutturali simili, come la corruzione. I due paesi sono legati anche da fatti tragici della storia recente. Sono stati segnati da gravi guerre civili, con l’azione di gruppi militari l’uno nei territori dell’altra (il decennio tra il 1991 e il 2002 per la Sierra Leone, e le due fasi di conflitto tra il 1989 e il 1997 e poi tra il 1999 e il 2003 per la Liberia) e da una relativamente rapida esperienza di riconciliazione e ricostituzione di democrazie in buona parte funzionanti, nonostante alcune fragilità. La veloce ascesa degli indicatori economici si è però scontrata con la grave epidemia di Ebola del 2014-15, che ha provocato più di novemila vittime nei due paesi. Nonostante questo e altri shock, come le variazioni dei prezzi delle materie prime e la pandemia di Covid-19, sia la Sierra Leone che la Liberia hanno mostrato stabilità e capacità di recupero, riuscendo a salvaguardare la pace e il corso democratico, pur continuando ad affrontare sfide strutturali in paesi che si collocano tra i più bassi al mondo nelle classifiche dei principali indicatori di povertà e sviluppo umano.
Il 2023 è un anno elettorale per entrambi paesi. I sierraleonesi si sono recati alle urne il 24 giugno 2023, riconfermando il presidente in carica Julius Maada Bio per un secondo mandato. I liberiani saranno invece chiamati a decidere se riconfermare il presidente uscente George Weah il prossimo 10 ottobre. Per entrambi il voto è un test sulla solidità dei sistemi democratici dopo una ventina d’anni di funzionamento relativamente regolare, tanto più rilevante in quanto è stata chiamata a esprimersi per la prima volta una nuova generazione di elettori nati dopo la fine della guerra civile: un gruppo demografico la cui opinione conta, in paesi in cui l’età media è di poco più di 19 anni[4].
Sierra Leone: per Maada Bio, un secondo mandato controverso
La vita politica della Sierra Leone, che ha un sistema a Repubblica presidenziale, negli ultimi venti anni è stata segnata dall’alternanza al governo tra due principali partiti (per quanto vi siano anche vari partiti minori): da una parte il Sierra Leone Peoples Party (Slpp), dall’altra l’All People’s Congress (Apc). Nel 2002 il Slpp aveva visto la riconferma del presidente Ahmad Tejan Kabbah, con oltre il 70% delle preferenze; questi è stato sostituito nel 2007 da un candidato dell’Apc, Ernest Koroma, poi riconfermato nel 2012. Le elezioni del 2018 avevano decretato il ritorno del Slpp con l’elezione di Julius Maada Bio, che a giugno 2023 ha sfidato il candidato dell’Apc Samura Kamara, già sconfitto al ballottaggio nelle elezioni del 2018. In quest’ultima tornata elettorale (in cui sono stati scelti il presidente, il parlamento e le rappresentanze amministrative locali), Maada Bio è stato riconfermato per un altro mandato quinquennale senza bisogno di andare al ballottaggio, avendo raggiunto il 56% delle preferenze, un punto in più del 55% necessario. Il suo partito ha ottenuto una maggioranza solida in parlamento, con 81 seggi sui 135 disponibili, dando all’esecutivo margine per implementare l’agenda di governo.
La rielezione di Maada Bio è stata segnata da gravi polemiche da parte dell’opposizione circa la sua trasparenza. Già prima dell’elezione, l’Apc chiedeva le dimissioni del capo della commissione elettorale, mettendone in dubbio la capacità di garantire l’effettiva equità delle operazioni, mentre gli osservatori elettorali hanno rilevato incongruenze statistiche e hanno sollevato preoccupazioni sulle carenze del processo elettorale[5]. Lo sconfitto Kamara non ha riconosciuto il risultato delle elezioni e i membri eletti dell’Apc hanno boicottato le attività parlamentari.
L’inizio burrascoso della seconda presidenza Maada Bio si associa a un diffuso malcontento popolare, alimentato dall’andamento insoddisfacente dell’economia e dalla scarsa fiducia nelle soluzioni proposte dalla politica. Un malcontento che è emerso con evidenza durante la campagna elettorale in cui l’opinione pubblica ha espresso una certa frustrazione nel vedere i due candidati principali portare programmi fondamentalmente simili nei punti chiave, così come privi di proposte concrete. Nell’agosto del 2022 la repressione di una protesta popolare aveva portato alla morte di ventuno civili e di sei membri delle forze dell’ordine e alla parziale sospensione di internet, a segnalare un’evoluzione nella gestione del dissenso nel paese. A ostacolare la fiducia nella classe politica è anche la diffusa corruzione, una realtà che rimane tristemente protagonista nella vita pubblica sierraleonese, e che porta il paese a classificarsi con un punteggio molto basso nel Corruption Perceptions Index di Transparency International (al 115° posto su 180°)[6]. Nel Democracy Index dell’Economist Intelligence Unit (Eiu) la Sierra Leone viene classificata come un regime ibrido, risultando carente soprattutto negli indicatori che rilevano il funzionamento del governo[7]. Tale visione è confermata dai principali sondaggi di opinione, secondo cui circa il 66,8% degli intervistati ritiene che il governo stia andando nella direzione sbagliata; allo stesso tempo, l’83,7% sostiene che la democrazia sia preferibile a qualsiasi altra forma di governo[8]: una sintesi in linea con l’alta affluenza elettorale (83%), a dimostrare un certo radicamento e una relativa solidità dei valori democratici nel paese.
A motivare il fermento della popolazione è in buona parte l’andamento faticoso dell’economia del paese, poco diversificata e basata prevalentemente sull’agricoltura e sul settore minerario. Materiali ferrosi e diamanti costituiscono i principali export della Sierra Leone, che invece importa prevalentemente beni alimentari, carburanti e macchinari, con e da un range di partner variegato: dopo la Cina emergono i paesi europei, seguiti da India, Turchia e Corea del Sud. Di fatto, dalla fine della guerra civile il paese ha visto una decisa crescita economica, sostenuta dal boom del settore minerario e dall’afflusso di investimenti esteri che questo ha attirato. Nel decennio degli anni 2010 la crescita media del Pil è stata del 5%, superiore alla media per i paesi del blocco regionale dell’Africa occidentale Ecowas, la Comunità economica degli stati dell’Africa occidentale (4%). Il dato nasconde però picchi estremi sia in positivo che in negativo. Prima una forte crescita, sostenuta anche dalle politiche governative (sintetizzate dallo slogan dell’allora presidente Koroma di “gestire il paese come un business”), ma soprattutto dall’espansione del settore minerario e in particolare dei minerali ferrosi, che ha fatto registrare una crescita percentuale addirittura del 20,7% nel 2013; poi, un crollo del 20,5% in corrispondenza dell’epidemia di Ebola, i cui effetti sono stati aggravati negli stessi anni dal crollo dei prezzi dei materiali ferrosi[9]. A seguito dei vari shock esterni, l’economia ha registrato una ripresa piuttosto rapida, ma si è subito scontrata con gli effetti della pandemia (con una decrescita del Pil del 2% nel 2020) e poi della guerra in Ucraina soprattutto in termini di aumento dei prezzi dei beni alimentari. A questi fattori va sommato un elevato tasso di inflazione al 37,8% nel 2023 legato a una forte dipendenza dalle importazioni di cibo e carburante e al deprezzamento della valuta[10]. Queste congiunture hanno esacerbato una situazione già complessa dal punto di vista finanziario e sociale, in un paese in cui i grandi introiti economici degli anni di crescita non erano riusciti a tradursi in risultati concreti per l’alleviamento della povertà, che colpisce più di un sierraleonese su due, e la fornitura di servizi. La crescita del Pil nel 2022 è stata un modesto 2,8%, e anche le previsioni per gli anni a venire, seppur positive, sono contenute rispetto al potenziale del paese. Data una situazione di bilancio complessa, lo scorso giugno il Fondo monetario internazionale (Fmi) ha completato il sesto e il settimo riesame dell’accordo di Extended Credit Facility (Ecf) e ha approvato un’estensione dell’accordo di cinque mesi fino a novembre 2023[11]. In assenza di particolari ostacoli politici o fiscali, il secondo mandato dovrebbe essere contraddistinto, nella volontà di Maada Bio, dal focus sui “big five game changers”, i punti chiave per lo sviluppo economico contenuti nel manifesto adottato dal presidente in campagna elettorale: sicurezza alimentare; sviluppo del capitale umano; promozione dell’occupazione giovanile; rinvigorimento dei servizi pubblici e sostegno alla crescita economica.
Sul fronte delle collaborazioni esterne, Freetown ha buoni rapporti con i paesi vicini e mantiene relazioni con vari partner internazionali. Se la Cina è cruciale dal punto di vista del commercio e degli investimenti, il paese è anche parte dell’accordo commerciale con gli Stati Uniti Agoa (African Growth and Opportunity Act), così come lo è la vicina Liberia[12]. Il 6 giugno 2023 la Sierra Leone è peraltro stata eletta per un seggio non permanente nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per il periodo 2024-25.
Liberia: campagna elettorale in piena corsa
Mentre la Sierra Leone è alle prese con i colpi di coda del suo processo elettorale, quello della Liberia è in piena corsa. Ad agosto si è aperta la campagna per l’elezione (o riconferma) del presidente, la composizione della House of Representatives (la camera bassa dell’assemblea nazionale) e la metà dei 30 seggi del Senato, in un sistema presidenziale che ricalca quello statunitense. Il presidente in carica, George Weah, che rappresenta il Congress for Democratic Change (Cdc) – ma noto in Italia e in Europa anche per la sua passata carriera calcistica – cercherà la riconferma dopo i sei anni del primo mandato. Sono ben 46 i partiti politici e 19, oltre a Weah, i candidati che partecipano alla competizione presidenziale[13]. Emergono tre sfidanti in particolare: Joseph Boakai (un politico navigato già vicepresidente di Ellen Johnson Sirleaf fino al 2017) rappresenterà lo Unity Party (UP); il filantropo, imprenditore e politico Alexander Cummings corre con l’Alternative National Congress (Anc). Un terzo personaggio da tenere d’occhio, soprattutto in caso di ballottaggio, è Tiawan Gongloe, esponente della società civile e fondatore del Liberian’s People Party (Lpp), che si presenta con un programma anticorruzione. Un’iniziale alleanza tra le opposizioni, che doveva cementare la competizione contro Weah, si è spaccata nel 2022, e tale frammentazione gioca a favore del presidente in carica, di cui si ritiene probabile una rielezione. L’ampiezza del suo margine di vantaggio, però, non va data per scontato, e in caso di ballottaggio (nel caso in cui, cioè, nessuno dei candidati dovesse raggiungere la quota minima del 50% dei voti) un ricompattarsi dell’opposizione potrebbe mettere in difficoltà il Cdc.
Eletto nel 2017 al secondo turno con il 61% dei voti, Weah deve fare i conti con un’opinione pubblica in buona parte scettica sul suo operato. Non hanno aiutato i gravi scandali di corruzione – problema endemico nella politica liberiana, che ha gettato ombre sia sulla presidenza Weah sia su quella di Johnson Sirleaf – che contrastano con le promesse fatte in campagna elettorale. La Liberia si colloca in una posizione inferiore a quella della Sierra Leone nell’indice di Transparency International: 143° su 180 paesi[14]. Come il suo vicino, anche quello di Monrovia viene considerato un regime ibrido nel Democracy Index dell’Eiu, con particolari carenze nel funzionamento del governo. Qui, però, la discrepanza tra fiducia nella democrazia e fiducia nell’esecutivo è ancora più marcata: se più dell’84% degli intervistati ritiene che la democrazia sia la forma di governo più desiderabile, solo il 15% si dice “soddisfatto” dell’andamento della democrazia nel paese e più del 79% ritiene che il paese stia andando nella direzione sbagliata.
Corruzione e assenza di fiducia vanno di pari passo con l’elevata disuguaglianza nel paese, in cui il tasso di povertà è superiore al 50%, nonostante l’alto potenziale e la crescita economica degli ultimi vent’anni. L’economia è sostenuta principalmente dall’agricoltura e dall’esportazione di minerali (oro, diamanti, minerali ferrosi) e gomma, che Monrovia commercia con una gamma variegata di partner (tra cui Svizzera, Belgio, Stati Uniti ed Emirati), mentre importa vari beni alimentari e lavorati dalla vicina Costa d’Avorio, seguita da India, Cina e Stati Uniti. Dopo la fine della guerra civile il paese ha visto un picco di crescita del pil nel 2007 (11,7%), per poi assestarsi nel periodo 2011-19 su una crescita media del 2,8%, un risultato poco brillante e inferiore alla media Ecowas[15]. Pur evitando i picchi estremi in negativo sperimentati dalla Sierra Leone, anche la Liberia ha risentito gravemente delle ricadute economiche dell’epidemia di Ebola. La ripresa altalenante non si era ancora completata quando sono subentrati gli shock esterni degli ultimi anni. Alla recessione del 2020 segnata dall’impatto della pandemia ha comunque fatto seguito un recupero del +5% del Pil nel 2021, assestatosi su un +4,8% del 2022 e atteso al +4,5% nel 2023, mentre l’inflazione su base annua è del 6,5%, inferiore alla media regionale.
Si concluderà a dicembre 2023 un accordo di quattro anni negoziato da Weah con il Fmi che ha contribuito a migliorare le condizioni macroeconomiche del paese. Tuttavia, le misure di austerity resesi necessarie per implementare il piano, combinate con l’aumento del corso della vita innescato dalla guerra in Ucraina, hanno contribuito a minare la popolarità del presidente. In termini di politiche di sviluppo, Weah ha adottato un piano quinquennale 2018-23 denominato “pro-Poor Agenda for Prosperity and Development” (Papd) per la riduzione della povertà, che potrebbe essere riproposta con programmi affini in caso di una rielezione.
I rischi ambientali: un’altra sfida comune
Significativamente, la Papd include una serie di riferimenti e obiettivi legati all’adattamento e alla risposta al cambiamento climatico. È questo un ultimo elemento che unisce, sia in quanto fattore di rischio che in quanto frontiera di sviluppo, Sierra Leone e Liberia. Entrambi i paesi sono considerati ad alto rischio ambientale, una condizione aggravata da punteggi molto bassi sulla readiness (la capacità di risposta)[16].I rischi di eventi climatici estremi e i fattori di vulnerabilità sono simili: l’erosione costiera, l’innalzamento del livello del mare, frane e inondazioni, l’aumento dell’intensità delle piogge. In particolare, la storia recente della Sierra Leone è stata segnata da un evento particolarmente grave: nel 2017, a causa delle piogge intense, una frana staccatasi da un’altura sommerse un insediamento informale di Freetown, togliendo la vita a più di 1100 persone. Episodi simili, per quanto di minore entità, sono frequenti nel paese. Anche il Cotton tree ne ha fatto le spese, diventando non solo un simbolo del passato, ma anche un monito per le sfide future di questa regione.
Lucia Ragazzi/Ispi

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