
di Leonardo Del Piccolo*
A un anno dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, in Medio Oriente continua il ridisegnamento dei rapporti di forza tra i suoi attori in campo. Nelle ultime settimane, il presidente statunitense ha di fatto acconsentito affinché il governo di transizione siriano interrompesse i negoziati con i rappresentanti del Rojava (regione autonoma de facto nel nord-est del paese, controllata dai curdi) e riconquistasse, con una campagna fulminea, l’80% dei territori prima sotto il controllo delle Forze democratiche siriane (Sdf). Situazione che ha portato infine, il 30 gennaio 2026, a un accordo tra le parti per un cessate il fuoco e l’integrazione graduale delle strutture civili e militari curde all’interno dello stato centrale. Al contempo il vicino Iraq, che segue con preoccupazione lo svolgersi degli eventi, sta attraversando la delicata fase di formazione del suo prossimo esecutivo. In questo contesto, il presidente americano è intervenuto a gamba tesa per manifestare la sua contrarietà a un possibile terzo esecutivo guidato dall’ex premier Nouri al-Maliki. Questi ultimi sviluppi confermano un dato: Trump, con il suo approccio transazionale e pragmatico, cerca di fare affidamento su governi centrali forti e (almeno formalmente) “non settari” per tutelare gli interessi securitari statunitensi. A cominciare dal contenimento dell’Iran.
Siria e Iraq: transizioni e fantasmi del passato
L’assenso alla dirompente avanzata dell’Esercito arabo siriano (Saa) nel nord-est del paese, dopo dieci anni di controllo curdo, ha sancito definitivamente un cambio di rotta nella postura mediorientale degli Stati Uniti. Una riduzione della presenza statunitense in Siria – da otto basi a una sola – era già stata annunciata a giugno, con l’inviato speciale per la Siria Thomas Barrack che ha affermato: “Posso assicurarvi che la nostra attuale politica in Siria non sarà simile a quella degli ultimi 100 anni, perché nessuna di queste ha funzionato”. Il deciso avvicinamento di al-Sharaa a Washington avvenuto in parallelo, sancito dalla revoca delle sanzioni a dicembre 2025, è stato poi definitivamente confermato dalla visita del presidente ad interim a Washington e, ancora di più, dall’adesione della Siria alla coalizione internazionale anti-IS. La partnership con il governo di transizione siriano su questo fronte comunque non esclude, come avvenuto per l’operazione Hawkeye Strike di gennaio 2026 contro obiettivi di IS, eventuali attacchi mirati da parte statunitense in circostanze specifiche. Condizioni che contribuiscono a spiegare il rapido accantonamento dell’alleanza con le Forze democratiche siriane (Sdf), guidate dai curdi.
L’intenzione statunitense di favorire il controllo da parte di un governo centrale forte a scapito di quelli locali non si ferma, però, alla Siria. Se riferendosi alle Sdf, infatti, Barrack ha auspicato una “integrazione completa in una Siria unita e inclusiva” perché “una separazione prolungata potrebbe invitare all’instabilità o alla rinascita dell’ISIS”, questi si è espresso in maniera molto più netta nei confronti dell’Iraq. Ai margini del Doha Forum di dicembre 2025, oltre ad affermare che la stessa frammentazione etno-settaria lascia l’Iraq ostaggio dell’influenza iraniana, Barrack ha infatti aggiunto che l’intervento americano nel paese non ha prodotto risultati positivi per gli Stati Uniti, che il federalismo lì non ha mai funzionato e quindi – per questo – non funzionerebbe neanche in Siria, dove indebolirebbe il governo centrale favorendo le istanze autonomistiche. Di fronte poi alla frammentazione imposta dalle partizioni “settarie”, a suo avviso, anche un premier “molto bravo” come al-Sudani non ha “nessun potere” a causa dell’importanza riservata ad attori sciiti e filo-iraniani come le Forze di mobilitazione popolare (Pmf).
È su questo solco, quindi, che si pone il recente “veto” di Donald Trump sull’eventuale ritorno di al-Maliki in capo al governo iracheno. All’ex primo ministro – l’unico dal 2003 ad aver ricoperto due mandati tra 2006 e 2014 – è infatti attribuita la responsabilità della disfatta delle forze armate irachene durante l’espansione dello Stato islamico (IS) nel paese durante il 2014, sia sul piano tattico, sia per le politiche “settarie” e la diffusa corruzione, incompetenza e clientelismo che l’hanno facilitata. Gli Stati Uniti vorrebbero pertanto evitare il riproporsi di un quadro politico in cui al-Maliki possa favorire i suoi interessi personali e quelli della compagine sciita a scapito delle altre comunità etnico-religiose, contando sull’Iran come partner politico e strategico.
Durante il suo secondo mandato, infatti, al-Maliki ha sistematicamente marginalizzato le componenti curda e sunnita e ha esteso la propria influenza sul sistema giudiziario e organi teoricamente indipendenti come la Banca centrale dell’Iraq e l’Alta commissione elettorale indipendente (Ihec). Tuttavia, questo “accentramento”, anziché portare stabilità, ha creato le condizioni necessarie per l’espansione di IS e, su questa scia, l’influenza duratura dell’Iran sul paese. Inoltre, sulle considerazioni statunitensi pesa la vicinanza politica di al-Maliki con la Repubblica islamica, nonché il suo atteggiamento nei confronti delle Pmf. L’ex premier ha, infatti, ribadito a rappresentanti del governo statunitense, a maggio 2025, che “le Pmf non saranno mai smantellate” o comunque integrate nell’esercito iracheno, perché perderebbero la loro identità.
Quali conseguenze?
L’impatto di questa strategia sta già avendo importanti conseguenze, che potrebbero diventare ancora più rilevanti nei prossimi mesi.
Dal punto di vista securitario, il tentativo del governo al-Sharaa di riportare il nord-est del paese sotto il proprio controllo – in mancanza di una deterrenza statunitense – ha rimesso al centro la protezione delle minoranze e delle comunità locali, già messa in discussione dai massacri del 2025 ad al-Suwayda e nella regione costiera. In linea con l’obiettivo statunitense di favorire l’unificazione del paese sotto l’autorità del governo centrale, l’accordo annunciato il 30 gennaio 2026 tra Damasco e le Sdf rappresenta un primo passo verso la risoluzione di uno stallo che ha già causato lo sfollamento di 134.000 civili curdi. L’intesa prevede il cessate il fuoco e l’integrazione graduale delle strutture curde nelle istituzioni statali, ma resta da vedere se sarà sufficiente a garantire la sicurezza e i diritti delle comunità interessate, ora private di autonomia e forze di autodifesa. È dall’effettiva tenuta di questo processo di integrazione che dipenderà la stabilità della regione anche su altri fronti, incluso il contrasto a IS.
Dal punto di vista politico, invece, è ancora da stabilire quale impatto avrà l’ingerenza di Washington sull’iter per la formazione del nuovo governo iracheno. Se al-Maliki, sostenuto dai rappresentanti di alcune milizie incluse nel Scf (il Quadro di coordinamento sciita), ha respinto quella che definisce una “spudorata interferenza” nella politica interna del paese, resta da vedere quanti parlamentari iracheni saranno disposti a rischiare sanzioni da parte statunitense nel caso votassero la fiducia a un suo terzo governo. Se i negoziati per la nomina del nuovo premier iracheno rimangono aperti, il nodo principale su cui si giocherà il rapporto con gli Stati Uniti sta nel destino delle milizie Pmf, ancora poco chiaro indipendentemente da chi risulterà vincitore.
*Istituto Ispi

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