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Siamo migliori eppure perdenti: perchè?

La vera differenza mi sembra essere nel fatto che negli altri Paesi ciascuno fa il proprio lavoro , bello o brutto , alto o basso che sia, adeguandosi ad uno standard medio costante ed affidabile

di Franco D'Alfonso | 23 Maggio 2007

L’erba del vicino è sempre più verde, si sa, ma non si capisce come mai , da anni a questa parte, ogni confronto che ci riguardi , sul piano internazionale, inesorabilmente ci veda perdenti , anche quando ci sembra di esserci molto impegnati e molto spesi.
Vediamo , per esempio, il confronto fra classi dirigenti e manageriali , cruciale nell’era della globalizzazione.
Negli incontri e nei rapporti di business normalmente il dirigente italiano non sfigura : può avere ancora qualche carenza di troppo sull’inglese ( un’inezia rispetto alle carenze sull’italiano degli americani..) , ma è generalmente sveglio , informato sugli argomenti base della conversazione ( il calcio conta più di Hollywood , in queste sedi ) , concentrato sull’obiettivo ( generalmente, vendere qualcosa a qualcuno) . Rispetto ai colleghi anglosassoni e tedeschi , per esempio, lavora molto più tempo : non è inusuale trovarlo in ufficio alla sera tardi ed ha trasformato il cellulare in una sala conferenze aperta 24 ore su 24 .Provate a cercare qualcuno a Londra o New York dopo le 17.30 ora locale o , non sia mai , nel week end , e ditemi quanti e quante volte vi hanno risposto !
Non c’è partita sul piano dell’eleganza e della formalità ( salvo forse con i giapponesi) : la settimana scorsa un amico spagnolo dirigente di una multinazionale, atteso per un’importante riunione a Milano , è stato fatto accomodare al ricevimento fornitori, mentre il suo assistente italiano è stato introdotto in Presidenza in pochi minuti : oggettivamente , il completo “Corte Anglais” dell’amico iberico non reggeva il confronto con il “casual”del tecnico fonico che lo precedeva nella fila all’ufficio contratti ..
Eppure continuiamo a non veder palla con gli americani , e cominciamo a beccare con regolarità anche dagli spagnoli, nonostante il sacrificio del week end sia un rito molto più in voga da noi che in qualsiasi altra parte dell’Occidente : la vecchia storia dell’individualismo italiano che perde contro il gioco di squadra ? Ho paura che sia peggio.
Un manager italiano in Italia può anche lavorare dodici ore al giorno , ma quante ne dedica al proprio lavoro effettivo ? Quante di queste ore vanno a supplire le carenze della segretaria, la non conoscenza della città di un taxista , a rileggere un testo ?
La vera differenza mi sembra essere nel fatto che negli altri Paesi ciascuno fa il proprio lavoro , bello o brutto , alto o basso che sia, adeguandosi ad uno standard medio costante ed affidabile : la centralinista prende nota di tutte le telefonate , e non di tre su cinque , il fattorino recapita i suoi plichi , quelli che deve e non uno di più , ma neanche uno di meno e così via , perché quello è il proprio lavoro e per quello si viene pagati . Anche negli Usa , probabilmente più spesso che da noi , capita che uno scrittore dal grande futuro o una potenziale star del cinema o dello sport transitoriamente faccia l’impiegato di ultima fascia e si senta per questo molto umiliato : ma , in attesa del successo , si tiene la sua rabbia socio-culturale e sposta i pacchi o applica i codici a barre, se questo deve fare per contratto .
“Fare sistema” è prima di tutto questo : poter contare sul fatto che la divisione del lavoro, una volta contrattata , non sia un’ipotesi soggetta a verifica individuale e temporale costante , ma una ragionevole certezza.

Franco D’Alfonso

Pubblicato in : Primo piano

Info Franco D’Alfonso

Conseguita la laurea in Giurisprudenza alla Statale di Milano, prosegue gli studi con il Master Business Administration, MBA conseguito alla Scuola di Direzione Aziendale dell’Università Bocconi. Dal 1984 al 1998 è stato manager in Fininvest e Mediaset, dove ha ricoperto la carica di direttore delle produzioni internazionali. La sua vita professionale in ogni caso è principalmente incentrata sulla consulenza aziendale nel campo della telecomunicazione e dei media, con esperienze in Alfa Romeo, Finmeccanica e Italtel. E’ stato inoltre amministratore delegato di numerose aziende in settori diversi, dalla discografia al turismo. Giornalista pubblicista dal 1975, è editorialista per quotidiani e periodici locali e nazionali. Socialista storico milanese, è animatore di vari circoli e organizzazioni nati dopo la dissoluzione del Psi. Dal 2006 al 2008 è stato vicepresidente dell’ANMC – Associazione Nazionale Mutilati Invalidi Civili di Milano. Dal 1992 al 1997 è stato Consigliere d’amministrazione del Piccolo Teatro di Milano, nel periodo della direzione artistica di Giorgio Strehler.
E’ stato coordinatore e organizzatore della Lista Milano Civica per Pisapia Sindaco, con il quale ha svolto l’incarico di Assessore al Bilancio.

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