L’erba del vicino è sempre più verde, si sa, ma non si capisce come mai , da anni a questa parte, ogni confronto che ci riguardi , sul piano internazionale, inesorabilmente ci veda perdenti , anche quando ci sembra di esserci molto impegnati e molto spesi.
Vediamo , per esempio, il confronto fra classi dirigenti e manageriali , cruciale nell’era della globalizzazione.
Negli incontri e nei rapporti di business normalmente il dirigente italiano non sfigura : può avere ancora qualche carenza di troppo sull’inglese ( un’inezia rispetto alle carenze sull’italiano degli americani..) , ma è generalmente sveglio , informato sugli argomenti base della conversazione ( il calcio conta più di Hollywood , in queste sedi ) , concentrato sull’obiettivo ( generalmente, vendere qualcosa a qualcuno) . Rispetto ai colleghi anglosassoni e tedeschi , per esempio, lavora molto più tempo : non è inusuale trovarlo in ufficio alla sera tardi ed ha trasformato il cellulare in una sala conferenze aperta 24 ore su 24 .Provate a cercare qualcuno a Londra o New York dopo le 17.30 ora locale o , non sia mai , nel week end , e ditemi quanti e quante volte vi hanno risposto !
Non c’è partita sul piano dell’eleganza e della formalità ( salvo forse con i giapponesi) : la settimana scorsa un amico spagnolo dirigente di una multinazionale, atteso per un’importante riunione a Milano , è stato fatto accomodare al ricevimento fornitori, mentre il suo assistente italiano è stato introdotto in Presidenza in pochi minuti : oggettivamente , il completo “Corte Anglais” dell’amico iberico non reggeva il confronto con il “casual”del tecnico fonico che lo precedeva nella fila all’ufficio contratti ..
Eppure continuiamo a non veder palla con gli americani , e cominciamo a beccare con regolarità anche dagli spagnoli, nonostante il sacrificio del week end sia un rito molto più in voga da noi che in qualsiasi altra parte dell’Occidente : la vecchia storia dell’individualismo italiano che perde contro il gioco di squadra ? Ho paura che sia peggio.
Un manager italiano in Italia può anche lavorare dodici ore al giorno , ma quante ne dedica al proprio lavoro effettivo ? Quante di queste ore vanno a supplire le carenze della segretaria, la non conoscenza della città di un taxista , a rileggere un testo ?
La vera differenza mi sembra essere nel fatto che negli altri Paesi ciascuno fa il proprio lavoro , bello o brutto , alto o basso che sia, adeguandosi ad uno standard medio costante ed affidabile : la centralinista prende nota di tutte le telefonate , e non di tre su cinque , il fattorino recapita i suoi plichi , quelli che deve e non uno di più , ma neanche uno di meno e così via , perché quello è il proprio lavoro e per quello si viene pagati . Anche negli Usa , probabilmente più spesso che da noi , capita che uno scrittore dal grande futuro o una potenziale star del cinema o dello sport transitoriamente faccia l’impiegato di ultima fascia e si senta per questo molto umiliato : ma , in attesa del successo , si tiene la sua rabbia socio-culturale e sposta i pacchi o applica i codici a barre, se questo deve fare per contratto .
“Fare sistema” è prima di tutto questo : poter contare sul fatto che la divisione del lavoro, una volta contrattata , non sia un’ipotesi soggetta a verifica individuale e temporale costante , ma una ragionevole certezza.
Franco D’Alfonso

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