Ipocriti, siamo ipocriti fino al midollo, viviamo in una eterna dissoluzione di regole ma la spacciamo per superiorità morale

La vicenda Cancellieri-Ligresti che tiene banco in questi giorni è quindi l’ultimo – ma solo in ordine di tempo – episodio di una lunga storia di storture e di derive che mai abbiamo voluto correggere, nè tantomeno analizzare, per comprendere l’origine di certi fenomeni e metterci finalmente riparo. Preferiamo la subitanea caccia alla strega, con conseguente rogo espiatorio, dalle cui ceneri però non rinasce nulla se non il fuoco fatuo della superficiale e sommaria giustizia fatta, senza che questa intacchi minimamente la scorza dura della nostra consolidata incapacità di crescita nel solco della democrazia matura.
Negli anni, anzi nei decenni, abbiamo cresciuto, coltivato e, quel che è peggio, codificato un sistema basato sull’ipocrisia e sulla simulazione, che consiste di una cornice apparentemente impeccabile fatta di regole e leggi ad abundantiam e di un quadro oscuro e confuso che è l’esatto contrario della limpidezza che tale cornice parrebbe annunciare. Abbiamo cresciuto e persino fomentato una forma – che tale è, pura apparenza – ipertrofica e spropositata fino al ridondante di democrazia basata sul feticcio delle regole, tante, da perderne il conto, paralizzanti, contrastanti, ripetitive, ossessive, in definitiva chiacchiere vuote, piuttosto che scegliere la via della chiarezza e dire con poche e incisive parole chi siamo davvero e, soprattuto, come intendiamo organizzarci nella gestione della nostra vita di comunità civile.
Si fa ma non si dice è di fatto l’unico principio cui ci siamo realmente ispirati in tutta la nostra storia repubblicana, che consiste di due facce: quella pubblica, basata su regole severissime e principi da etica calvinista – se mai conoscessimo il significato di tale stile di vita – e quella privata, o meglio privatistica, basata su una commistione inestricabile di rapporti personali, amicali, familiari e familistici, dove l’unica regola che conta è quella del reciproco sostegno di interessi e di poteri. Con l’aggravante della pretesa spocchiosa ed arrogante di volerci mostrare, tra di noi ed al mondo, come i custodi della morale giacobina che tra buoni e cattivi mette l’unico confine della ghigliottina mediatica: noi siamo i puri a difesa della Costituzione più bella del mondo, non ci sporchiamo le mani con argomenti di bassa lega affaristica, tipo il lobbismo, roba da democrazie selvagge e primitive come quella statunitense, mica da raffinati legulei e statisti come noi.
Ipocriti, siamo ipocriti fino al midollo, viviamo in una eterna dissoluzione di regole ma la spacciamo per superiorità morale. Abbiamo fatto strame della separazione dei poteri, come fosse una cosa da nulla, capovolgendo con una capriola da guitti del diritto l’anomalia gravissima di magistrati che si sentono autorizzati ad esprimere pubblicamente opinioni politiche, fino a sostituirsi alla politica nell’azione e ad entrarvi sedendo in Parlamento e persino guidando partiti salvo poi tornare impunemente indietro e trovarsi magari a giudicare i loro avversari, proclamandola una insindacabile libertà di espressione e di opinione, come se fosse del tutto normale questo travaso costante, questa logica da vasi comunicanti, ed il trovarsi perennemente sub iudicio ad ogni piè sospinto, chè ormai pare che ci sia un senso unico obbligato tra politica ed aule di tribunali.
Abbiamo sempre evitato di sviscerare con limpidezza il rapporto inevitabile tra politica, finanza ed impresa, trattandolo con la puzza sotto il naso tipica dei puristi un tanto al chilo, nascondendoci dietro la pretesa rigidità di regole severe, e permettendo così ad un clamoroso intreccio di relazioni nascoste di proliferare e prosperare, resistendo e trionfando su qualunque apparente cambio di sistema chè il consociativismo ed il corporativismo sono immuni a qualunque mutamento di nome o di forma, se non li si attaccano con la forza della chiarezza. Siamo il paese governato dal lobbismo occulto, e contemporaneamente siamo il paese che non riconosce, e quindi non regola, il lobbismo. Un paradosso perfetto, di una perfezione meschina e torbida però, che ci condanna non solo a stare dove siamo ma a scendere sempre più in basso.

Hai ragione Chiara, l’italiano è ipocrita e aggiungerei indolente, per lui è talmente normale che le cose siano complicate che detesta la linearità e la rapidità nell’azione e nel pensiero, e a tutti i livelli, si chiama il potente di turno per farsi dare una mano. Questa è l’Italia, non è cambiando il guardiano del gregge che si risolveranno le cose, visto che anche il guardiano è spesso peggiore di chi sorveglia.
Ora che mi viene in mente : anche Bassolino ,creato anche commissario straordinario ,è stato assolto da ogni addebito per l’immondizia campana…vuoi vedere che la famiglia ha fatto una telefonata umanitaria ? E’ successo tutto a sua insaputa…
Come ho annotato anche a Nicola Cariglia , siamo purtroppo un Paese di “famiglie” , dove il sostegno amicale e familistico copre tutto ,dalle responsabilità al merito …e fa guadagnare molto ,in potere e denari . Pensa al figlio della Cancellieri , od alla progenie della Fornero ,che per tutti i povericristi dispensava compassione a piene lacrime . Purtroppo il lobbismo ( sotto ogni forma , di categoria ,famiglia , loggia o cupola ) ha il vantaggio di poter offrire soluzioni brevi manu , e personalizzate …quella “forza della chiarezza” di cui parli sarebbe la prima ,vera riforma di cui il Paese trarrebbe vantaggio .