Leonardo Di Caprio/Teddy Daniels compie, grazie a Martin Scorsese, un viaggio all’interno di se stesso, alla scoperta del lato oscuro che è in ognuno di noi. Questo è quello che accade nel film Shutter Island. In una soggettiva quasi senza stacco, Teddy e Chuch, due poliziotti a bordo di una nave, sono diretti, e noi con loro, verso un’isola…prigione o manicomio criminale? Cosa succede sull’isola? Chi sono veramente i dottori a capo del manicomio? Perché proprio Teddy? Cosa lo lega all’isola?
Niente è come appare in questo film di paura e paranoie, una riflessione sulla violenza e sul modo di viverla; centotrentotto minuti di tensione continua fino alla folgorante domanda finale posta da Teddy all’amico “…è meglio vivere da mostro o morire da uomo perbene?” . E mentre Teddy ci volge le spalle, seguito da medici e infermieri, quasi volesse dirci che non ha più bisogno del pubblico, che ha fatto la sua scelta, iniziano a scorrere i titoli di coda di un film angosciosamente bello che merita di essere visto, anche più di una volta, per meglio cogliere tutti i vari livelli di lettura che coinvolgono lo spettatore. Ma procediamo con ordine.
Un’ossessione o una storia di ossessioni? Scorsese crea lo stesso stato di tensione emotiva suscitato dalla lettura del libro di Dennis Lehane dall’omonimo titolo e da cui è tratta la sceneggiatura e questo sarebbe già un bel traguardo; Scorsese, però, non si ferma a questo e ci offre due ore e diciotto minuti di suggestioni, visioni, ricordi, rimorsi, angosce, paranoie in cui lo spettatore si perde fino a farle sue. Tra i flaschback dell’ingresso a Dachau e i rimorsi per non aver saputo perdonare gli aguzzini, che Teddy fa fucilare, prosegue l’indagine sulla scomparsa di una “paziente” pluriomicida, ma più l’indagine avanza più Teddy si rende conto che per lui sarà difficile lasciare l’isola…vittima predestinata o oggetto di un atroce esperimento?
Si tratta di un horrror o di un noir? Probabilmente una commistione dei due generi filtrata attraverso i classici di Hollywood e l’espressionismo tedesco. In una spirale di suggestioni, visioni, incontri nelle grotte e nei cubicoli claustrofobici delle celle, (di fondamentale importanza per la storia del film la scena tra George e Teddy, proprio in una di queste celle) si sale la lunga scala a chiocciola che porterà alla “conquista” del faro verso la soluzione finale con una domanda:”essere estraneo alla realtà e alla follia è l’unica maniera per sopravvivere?”
La risposta sarà un’altra domanda, quella espressa da Di Caprio nella scena finale del film. Un Di Caprio sempre più adulto, sempre più disposto a scendere a fondo nel personaggio da interpretare, un Di Caprio che ha ascoltato Scorsese e visto un gran numero di film sulla guerra fredda, e una lunga serie di film ambientati negli anni 50 per meglio calarsi nel personaggio.
Un grande regista, quindi affiancato da grandi attori, dal mitico Max von Sydow, grande in una piccola parte, tanto per dimostrare che “non esistono piccole parti ma solo piccoli attori” come affermava Louis Jouvet a Ben Kingsley, senza dimenticare…il clima. Fondamentale nei film horror e noir, indispensabile in questo quale personaggio altamente pericoloso. Pioggia e vento flagellano l’isola sradicando alberi e concedendo solo rari momenti di sereno, come avviene nelle nostre esistenze, sembra voler suggerire Scorsese alla fine del suo “studio” sul male.
Maria Rita Monaco

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