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SHARIA”… GIUSTA VIA?

Viaggio nel significato della legge divina islamica. Nel libro sacro ai musulmani convivono regole teologiche, morali, rituali, di diritto privato, affiancate da norme fiscali, penali e processuali. di Luca Maio

di Redazione Pensalibero.it | 23 Ottobre 2008

Quante volte avete sentito parlare in televisione o sui giornali della “Sharia”?
Moltissime volte questa parola è legata, purtroppo in maniera negativa, alla pena di morte che
subiscono, nel mondo musulmano, le donne adultere oppure gli uomini omosessuali tramite
lapidazione e impiccagione.
Viene alla mente la morte di quei giovani ragazzi, uccisi dal governo teocratico iraniano il 19 luglio 2005, dopo che un tribunale religioso li ha trovati colpevoli di essere omosessuali.
I due sono stati tenuti in prigioni per quattordici mesi, maltrattati con ripetuti pestaggi, fustigati
pubblicamente 228 volte per aver utilizzato alcolici, disturbato la quiete e aver rubato.
Secondo, la legge religiosa della “Sharia” anche la vittima di violenze sessuali deve essere
condannata a morte.
“Sharia” indica, alla lettera, “la via da seguire”, ma si può anche tradurre con “Legge divina”
poiché il suo significato reale è il complesso di tutte le norme religiose, giuridiche e sociali che
direttamente si fondano sulla dottrina del Corano.
Nel libro sacro ai musulmani convivono regole teologiche, morali, rituali, di diritto privato,
affiancate da norme fiscali, penali e processuali.
I reati che la “Sharia” punisce, si dividono in tre grandi categorie:
alla prima appartengono i reati espressamente puniti dal Corano. Prendono il nome di “hudud”, quelli più gravi come ad esempio: l’apostasia (cioè l’abbandono formale della propria religione), la bestemmia, l’adulterio, la diffamazione, il brigantaggio, l’ uso di bevande alcoliche, il furto e la ribellione che sono tutti punibili con la pena di morte. Il giudice ha, nei loro riguardi, un potere discrezionale molto limitato e vengono sempre perseguiti d’ufficio, perché sono rivolti contro Dio.
Invece, alla seconda categoria appartengono i delitti di sangue detti “qisas” ovvero: l’ omicidio
volontario con un’arma, il delitto volontario, l’uccisione per fatto involontario, l’ omicidio
indiretto, la lesione corporale volontaria e quella involontaria.
Le pene sono tutte determinate dal Corano, attraverso la “legge del taglione”, la quale – a
discrezione della vittima o della sua famiglia – può essere sostituita dal prezzo del sangue o del perdono. Anche in questo caso la discrezionalità del giudice è molto limitata.
Infine nella terza categoria, vi sono tutti quei comportamenti che sono stati considerati nocivi alla buona convivenza sociale, ma per i quali il Corano non prevede pene specifiche. Questi, definiti “tazir”, sono: la sodomia; l’ importazione; l’esportazione, il trasporto, la produzione o la vendita di vino; i reati minori ovvero la disobbedienza al marito e gli insulti a terzi; la diserzione; l’appropriazione indebita; la falsa testimonianza; l’ evasione fiscale; l’ usura; la corruzione e la violazione dei doveri derivanti da negozi fiduciari.
In questo caso specifico la pena ricade nella discrezionalità del giudice.

Luca Maio

Pubblicato in : Primo piano

Info Redazione Pensalibero.it

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Interazioni del lettore

Commenti

  1. Puccio cartoni

    2 Novembre 2008 alle 08:37

    Beh ,giusta via… mi pare comunque una giusta via per schiarire le idee a tutti coloro che ,nel nostro Paese ,non sanno altro che reclamare “laicismo” a soli fini politici di parte . E solo per inneggiare a squarciagola a pratiche sociali contrarie alla nostra cultura ,anzi tout court rinnegandola. Al fine precipuo di sostituire quella con la propria ( di potere ). Est modus in rebus ….

    Rispondi

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