Non è un Paese per vecchi è il titolo di un film di qualche anno fa. Molto duro e molto rosso sangue. Non è un paese per giovani è la fotografia di una Italia 2008 quasi 2009 che non riesce a promuovere un ricambio generazionale normale. Non si dice eccezionale, ma normale. In Olanda, Norvegia, Svezia e anche in Germania ci sono ruoli e responsabilità che sono occupati e tenute tranquillamente da 35enni 40enni, che in Italia sono saldamente occupati da Sessantenni e Settantenni. Come si fa?
La Fondazione di Unipol, Unipolis, ha dedicato un seminario dotto e approfondito al tema con molti sociologi ed esperti. E ha presentato un caso concreto, altro che teorie e testi. La responsabile Coop di Bologna è una giovane donna di 33 anni. Voilà. Fatti, non parole. Carboni, sociologo dell’università di Ancona, ha fatto una disegno drammatico di come i giovani italiani non riescano ad insrirsi in un tessuto connettivo decisionale sino a 50 anni, quasi. E quelli che sembrano arrivati perché magari figli di imprenditori o manager a ben guardare sono solo figli di imprenditori e manager che lavorano all’ombra del genitore o della genitrice. Non è un Paese per giovani.
Il professor Tito Boeri ha le idee chiare: “ No, non è un paese per i giovani, sono ignorati nelle scelte pubbliche, oggetto di troppe attenzioni nella sfera privata. La classe dirigente, oltre che “vecchia”, è basata su intrecci fra potere economico e politico. Tutto in famiglia. Troppi politici e
troppo poca internazionalizzazione. Ma chi l’ha detto che l’italianità ci fa bene?” Appunto. Viviamo di miti e intanto nei consigli d’amministrazione ci sono ancora quelli che hanno studiato nel 40. Aggiunge il dottor Agostino Mantovani che da dirigente di organizzazioni agricole e parlamentare europeo è diventato studioso di fenomeni sociologici e culturali: “Vedi Binacchi, io son in consigli d’amministrazione e comitati in cui io spesso sono il più giovane e ho 71 anni” Allargo gli occhi. “ E’ inevitabile che loro i presidenti e i consiglieri facciano maglia e rete tra di loro e chiudano ogni accesso, ma non è giusto”.
Problema vero. Basta andare davanti alle nostre università e vediamo che tra uno due tre anni sforniamo nuovi laureati in lettere, statistica, matematica, biologia e filosofia e non sappiamo fare loro posto. Non solo dare il posto, ma fare loro il posto nella successione. Problema vero, altro che il sette in condotta. Pier Luigi Celli che è stato direttore generale della Rai e ora è direttore generale della Luiss aggiunge un particolare: “Non è solo un problema di anagrafe ma a volte anche di pregiudizi e incrostazioni culturale. Ad esempio al Sud la successione e il ricambio generazione è molto più lento anche per le incrostazioni dovute alla raccomandazioni. Sembra che senza la raccomandazione anche uno bravo non possa o riesca a farcela” E già. Problema nel problema. Paola Lanzarini è al direttrice generale della Fondazione Unipolis e chiude amaramente così: “L’Italia ha una leadership anziana e inamovibile che non sta certo favorendo l’inserimento dei giovani nel sistema, anzi oltre ad aver promosso una riforma pensionistica che continua
a spostare risorse verso le generazioni più anziane, ha introdotto un’area di iper-flessibilità in un mercato del lavoro sostanzialmente immutato e rigido”. Buon lavoro.
Fabrizio Binacchi
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