
Sergio Belardinelli ha pensato allora a comporre un “sillabario”, un sussidio per ricominciare a scandire le parole chiave della tarda modernità e comprenderne le radici, il valore, il significato profondo, smascherando luoghi comuni e fraintendimenti.
Si scopre così allora che “tolleranza” non significa relativismo radicale e non esclude, ma anzi implica, forti convinzioni e una profonda consapevolezza di sé, necessaria per discernere ciò che è altro, mentre proprio la mancanza d’orientamento suscita paura e rifiuto.
E poi “mercato” non è più soltanto quel misterioso sistema di economie internazionali mosse da una mano invisibile, ma rimanda al brusio del commercio rionale settimanale, un mondo di incontri, scambi, voci, in cui i prodotti arricchiscono sia chi compra sia chi vende.
E ancora, il “tempo” di cui l’uomo moderno si sentiva il grande padrone è divenuto un meccanismo incontrollabile che disorienta, una successione infinita di frammenti isolati e indifferenziati contro la quale l’individuo lotta continuamente per non soccombere.
La riflessione di Belardinelli tocca quaranta termini che compongono una mappa del “discorso” sulla tarda modernità, per invitare a riflettere su quanto di positivo ha costruito il nostro tempo e quanto ha da trasmettere alle epoche future.
DALLA VOCE “TRENO”: L’avanzare fischiando della vecchia locomotiva a vapore tra le colline della linea Fabriano-Pergola rappresenta per me l’essenza stessa del treno. Per osservarla ci appostavamo sulle alture circostanti, scattavamo fotografie, presagendo che prima o poi non l’avremmo più vista. Il movimento dell’asse che collegava le sue grandi ruote d’acciaio faceva pensare che dentro ci fosse qualcuno a pedalare. […] Niente di strano, dunque, che ancora oggi, nonostante i suoi endemici, estenuanti, ingiustificabili ritardi, il treno conservi nella mia immaginazione un fascino speciale. L’aereo vola, l’automobile va, il treno invece avanza. C’è una sorta di potenza rassicurante in questo avanzare. […] il treno è metafora di un progresso, costoso e magari struggente quanto si vuole, ma che non può essere fermato. […] Il treno in effetti è anche politica. Almeno quel tanto, molto in verità, che la politica è discorso, pluralità, imprevedibilità. In treno non si può essere soli. Il treno è fatto per viaggiare in compagnia. Nei suoi scompartimenti le persone parlano di tutto, con una vocazione speciale a esibire se stesse, il proprio punto di vista, la propria concezione del mondo. […] A richiamarti il mondo reale, non si capisce bene come, visto che sei in catalessi, rimane soltanto, indelebile, l’assillo della tua stazione d’ar! rivo. Guai a mancarla. Non scendere, per qualsiasi motivo, alla stazione giusta è forse l’incubo peggiore per chi viaggia in treno; una mancata destinazione che rende infausto un destino; un fallimento senza compensi […]. Un poeta ha scritto che lo scopo di ogni viaggio è quello di ritornare a casa. Evidentemente il treno lo sa.

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