
Giovanni Tortelli sceglie di osservare la democrazia da un punto di vista molto particolare, quello della Chiesa, studiandone i rapporti sotto il profilo storico e giuridico.
L’analisi di Tortelli prende le mosse dalla più antica nozione di democrazia (la démos di Erodoto) per poi spiegare come nella modernità sia stata eretta a fondamento dello Stato liberal-democratico mentre ai nostri giorni abbia assunto connotazioni sempre diverse in conseguenza dei mutamenti storici.
La democrazia è premessa e condizione di ogni momento della vita di relazione, a partire dalla lingua che oggi è più aperta, più semplice, diretta, proprio per trasmettere un senso di condivisione e inclusione, e dare a tutti l’illusione di poter partecipare senza difficoltà a ogni discorso.
Ma a dispetto di chi immagina la democrazia come un sistema autosufficiente dotato di una sua intrinseca razionalità, Tortelli ribadisce che per essere reale ed efficace la democrazia deve prima di tutto essere espressione della coscienza viva di un popolo, di un ethos profondamente radicato a livello individuale e collettivo che miri al raggiungimento del bene comune.
Il desiderio dell’autore è proprio quello di costruire “una modesta scheggia di riflessione” da offrire agli “architetti della democrazia”, che guardano a questa grandissima risorsa come a una macchina autonoma dal funzionamento perfetto, o a tutti coloro che ne fanno un luogo comune privo di significato.
In particolare, Tortelli si rivolge a chi vorrebbe mantenere il discorso sulla democrazia su un piano neutrale e laico che privilegi la materia sullo spirito e sull’ethos consegnando così alla politica e all’economia il destino della società. L’indagine di Tortelli cerca di impostare un terreno di confronto onesto tra il pensiero laico e quello cattolico in materia di democrazia, per potere andare al di là delle incomprensioni reciproche che per secoli ne hanno segnato i rapporti.
DAL CAPITOLO I “DENTRO LA DEMOCRAZIA”: La società è profondamente cambiata; nella frammentazione planetaria della produzione e del consumo si richiedono sistemi omogenei e reciproci di democraticità anche qua ndo le condizioni politiche siano diverse da Stato a Stato ed addirittura da continente a continente. Anche in Italia, lo Stato liberal-democratico perde sempre di più centralità. E con esso i partiti politici, che nella Prima Repubblica costituivano il suo ossigeno ed erano le vere centrali dove le decisioni venivano prese a scapito delle assemblee, ridotte spesso a ratificare posizioni politiche prese fuori dalle sedi istituzionali, magari ai congressi o alle direzioni di partito oppure in grandi alberghi. Oggi è più difficile parlare di militanza politica alla vecchia maniera o di ideologia di partito. L’elettore è sempre di più un consumatore della politica, un frequentatore occasionale del dibattito politico limitatamente a quei punti del programma (l’offerta politica) che rispondano alla sua domanda dipolitica concreta, altrimenti si passa ad un altro offerente. Esattamente quel che succede per i prodotti di largo con! sumo, dei cui valori si fa portatrice la televisione: per questo l’agro Sartori, con toscana ironia, ha potuto dire che la troppa dipendenza televisiva rende l’opinione dell’elettore “videoplasmata”.
Ed è quindi tutta un’altra strada quella che si potrebbe aprire per la democrazia del futuro.

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