Una donna lontana mi scrisse “già sapevo che non ti avrei detto niente di tutto quello che ti ho detto in quattro anni”.
Il suo fu un adescamento di pensieri, riflessioni ed emozioni, non confidati. Consegnati, segregati nella quotidianità dei gesti. Pure discordi e proprio per questa discordanza accentuati nella benevolenza verso se stessi. Rifugio delle possibilità. Esaltazione delle intenzioni. Dei rinnovi della propria anima, cui ciascuno attinge perchè il passato sia domani. Così che la consapevolezza dell’essere, per un istante, un solo istante, osservi e penetri il flusso del possibile. E si sbozzi il ricordo, figlio del desiderio.
Cosa scrivere, oggi, oltre quello che ho già scritto? Oltre quello che ho già detto?
Non ho materia, in un giorno di inutile malinconia, se non l’inutilità stessa. E il discorrere sull’inutilità non è gradito alla vanità. Neppure all’ambizione. Poi, i santi, veri, e i poeti, veri, i naviganti sono appartati nel non detto.
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Tra i segni è il silenzio o la “parola pesante”. Sospeso o pronunciata o scritta da me o, oggi, da ciascuno.
Senza dire, è tutto quello che già ci siamo detto.
(f)

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