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Il senso della Lega (ex Nord) per l’autonomia

Dopo la consultazione referendaria in Lombardia e in Veneto, da Maroni e Zaia strategie divergenti.

di Marco Deriu | 20 Novembre 2017

Referendum fu. E il clamore mediatico sull’argomento dopo il 22 ottobre 2017 (ma sembra passato un secolo) presto si assopì… Non serviva la controprova fattuale per dimostrare che le consultazioni popolari proposte da Roberto Maroni in Lombardia e Luca Zaia in Veneto avevano una larga componente propagandistico-elettorale, in relazione alla effettiva possibilità di rinforzare e rilanciare alcune competenze regionali.

In questo senso il referendum non sarebbe stato necessario, come ha dimostrato per esempio l’iniziativa di Stefano Bonaccini, presidente della Regione Emilia Romagna: a seguito della risoluzione adottata il 3 ottobre dal suo Consiglio regionale emiliano, si è recato a Roma dal Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni e con lui ha sottoscritto una dichiarazione di intenti sull’autonomia dell’Emilia Romagna medesima. Risparmiando il tempo, le risorse strutturali e i soldi (tanti) necessari per l’organizzazione e la comunicazione del referendum. Ma tant’è.

A consultazione effettuata, i presidenti di Veneto e Lombardia hanno (re)agito in modo molto diverso, anche in ragione dei differenti dati di affluenza, unici numeri utili per misurare il successo di un referendum dall’esito scontato. Se il 57,3% di votanti in Veneto ha indotto Zaia a chiedere a gran voce di inserire la sua Regione fra quelle a statuto speciale, il 38,33% della Lombardia è stato appena sopra le – già basse – aspettative dichiarate alla vigilia da Maroni. Il quale dopo il voto non ha potuto usare toni trionfali e si è limitato a dichiarazioni di circostanza, dicendosi addirittura “spiazzato” dalla scelta di Zaia “non concordata” e, peraltro, irricevibile dal Governo in quanto la materia è di competenza del Parlamento

(http://www.repubblica.it/politica/2017/10/24/news/ma_maroni_boccia_zaia_sbaglia_a_chiedere_l_autonomia_speciale_-179162082/).

Come ha opportunamente ricordato Giorgio Gori, Sindaco di Bergamo e candidato del centrosinistra alla guida della Regione Lombardia, quando lo stesso Maroni era ministro del Governo italiano fu proprio lui a bloccare la possibile autonomia della Regione di cui è presidente uscente, forse – secondo i soliti maligni – perché l’iniziativa era partita dall’allora presidente Formigoni e non dalla Lega.

Al netto del mantello ideologico, resta il fatto che i cittadini lombardi – come quelli veneti – si sono espressi a favore di un potenziamento delle competenze regionali, con un voto che ora deve essere seriamente indirizzato verso quell’autonomia vera, già prevista dalla Carta costituzionale, fatta di maggiori risorse ma anche di maggiori responsabilità.

In questa direzione, insieme a Gori, si sono da tempo espressi molti Sindaci e Presidenti delle Province lombarde, ben prima del 22 ottobre. L’obiettivo condiviso è quello di arrivare ad avere una Lombardia più autonoma su materie come salute, lavoro, istruzione tecnica e universitaria, ricerca e innovazione, ambiente e istituzioni locali. Tutto questo, come ha spiegato Gori, “per competere con le regioni europee più avanzate e per rafforzare il proprio ruolo di traino dello sviluppo a vantaggio di tutto il Paese. Nessuna messa in discussione dell’unità nazionale, ovviamente, né della solidarietà tra territori, anzi”.

La partita è aperta e la palla è in gioco. E chissà se, oltre che di “autonomia”, si (ri)comincerà a discutere seriamente sui tavoli decisionali anche di “federalismo”, quello vero.

 

Marco Deriu  (http://www.mu-me.it)

Pubblicato in : Primo pianoTag: carta costituzionale, centrosinistra, consultazione, emilia romagna, governo, governo italiano, lavoro, lega, lombardia, maroni, parlamento, presidente del consiglio, referendum, regione lombardia, repubblica, roma, soldi, statuto, sviluppo

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