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Sempre di tasca nostra. Un problema di futuro

di Fabrizio Binacchi | 21 Luglio 2013

Siamo al quinto anno della crisi, ci sta dentro una generazione. Generazione del non sappiamo cosa fare. Generazione del non sappiamo dove andare.

economia-crisi-italia-regoni-300x226Di tasca nostra, sempre. Non va male, la sensazione è che vada più che male. Non oseremmo dire malissimo, ma poco ci manca. Doveva essere il secondo semestre della luce in fondo al tunnel e invece sembra che la luce sia proprio quella metaforica del treno che ci viene contro o della ripresina fioca fioca che si allontana. I numeri sono sempre drammatici. Progetti tanti, speranze di più, risultati pochi. Siamo al quinto anno della crisi, ci sta dentro una generazione. Generazione del non sappiamo cosa fare. Generazione del non sappiamo dove andare. Di una cosa in realtà dovremo essere ben istruiti: che non ci si può fidare di una sola dottrina, di una sola medicina, di una sola riforma. Abbiamo capito sulla nostra pelle che di sola austerità e rigore non si salva nessuno anzi si peggiora la situazione di sistema. Per anni economisti e fior di tecnici ci hanno soavemente intrattenuto sulle qualità terapeutiche del rigorismo come principio cardine di ogni risanamento accanto ad una promessa di misura di sviluppo. Col problema che il rigorismo a senso unico, quello sempre delle tasche nostre e mai delle tasche di chi evade, di chi ha rubato centinaia di milioni ai risparmiatori, arriva subito e lo sviluppo e il rilancio sono solo annunciati. Risultato? Si risparmia su tutto, si taglia su tutto dalla carne al mare, non parliamo del pesce e delle medicine. La crisi partita drammaticamente come economica ora è strutturalmente sociale, inesorabilmente anche culturale. Perché non ci si fida del futuro. Che è la crisi delle crisi.  C’è un mercato all’indietro. Noi ci balocchiamo sui numeri, e può anche andar bene come stimolo a pensare e a fare, ma bisognerebbe baloccarsi davvero sulle terapie indilazionabili, da prendere subito per settembre ottobre. Adesso scopriamo ad esempio che sarà un anno nero per il turismo. E tutti a stracciarsi le vesti su come mai perché cosa è successo? Forse analisti che stanno in camere stagne tutto l’anno e si risvegliano per la stagione paletta e secchiello?!. Se stai un po’ in giro e ti capita di fare la spesa sotto sera in un qualsiasi supermercato o bazzichi qualche autostrada o bagno a mare vedi, capisci, percepisci puoi prevedere che l’italiano medio in crisi di liquidità taglia la settimana di vacanza, taglia lettino e ombrelloni, taglia il tre stelle e va dall’amico e dal parente. Se nel 2009, nel 2010, anche nel 2011 qualcuno avesse messo in cantiere misure di ripresa e rilancio, oltre alle misure di taglio, ora qualcosa si vedrebbe, ma così non è stato. Non solo per colpa di chi governa e governava ma anche di chi analizzava, consigliava e controllava. Di chi si parla? Beh ad esempio dell’FMI Fondo Monetario Internazionale che proprio l’altra settimana ha ammesso probabili errori di valutazione su scenari e rischi di contagio e previsioni sulla base delle ricette indicate. L’errore più clamoroso sarebbe quello sull’indicatore di depressione. Traduciamolo così: secondo certi calcoli/teorie per un punto di taglio l’effetto reale sarebbe di 1,4, in realtà s’è visto che per effetti combinati per un punto di taglio, la “depressione” colpiva per quasi due volte e mezzo. Una bella differenza. Così si spiegherebbero le vicende greca e spagnola. Grave la crisi vero, ma sbagliatissime le prime ricette, più che vero. E ora? E’ bella domanda. Ora ci sono le elezioni tedesche  e par di capire che fino a ottobre qualcosa di concertato europeo non si possa individuare. Bisogna lavorare a progetti dinamici anche sovranazionali, che possono diventare piano europeo dopo il passaggio elettorale merkeliano,  che prevedano subito sgravi fiscali e ritorno di liquidità nelle tasche delle imprese e dei consumatori. Perché altrimenti dopo l’estate nera del turismo potremmo avere l’inverno rigido del natale. Quando forse sarà più facile confidare nel miracolo.

Pubblicato in : CornerBlog

Info Fabrizio Binacchi

Fabrizio Binacchi, giornalista economico @Tg1, poi in giro per l’Italia a dirigere redazioni e sedi regionali. Ha realizzato e curato varie trasmissioni su @RaiUno e @RaiTre. Ha condotto Linea Verde finendo in acqua e su Striscia, Paperissima, Blob, facendo passare quel poco di popolarità dai palazzi della politica ai supermercati. Insegna in vari master, ha scritto tre libri e ha vissuto in sette città ma solo in due si trova a casa: Bologna e Firenze.

Interazioni del lettore

Commenti

  1. michele d.

    22 Luglio 2013 alle 21:06

    Generazione del ” non sappiamo cosa fare”, “non sappiamo dove andare” lei dice bene però quanti giovani hanno aspettative assolutamente non realistiche? Quanti disoccupati sono laureati in scienze politiche? Quanti sono laureati in scienze dei media? Quanti invece di darsi da fare aspettano ” l’occasione” di apparire in televisione? Quanti (irrealisticamente) pensano di meritare di meglio e rifiutano lavori? Quanti aspettano la classica italica raccomandazione dello zio cardinale, sottosegretario, assessore?

    Rispondi

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