Questi recenti, sono stati anni in cui abbiamo assistito alla rappresentazione di scenari, prima su scala nazionale e poi internazionale, in cui il potere è assurto a nodo centrale del rapporto tra politica ed economia.

A tale proposito, vi invito a leggere la Storia dell’economia di John Kenneth Galbraith, opera pubblicata per la prima volta nel lontano 1987. Consiglio questa lettura, perché la ritengo interessante per tre motivi soprattutto. Il primo, legato alla capacità dell’Autore di esporre la materia, spesso considerata accessibile e relegata solo ad una ristretta cerchia di cosiddetti addetti ai lavori, in uno stile chiaro e scorrevole. Il secondo, dovuto al filo conduttore della narrazione che appalesa come le teorie economiche sono sempre il frutto di un contesto storico in trasformazione; e pertanto, se intendono conservare una loro supposta valenza, sono destinate esse stesse a cambiare. Infine, terzo motivo: la constatazione di come, venticinque anni dopo la pubblicazione del saggio, il mondo sia di molto cambiato, pur essendo l’Autore in grado di anticiparne le dinamiche sia di tipo politico che, in gran parte, economiche.
Questi recenti, sono stati anni in cui abbiamo assistito alla rappresentazione di scenari, prima su scala nazionale e poi internazionale, in cui il potere – e quindi la logica del potere, il discorso sulla formazione, accrescimento e conservazione del potere – è assurto a nodo centrale del rapporto tra politica ed economia. Ma sarebbe meglio dire, traendo spunto dalla lezione storica, tra sviluppo dell’economia prima e della politica poi, laddove solo si consideri l’origine dei mutamenti storici quale prodotto dell’iniziativa promossa in campo sociale ed economico, come magistralmente descritto da Adam Smith. E a tale proposito, mediante la ricostruzione dell’Autore, è bene qui ricordarne gli snodi essenziali: la teoria dello Stato in Platone, che nasce essenzialmente come “entità economica”; l’epoca del mercantilismo (metà XV – metà XVIII sec.); l’avvento della società industriale; la nascita e la formazione dello Stato assistenziale; e infine, l’epoca in cui emerge e, nella versione finanziaria di estrema attualità, potremmo anche dire domina “una distinta personalità della moneta” (Galbraith).
La motivazione sociale ed economica rompe l’assetto politico consolidato – caratterizzato da un sistema di divisione dei ruoli e dei compiti in cui la distinzione, potremmo dire, poggia prevalentemente sullostatus di ogni singolo attore – e tende ad instaurarne uno diverso in cui, com’è per la disciplina dell’economia classica, ogni soggetto partecipa attivamente, in regime di piena concorrenzialità, ed il sistema tende naturalmente, potremmo dire in via di principio, all’equilibrio attraverso dinamiche interne al mercato che conducono ad una corretta determinazione dei prezzi. Nel mercato, la distinzione opera pur sempre in base a diversi ruoli e compiti necessari, ma ogni singolo attore non si distingue per un suostatus particolare o, potremmo anche dire, una qualità che per diritto naturale o pattizio è destinata in esclusiva ad uno piuttosto che altro soggetto o persona (fisica o giuridica).
Nel rapporto dunque classico di equilibrio, sia pure teorico, dell’economia e di questa con la politica interviene, con una metafora calcistica potremmo dire a gamba levata, John Maynard Keynes (1883-1946). In relazione ai tempi della Grande Depressione, Galbraith mostra subito come non si sia trattato di un precursore, anche se quel che più colpisce è il giudizio lapidario che efficacemente emerge: “agli occhi di molti, la politica economica keynesiana sarebbe apparsa per molto tempo non un atto di saggezza economica bensì una complessa razionalizzazione di ciò che si era rivelato politicamente inevitabile”. In estrema sintesi, l’Autore scrive che, secondo il pensiero di Keynes, “il problema decisivo dell’economia non è come si determini il prezzo delle merci, né come si distribuisca il reddito risultante. La questione importante è come si determini il livello della produzione e dell’occupazione … (E a tal fine) Rimane una possibilità, solo una: l’intervento del governo per aumentare il livello degli investimenti. Occorreva che il governo contraesse prestiti e spendesse a fini pubblici. Ciò presuppone un disavanzo deliberato”. E a tale proposito, sappiamo tutti bene com’è andata a finire.
Il cambiamento dei tempi e del mondo hanno spostato l’asse del problema incentrandolo sulla ricerca di nuove teorie in ordine al rapporto che occorre tenere tra simmetrie economiche e a-simmetrie politiche. Nella parte finale della sua Storia, John Kenneth Galbraith infatti conclude: “L’asimmetria politica della Rivoluzione keynesiana (…) è stata presa adeguatamente in considerazione. Il fatto di non aver riconosciuto le conseguenze pratiche di questo stato di cose fu, e rimane” – aggiungo io, molto spesso ancora nel presente – “uno dei maggiori errori di giudizio nell’economia moderna”.
E, sempre per il presente, resta anche da sottolineare come “un altro grave errore è stato la convinzione che la politica monetaria sia politicamente e socialmente neutra”, e questo direi con riguardo innanzitutto agli esiti macroeconomici prodotti da un’economia finanziaria il cui peso è oggi paragonabile a circa quindici volte quello della cosiddetta economia reale. Mentre, per quanto riguarda quest’ultima, rimane sostanzialmente immutata la concezione della teoria classica improntata alla “protezione dell’autonomia dell’impresa e del suo reddito” in un ambito globale che sembra prescindere sempre più dalle regole della libera concorrenza.

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