Se tutti chiedono un cambio di passo, ammesso che non sia una paso doble nell’ultima balera emiliana, chi deve cominciare a farlo? Bah, non si sa.

Uno dei primi a chiedere il cambio di passo è stato il presidente del Consiglio Enrico Letta dopo la “riduzione” e supposta semplificazione della maggioranza. E uno pensa: beh se un capo di governo chiede un cambio di passo nella propria maggioranza e nel proprio governo è come se lo chiedesse a sé stesso. Il problema è che continua a chiederlo a quelli che forse vogliono un altro passo senza di lui. A pensar male si fa peccato ma spesso ci si prende, diceva Giulio Andreotti. Uno che chiede il cambio di passo da prima delle “primarie” (sarebbe un bel titolo da film “Prima delle primarie” magari horror, la butto lì) è proprio Matteo Renzi, che anche fisicamente, prosodicamente e prossemicamente* (poi vi spiego) è l’espressione schietta e più efficace del cambio di passo. Non solo politico, anche logistico organizzativo. Renzi ha impresso un suo cambio di passo alla politica italiana portando alla ribalta quei quasi cadaveri che erano i partiti e innescando una serie di riforme che solo per il fatto che sono innescate sono già riforme. E infatti si vede il nervosismo che le prime grosse mosse hanno provocato in giro. Un altro che a ogni piè sospinto chiede un cambio di passo è il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi, forse uno dei primi a denunciare che ogni passo di presunta riforma non era sufficiente per innescare la ripresa industriale ed economica. Tanto che all’ultimo richiamo del cambio di passo ha ricevuto una risposta non proprio cordialissima dal presidente del Consiglio pur all’estero e cioè del disfattista e : “Ognuno faccia la sua parte”. Poi l’altro giorno dal Parlamento Europeo ha chiesto un testuale “cambio di passo” anche il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che di fatto negli ultimi mesi ha incarnato un buon tratto di “cambio di passo” anche nelle prassi interne. Bene, dopo tutto questo coro di richiedenti cambio passo siamo ancora al “chi deve cominciare”. Sarebbe già tanto per noi cittadini utenti, come diceva il mio compianto amico e collega Federico Scianò, se coloro che ci amministrano si ricordassero che non siamo solo dei consumatori e degli spender o degli sfruttabili elettori ma anche dei cittadini a tutto tondo con diritti e doveri, con libertà e convenzioni. “Parole grosse” direbbe Mollica che con Scianò, e chi scrive, formava il comitato di redazione del Tg1 negli anni eroici della fine della prima Repubblica. Dove le parole erano pesate con le manette. Da questo variopinto ricorso alla richiesta del generico cambio di passo possono discendere nuovi guai se nessuno di quelli che hanno titolo a fare il primo passo rimane fermo ad aspettare un altro. Questo più che processo di riforma si chiama gioco dell’oca. Asterisco per le spiegazioni promesse: prosodica e prossemica sono forme di linguaggio. Approfondite gente.

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