Non sono un critico teatrale.
Anche se nei miei primi quasi cinquanta anni di attività teatrale, di ogni genere e tipo, ho scritto, intorno agli anni settanta, a malapena una decina di recensioni di spettacoli altrui: un paio per l’Unità di Firenze, allora organo del Partito Comunista Italiano; gli altri per la Radio della Svizzera Italiana di Lugano.
Visto, però, che nel nostro paese si è rinunciato, soprattutto da parte dalla carta stampata, specialmente quella locale, a dar conto criticamente, o anche solo dal punto di vista della cronaca, degli spettacoli teatrali e musicali, ho deciso di accaparrarmi di una funzione non mia, quella di “recensore” e cercar di ovviare alla superficialità imperante nelle gazzette, che considera esaurito il rapporto con lo spettacolo dal vivo nel momento stesso dell’annuncio preventivo di ciò che sarà prossimamente rappresentato.
A Firenze si consumava un ennesimo stanco rito della comunicazione che non comunica nulla, quella che rigorosamente si esprime in inglese, quella dei “bar” senza bar, dove forse sarebbe più salutare poter bere un caffé o un bicchiere di vino che scambiare inutili chiacchiere, quella dei “camp”, gli accampamenti virtuali di personaggi virtuali, dei fantasmi indistinti delle reti, dei social-net, dei face-book [mezzi, sia detto per inciso, utilissimi allo scambio di informazioni e all’incremento dei contatti tra umani lontanissimi tra loro], ma del tutto inutili e ininfluenti al processo della creazione artistica. Mentre l’annuncio di un ipotetico nuovo al di là da venire, se mai verrà, l’esibizione di progetti e di intenzioni che non possono certo sostituire la concreta solidità delle “opere e i giorni”, quali nascono di solito indipendentemente dal loro annuncio e per motivi che è il caso qui di indagare, in un piccolo teatro della periferia fiorentina, nella frazione di un comune della “banlieue”, si direbbe a Parigi, vedeva la luce in prima nazionale assoluta una nuova opera teatrale sul muro di Berlino.
Un ex-funzionario del PCI fiorentino, allora in carriera, in una sala gremita di ex militanti, ex-compagni o anche di semplici spettatori, ma deserta di critici, con moltissima gente restata fuori dal teatro gestito ottimamente nel Comune di Bagno a Ripoli dall’associazione Archètipo, ha raccontato nel suo testo, attraverso lampi di memoria, intrisi oggi magari di forti perplessità e amarezze, ma pieni anche di malinconica commozione e di tenera ironia, una propria esperienza personale. E insieme ha descritto gli avvenimenti storici vissuti quale testimone, come tanti altri della sua generazione, che ha svolto attività politica e culturale negli anni ‘70-’90, nel quadro di vicende, non soltanto determinate dai movimenti politici e culturali nazionali e locali di quegli anni, ma anche, e soprattutto per i comunisti, dalle relazioni e dai rapporti con i paesi del così detto socialismo reale.
Il soggetto di Franco Camarlinghi, così viene definito nella locandina dello spettacolo, si articola in un prologo, tre parti e un epilogo, a loro volta divise in diversi episodi:
Prologo
Check Point Charlie (oggi)
Parte prima (1973)
– La 1° delegazione ufficiale italiana nella DDR
– La visita a una fabbrica
– Il palco alla Porta di Brandenburgo
Parte seconda (1975)
– Organizzazione della festa nazionale de l’Unità a Firenze, ospite d’onore la DDR
– La gaffe
– L’interprete
Parte terza
– Check Point Charlie (da Karishorst in poi)
– La caduta del muro
Epilogo
9 Novembre 2009
Il soggetto ha una struttura ad andamento circolare. Inizia dalla caduta del muro di Berlino per ritornare, attraverso il racconto di un’esperienza vissuta dagli anni della sua edificazione fino al momento della caduta, agli istanti decisivi e commoventi del crollo del 1989, con una appendice fino alle celebrazioni berlinesi del Novembre 2009, una, venti anni dopo.
È un tipo di racconto che si apparenta nella stesura al “teatro di narrazione”. Quello di solito interpretato da un solo attore, oggi assai in voga nel teatro italiano, quello che, secondo noi, in una sorta di regressione verso il momento immediatamente precedente alle origini della nascita del teatro occidentale, individua nel nucleo della narrazione quegli elementi di azione drammatica che restano come cristallizzati “in nuce” dentro il racconto stesso, senza riuscire ancora a nascere ed esplicitarsi in una rappresentazione o in un’azione teatrale agita vera e propria. Il teatro di narrazione è “teatro” quando, come nel caso di questo caso testo, racchiude in sé allo stato embrionale ricordi, riflessioni, emozioni, sensazioni, sentimenti in forte contrasto drammatico o comico, cioè dentro di sé in altra forma le possibili azioni del teatro.
Questo testo, è tutto intriso, con un empito insopprimibile, della sincera intenzione di capire le ragioni del credere, del sentire o dell’agire di quegli anni, prima di tutto dell’autore e dei giovani suoi contemporanei. Si interroga sul perché una generazione nata durante, o poco dopo, la seconda guerra mondiale, una generazione che viveva, diciamolo una buona volta, abbastanza comodamente al di qua del muro e della cortina di ferro, “avesse una parte della testa al di là del muro, mentre ‘loro’ tentavano invano di raggiungerci…” impediti da quella mostruosità di cemento e di filo spinato, mostruosa come tutti i muri che racchiudono gli esseri umani, qualunque ne sia il motivo e di qualunque materiale siano fatti. Anche se allora una gran parte di noi puntellava, senza troppa vergogna e per i più disparati motivi, quell’obbrobrio e ne era, anche se critica verso quelle esperienze di società, complice più o meno consapevole.
“Berlino di oggi”, dice l’autore, “ è una fantastica mostra della contemporaneità, ma soprattutto ad est, è anche un percorso di segni del passato che ci rivelano le contraddizioni di ciò che noi siamo stati noi al di qua, appunto del muro.” In questa sincerità, in questa messa a nudo della propria e della nostra cecità sta la forza di questo testo. È una sensazione analoga forse a quella provata da Andrzej Waida, che delega oggi a uno dei personaggi del suo film “Katyn”, nel momento della sua iscrizione all’Accademia di Belle Arti, un’indomita battaglia, per preservare la memoria, per affermare la verità su la menzogna creata dal potere comunista per costringere la Polonia a dimenticare coloro che furono uccisi a Katyn, non dai nazisti, ma dall’Armata Rossa per ordine di Stalin. E’ una battaglia che forse Wajda stesso, figlio di un ufficiale massacrato nella fosse di “Katyn”, in una situazione quasi identica, a quella del personaggio, avrebbe voluto fare senza averne la forza. Ma almeno lui viveva al di là della cortina di ferro!
Ma il testo di Franco Camarlinghi non è solo cupezza e grigiore, è anche un sommesso ripensamento della propria biografia, fisica e morale, del suo essere stato comunista, un ripensamento tutto intriso di lampi di ironia, di tenerezza e di struggente malinconia.
Su questo materiale ha lavorato con accuratezza e sagacia il regista e drammaturgo Riccardo Massai, che ha estratto dal testo di Franco Camarlinghi anche alcuni efficaci momenti di teatro vero e proprio molto ben recitati da Daniele Bartolini, Valentina Berti, Cristiana Ionda, Simone Rovida e ha usato la voce registrata dell’autore, sommessa e pacata, ora malinconica, ora ironica e mai troppo drammatica o enfatica, come filo conduttore fra le varie scene teatrali e come contrappunto alle belle riprese video, girate interamente a Berlino nel novembre 2009, da Camilla Bacherini, autrice anche della funzionale scenografia. Massai ha miscelato con grande abilità e grande gusto i filmati, la narrazione registrata dell’autore, le azioni sceniche, le musiche, i cartelli che una volta si sarebbero detti brechtiani, gli abiti degli attori quasi da teatro operaio anni ’60-’70. Ha costruito una produzione che avrebbe meritato dalla critica teatrale e, non solo da essa, ben altra attenzione; una produzione che varrebbe la pena di veder replicare.
L’unico appunto che mi sento di fare a Massai è l’avere aggiunto all’epilogo di Camarlinghi, come finale dello spettacolo la canzone di Gaber-Luporini “Qualcuno era comunista” quasi a voler spiegare didatticamente perché qualcuno è stato, era o è ancora comunista.
Non c’è niente da spiegare o da scusare nel comportamento di una generazione che voleva semplicemente cambiare il mondo, perché così come era fatto quello in cui vivevamo, non ci piaceva. Non ci siamo riusciti? Abbiamo sbagliato la scelta dei mezzi? Ci siamo fatti rendere ciechi dall’ideologia, ottundere nella ragione? Siamo stati stravolti dalle passioni? Abbiamo giustificato l’ingiustificabile, anche a costo di negare la libertà e opprimere “le vite degli altri”? Solo perché detestavamo ancora di più privilegi che ci sembravano ancora di più non giustificabili?
È tutto vero, ma non tutti hanno perso la capacità di riflettere, di ripensare ciò che siamo stati o meglio quello che non siamo stati. L’importante non è sapere perché alcuni di noi sono stati comunisti o socialisti-carristi, rivoluzionari o leninisti, riformisti o troskisti, ma perché non siamo stati: “Ich bin ein Berliner” – ricordate? – ungheresi, berlinesi, cecoslovacchi, polacchi quando sarebbe stato necessario esserlo. Mi sarebbe parso più giusto concludere lo spettacolo con l’immagine dell’ex-funzionario del PCI Franco Camarlinghi, che con impermiabile e baschetto si allontana malinconicamente come in un viale del tramonto tra le tombe del cimitero Dorotheenstädtischer Friedhof, nell’ex-Berlino Est, dove sono sepolti Hegel e Ficthe, ma anche Berltot Brecht e sua moglie Helen Weigel.
Anche perché è in luoghi simili a quello, indipendentemente da ciò che siamo stati o non stati, o dal fatto che il mondo sia cambiato o non sia cambiato in meglio, che ci avvieremo presto o tardi tutti per rispondere, ma solo e unicamente alla nostra coscienza, di quello che abbiamo fatto o non fatto nell’attraversamento purtroppo effimero e breve della nostra vicenda umana.

Com’è untuoso il reducismo di chi credeva di combattere e non ha mai combattuto.